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  • martedì 25 maggio 2010

Spiegalo ai Masai, che i leoni vanno protetti

I Masai avvelenano i leoni che sbranano il loro bestiame, ma a questi ritmi c'è rischio di estinzione

Associazioni e autorità stanno sperimentando nuove soluzioni per una convivenza pacifica tra pastori e predatori

Dalle parti della Masai Mara National Reserve in Kenya i pastori non vanno per il sottile se si tratta di difendere il bestiame. Quando il proprietario di alcuni bovini ha notato che due vacche erano state sbranate ha deciso di vendicarsi avvelenando tre leoni. L’uomo è stato poi arrestato perché in Kenya la legge vieta di uccidere gli animali selvatici a rischio di estinzione, ma grazie all’interessamento di un politico locale è stato rapidamente liberato.

Le uccisioni dei grandi felini nei pressi della riserva avvengono con crescente frequenza e potrebbero portare all’estinzione dei leoni nel paese, segnala la rivista Time.

L’avvelenamento, accaduto nel mese di aprile, è stato solo l’ultimo di una serie di uccisioni di grandi felini dall’inizio dell’anno – almeno 25 dicono i ricercatori – che hanno sollevato nuove preoccupazioni sulla possibilità che i leoni del paese possano estinguersi nei prossimi anni. La notizia è allarmante per gli ambientalisti, che temono che nonostante i milioni di dollari spesi in numerosi programmi per salvare i leoni nel corso degli anni gli sforzi non stiano dando i risultati sperati. La popolazione dei leoni in Kenya si è ridotta da 20mila a meno di 2mila in 50 anni e ci sono pochi luoghi nel paese in cui gli animali non sono a rischio.

Per i turisti i leoni sono naturalmente una grande attrazione nei safari organizzati dalle riserve, ma per le popolazioni locali di pastori come i Masai sono un problema serio. La protezione del bestiame, la loro prima e più importante risorsa, rimane prioritaria e l’uccisione dei leoni viene spesso vista come l’unica soluzione per preservare gli animali domestici.

Le cose si sono complicate negli ultimi anni a causa dell’aumento della popolazione che ha raggiunto i 40 milioni in Kenya. Esseri umani e animali sono sostanzialmente in competizione e piccole variazioni possono compromettere gli equilibri della convivenza.

La situazione è diventata grave in seguito a un prolungato periodo di siccità durato diversi anni che ha ucciso il bestiame e, in alcune aree, buona parte degli animali selvatici. Il bestiame ha così assunto maggior valore per i Masai – che avevano cercato di allevare una quantità di animali superiore alla capacità dei pascoli – e per gli stessi predatori rimasti con poco da mangiare.

Rendere sostenibile la convivenza tra pastori e predatori non è semplice, eppure alcune soluzioni già sperimentate in altre aree dell’Africa potrebbe aiutare. Un sistema che in genere funziona è quello di aprire una struttura turistica che dia formazione, lavoro e qualche ritorno economico per la popolazione locale. Gli animali selvatici diventano così una risorsa e non qualcosa da combattere e contrastare e la convivenza si semplifica. Altre soluzioni prevedono una compensazione per il bestiame ucciso dai predatori oppure il pagamento di un affitto dei pascoli.

Il sistema delle compensazioni è stato sperimentato in alcune aree del Kenya a partire dal 2003. In pratica, quando un leone o un altro predatore uccide un capo di allevamento, il proprietario del bestiame riceve in cambio del denaro o altre risorse utili per la pastorizia. Secondo i detrattori, questo sistema non fa altro che disincentivare il controllo degli animali domestici da parte dei pastori, che comunque nella peggiore delle ipotesi ricevono una compensazione. Inoltre l’alto tasso di leoni uccisi dimostrerebbe che il sistema già in piedi da qualche anno non sta funzionando come sperato. Chi invece sostiene il progetto pensa che senza il sistema delle compensazioni il numero di leoni uccisi sarebbe sicuramente più alto.

Un sistema alternativo è comunque allo studio:

Intorno alla Masai Mara, verso il confine occidentale con la Tanzania, gli ambientalisti stanno provando una strategia diversa: creare alcune riserve costituite da centinaia di piccoli campi affittati dai loro singoli proprietari. Le persone sono sostanzialmente pagate per mantenere la loro terra libera dal bestiame e un rifugio per gli animali. Il denaro per l’affitto arriva dai campi per i safari costruiti all’interno delle riserve. Questo tipo di sistema è reso possibile dal fatto che la terra nella zona è di proprietà dei singoli individui, invece che di una intera comunità, come accade dalle parti dell’Amboseli.

La sperimentazione dei migliori sistemi di convivenza tra pastori, bestiame e animali selvatici non esclude la tecnologia. L’associazione Living with Lions ha avviato alcuni programmi dall’evocativo titolo “Lions Guardians”. Il piano prevede l’assunzione di un certo numero di Masai chiamati a monitorare la posizione dei leoni dotati di un collarino elettronico. Quando i leoni si avvicinano troppo ai pascoli, i guardiani si mettono in contatto con i pastori e consigliano loro dove spostarsi per evitare di perdere i loro animali nelle fauci dei felini.

Tutte le soluzioni ipotizzate o già messe in campo mirano a risolvere un problema serio, che potrebbe portare alla scomparsa dei pochi leoni superstiti in Kenya. Questi animali sono relativamente protetti nelle riserve naturali, ma spesso sconfinano e finiscono per mettersi nei guai quando cercano di cacciare il bestiame. Secondo un recente studio, segnala sempre Time, negli ultimi 30 anni la quantità di animali selvatici in Kenya è diminuita del 40% sia nelle aree protette che in quelle non protette.