Un paese di asini in vacanza

La proposta di posticipare l'inizio delle scuole è "sconcertante", scrive Irene Tinagli sulla Stampa

"È così che stiamo coltivando la nostra competitività futura?"

Nel dibattito sulla ripresa dell’anno scolastico – rispostarla a ottobre, ha suggerito il ministro Gelmini – che appare gratuito e superficiale in quasi tutti i suoi aspetti, interviene Irene Tinagli oggi sulla Stampa con un argomento piuttosto solido: la funzione della scuola nella formazione e nell’apprendimento. Tinagli si meraviglia che si stia parlando di tutt’altro e non di questo.

La proposta del senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa di ritardare al 30 settembre le aperture scolastiche per favorire il turismo ha incontrato il favore del ministro dell’Istruzione Gelmini e ha aperto subito un vivace dibattito. La Lega Nord si preoccupa delle famiglie che non sapranno dove parcheggiare i figli in settembre, alcuni sindacati accusano di voler rimandare il tema più importante delle retribuzioni dei docenti, altri sembrano più possibilisti (in fondo anche il turismo crea posti di lavoro). C’è poi chi si preoccupa se il provvedimento sia o no in linea con gli obblighi europei sulle ore minime di scuola. Ma nessuno, nemmeno il ministro dell’Istruzione, si è chiesto che impatto questo provvedimento può avere sui ragazzi e sul loro processo di apprendimento, di crescita, insomma: sulle persone che stiamo formando e che faranno il futuro del nostro Paese. Questo fatto, prima ancora della proposta in sé, è assolutamente sconcertante.

Il fatto che l’Italia, in mezzo ai suoi molti disastri, non si ponga il problema della formazione dei suoi studenti non è più solo una questione di tagli e scarsi investimenti sulla scuola: pare diventato ormai una totale indifferenza all’impoverimento di cultura e competenza offerta dal nostro sistema. Ecco cosa racconta Tinagli.

Nei mesi scorsi è emerso in varie occasioni il problema di una inadeguatezza crescente della preparazione dei nostri ragazzi, come testimoniato anche dai test Pisa dell’Ocse. Ci si sarebbe aspettato che da questi dati e considerazioni il governo prendesse spunto per misure volte a migliorare e intensificare l’offerta scolastica e formativa, non a diminuirla. Invece è avvenuto l’opposto. Prima è stata abbassata l’età dell’obbligo scolastico per aiutare, è stato detto, le imprese (ma le imprese avrebbero semmai bisogno di risorse più qualificate, non meno), e ora si parla di ridurre l’anno scolastico per aiutare il settore turistico. E’ così che stiamo coltivando la nostra competitività futura? A quale modello di competitività puntiamo: a sviluppare un’economia innovativa e moderna o a trasformarci in una sorta di gigantesco resort mediterraneo? Questa proposta non solo rischia di ridurre drammaticamente la nostra capacità competitiva, ma anche di aumentare i divari sociali e ridurre la mobilità sociale del nostro Paese. Esistono numerosi studi che dimostrano come un prolungato allontanamento dai banchi di scuola distrugge il sapere dei ragazzi, soprattutto quelli provenienti da famiglie povere che d’estate hanno meno stimoli e occasioni di apprendimento.

Assieme ad altri colleghi il professor Harris Cooper della Duke University, direttore del Programma sull’Istruzione, ha dimostrato con una serie di ricerche che la performance dei ragazzi in matematica e scienze crolla drasticamente dopo le vacanze estive, dando luogo a quello che è stato ribattezzato il «disapprendimento estivo» (summer learning loss). Solo per le capacità di lettura si registrano alcuni miglioramenti, ma esclusivamente per i ragazzi benestanti, mentre quelli provenienti da famiglie povere peggiorano sensibilmente anche su quel fronte. Questi studi, assieme al preoccupante peggioramento delle performance scolastiche dei ragazzi nei quartieri più poveri, hanno intensificato il dibattito statunitense sull’istruzione. Tale dibattito è alla base di iniziative recenti come il forte impulso ai programmi estivi di recupero e apprendimento, e persino la discussione sulla possibilità di allungare l’anno scolastico – che adesso parte agli inizi di settembre, così come avviene in Spagna, Francia, Inghilterra e altre parti d’Europa (ad eccezione della Scozia dove la scuola riparte il 20 agosto!). Lo stesso ministro dell’Istruzione statunitense Arne Duncan ha citato i lavori del professor Cooper in un recente discorso in cui promuoveva i programmi educativi estivi. Si potrà essere d’accordo o no con le sue idee, ma è comunque rincuorante sentire un ministro dell’Istruzione che si ispira a ricerche scientifiche sull’istruzione e non agli incassi delle località turistiche. Se vogliamo davvero supportare il nostro turismo potremmo iniziare a tenere più pulite e funzionali le nostre città e i nostri mezzi pubblici, a rendere fruibile e accessibile il nostro splendido patrimonio storico e artistico, e a supportare una vera riqualificazione dell’offerta culturale e ricettiva, oggi totalmente inadeguata. Ma, per favore, non disinvestiamo nei nostri ragazzi e nel nostro futuro.

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