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  • giovedì 10 Giugno 2010

Come si vive in Corea del Nord

Il racconto di chi è riuscito a sfuggire dal regime di uno dei paesi più blindati al mondo

La fame è l'economia vacillante si aggiungono alla privazione di qualsiasi libertà per i cittadini nordcoreani

di Emanuele Menietti

Chongjin è la terza città più grande della Corea del Nord, e tra i suoi 500mila abitanti fino a qualche tempo fa c’era anche una maestra che ora ha 51 anni e vive in Cina, lontana dal blindatissimo confine del paese. Ha anche un nome, la maestra, ma preferisce mantenere l’anonimato per non incappare nelle sanzioni e nelle rappresaglie del regime coreano. Per trent’anni ha insegnato nelle scuole elementari di Chongjin insegnando in classi con almeno 50 alunni che avevamo tutti in comune la stessa cosa: la fame.

«È difficile insegnare qualcosa ai bambini quando muoiono di fame. Anche restare seduti al banco diventa difficile» racconta la maestra al New York Times. Molti alunni frequentavano le lezioni per poche ore a causa della scarsa nutrizione: almeno 15 su 50 abbandonavano dopo appena un’ora. E non c’era solamente la fame dei bambini. Lo stipendio della maestra era appena sufficiente per acquistare un chilo di riso.

Il denaro non era sufficiente per sopravvivere e così alla fine l’insegnante si è dovuta arrendere all’inevitabile: far abbandonare la scuola alla figlia per farle trovare un lavoro per mettere insieme qualche soldo in più. Lasciato l’insegnamento, la maestra è vissuta per anni di espedienti vendendo noodles in uno dei mercati della città, ma gli affari non andavano molto bene. Dai noodles è così passata al mercato nero dei beni calmierati dallo stato come i pinoli e frutti di bosco. Ma lo scorso ottobre a un checkpoint una guardia ha confiscato alla ex maestra la merce, lasciandola con un debito di oltre 300 dollari.

Dopo esser rimasta senza un soldo, la donna ha deciso di abbandonare la Corea del Nord. Una notte si è così tuffata nelle acque gelate del fiume Tumen e con non poche difficoltà ha raggiunto la Cina. Affamata, zuppa d’acqua e con il terrore di esser scoperta dalle guardie sul confine, l’ex maestra ha infine trovato il coraggio di bussare a una porta per chiedere aiuto. Poco tempo dopo la donna si è potuta ricongiungere con alcuni parenti già in Cina.

La vita per l’ex maestra vissuta per anni nella fame è cambiata notevolmente. Il cibo fortunatamente non manca, ma il desiderio di mangiare a volte sì. Oltre il confine, la donna ha lasciato molti affetti e i propri figli con i quali non può mettersi più in contatto.

La storia della maestra è più la regola che l’eccezione in un paese come la Corea del Nord dove il regime controlla strettamente la vita dei cittadini, che devono fare quotidianamente i conti con enormi privazioni non solo della libertà, ma anche dei beni essenziali per la sopravvivenza. Dopo anni di stretto controllo, il paese è praticamente alla paralisi, racconta sempre il New York Times. Tre fabbriche su quattro sono ferme e la svalutazione ha impoverito ulteriormente la popolazione, eppure il regime di Kim Jong-Il tiene.

Il discusso presidente della Corea del Nord viene visto da buona parte della popolazione, indottrinata dalla propaganda nelle scuole e in TV, come il principale punto di riferimento del paese. Arroccato entro i propri confini, il regime offre ai coreani un’immagine distorta dei paesi occidentali, presentati come i nemici da contrastare ad ogni costo. La politica del terrore e del cattivo paga: nonostante le privazioni la pace sociale non manca e la repressione degli oppositori disincentiva la nascita di movimenti contro il regime. E il controllo dello stato non si limita solamente alle idee, ma anche al mercato.

Il governo cerca periodicamente di imbrigliare i mercati, regolare i prezzi, gli orari di lavoro, le tipologie di beni da vendere, l’età dei commercianti e il loro genere e anche se devono trasportare le merci in bicicletta o sulle loro spalle. Con un comunicato del Comitato Centrale del 2007, Kim Jong-Il si è lamentato dei mercati divenuti «la culla di tutti i tipi di abitudini non socialiste». La svalutazione del 30 novembre le ha rimesse in sesto. Lo stato ha decretato che un nuovo won di maggior valore avrebbe sostituito il vecchio won, ma che le famiglie avrebbero potuto cambiare al massimo 100mila won, circa 30 dollari al cambio, per quello nuovo. La mossa ha in effetti lasciato senza un soldo i negozi gestiti dai privati.

Una volta ottenuto il risultato desiderato, il governo ha proposto ai lavoratori di tornare ai loro impieghi statali per attenuare le conseguenze della svalutazione. Molti operai hanno così iniziato a lavorare nelle imprese di costruzioni statali, ma dopo gennaio il pagamento degli stipendi si è arenato. Chi ha potuto si è così arrangiato con amicizie e conoscenze per cercare di cambiare più denaro di quanto consentito al massimo dallo stato. Con la connivenza di alcune agenzie bancarie, qualcuno è riuscito anche a scambiare tre milioni di won al posto dei 100mila previsti dal regime.

Gli abitanti della Corea del Nord che non hanno mai attraversato il confine non hanno la possibilità di comprendere del tutto le loro tribolazioni. Non c’è Internet. I televisori e le radio possono captare solo i canali statali. […] Tuttavia, le informazioni iniziano lentamente a diffondersi. I commercianti tornano dalla Cina raccontando che là la gente è ricca e molto più libera, e che quelli della Corea del Sud lo sono probabilmente ancora di più.

Il regime cerca di limitare il più possibile le contaminazioni culturali dall’esterno nel timore che la popolazione venga a conoscenza di stili di vita e condizioni migliori e si rivolti. Lo scorso anno, un uomo è stato condannato a sei mesi di prigionia in un campo di lavoro per aver visto un film con Jackie Chan. Stando ai racconti di chi è sfuggito dal regime di Kim Jong-Il, sono in tanti a rischiare ogni giorno. Attirati dal cinema e dalla cultura occidentale, guardano clandestinamente i film proibiti e ascoltano la musica in attesa di un confine meno blindato o almeno della fine della fame.