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  • giovedì 10 giugno 2010

La rivoluzione verde: fu vero Twitter?

Foreign Policy ridimensiona il ruolo di internet delle proteste iraniane dell'anno scorso

"Non è che gli utenti di Twitter non abbiano avuto un ruolo negli eventi dell'anno passato. Lo hanno avuto. Solo, non è stato quello spesso raccontato"

Su Foreign Policy è uscito un articolo che – intenzionato a mettere un po’ di equilibrio nelle analisi sull’importanza di Twitter e della rete nelle proteste iraniane dell’anno scorso – ha di fatto molto ridimensionato le semplificazioni entusiaste e ottimiste che ne erano state fatte: La “rivoluzione di Twitter” non sarebbe mai esistita.

La giornalista di origine iraniana Golnaz Esfandiari spiega infatti che la quasi totalità del traffico di comunicazioni su Twitter dedicato a quelle proteste proveniva da account americani o di utenti che si trovavano non in Iran.

I media occidentali non hanno cessato un giorno di dire che gli iraniani usavano Twitter per organizzare e coordinare le proteste contro gli apparenti brogli delle elezioni dello scorso giugno. Anche il governo americano è sembrato aderire a questa lettura. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Mark Pfeiffle ha sostenuto che Twitter avrebbe meritato il Nobel perché “senza Twitter gli iraniani si sarebbero sentiti inermi e incapaci di combattere per la libertà e la democrazia. E si dice che il Dipartimento di Stato abbia chiesto a Twitter di rimandare alcuni interventi tecnici programmati per non sospendere il servizio mentre le proteste crescevano”. Ma è il momento di chiarire il ruolo di Twitter in quegli eventi. In poche parole: non c’è mai stata una “Rivoluzione di Twitter” in Iran.

Come ha spiegato anche il responsabile di uno dei più popolari siti in farsi, “erano quasi tutti americani che si scrivevano tra loro”. Alcuni attivisti hanno raccontato alla giornalista di aver usato gli sms, la mail e i blog per pubblicizzare le proteste: ma in realtà la loro comunicazione più influente è avvenuta attraverso il vecchio passaparola. Non Twitter. Esfandiari si spiega la sopravvalutazione col fatto che per i giornali e le tv quella di Twitter fosse “una storia che si era scritta da sola”, troppo bella per non crederci. E poi, pensare che quello che stavamo leggendo su Twitter fosse la storia vera, l’informazione in diretta di una rivoluzione, era troppo attraente: tanto che nessuno sembrava chiedersi come mai le comunicazioni non avvenissero in farsi ma in inglese.

Esfandiari elenca una serie di episodi raccontati dai media in quelle settimane, e piuttosto implausibili. E segnala la differenza di iscritti tra alcuni dei nomi che circolarono allora e che scrivevano in inglese e quelli tuttora più informati che però scrivono in farsi, e i giornalisti occidentali non sono in grado di leggere. Poi questo non significa che sia Twitter che YouTube che altri servizi non abbiano aiutato ad estendere in tutto il mondo il seguito e l’informazione su quanto avveniva in Iran, e a offrire ai manifestanti maggior sostegno internazionale. Ma Twitter ha anche contribuito, spiega Esfandiari, a diffondere voci false e informazioni errate: come la leggenda sugli elicotteri che gettavano acido e acqua bollente sui manifestanti o la notizia dell’arresto di Moussavi. Per non parlare dell’elezione a martire di Saeedeh Pouraghayi, arrestata, violentata e uccisa per aver gridato “Allah è grande” dal tetto di casa sua. Ma era falso, e la stessa Pouraghayi ha raccontato di essere fuggita prima che chiunque la andasse a prendere.

Per essere chiari: non è che gli utenti di Twitter non abbiano avuto un ruolo negli eventi dell’anno passato. Lo hanno avuto. Solo, non è stato quello spesso raccontato. E alla fine, quello che è stato raccontato non è giusto nei confronti degli iraniani che hanno fatto sacrifici reali, non virtuali o a distanza, per ottenere giustizia.

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