Per i finiani il decreto intercettazioni così non va

"Al Senato ha subito modifiche su cui si deve riflettere ancora"

di Alessandro Oriente

© Roberto Monaldo / LaPresse
23-09-2009 Roma
Politica
Immigrazione, presentazione del ddl bipartisan Sarubbi-Granata sulla cittadinanza
Nella foto Fabio Granata (PDL)


© Roberto Monaldo / LaPresse
23-09-2009 Rome
Immigration, presentation of proposal law on citizenship
© Roberto Monaldo / LaPresse 23-09-2009 Roma Politica Immigrazione, presentazione del ddl bipartisan Sarubbi-Granata sulla cittadinanza Nella foto Fabio Granata (PDL) © Roberto Monaldo / LaPresse 23-09-2009 Rome Immigration, presentation of proposal law on citizenship

Il ddl sulle intercettazioni è ancora in lavorazione, ma il tempo stringe. E i punti controversi restano. Anzi, c’è da trovare un equilibrio delicatissimo e complesso tra privacy, esigenze investigative, diritto di cronaca. Ma secondo Fabio Granata, deputato del Pdl e vicepresidente della Commissione antimafia, ci sono questioni su cui non si può fare a meno di riflettere ancora. Accogliendo i rilievi del procuratore Grasso, per esempio, perché «per una forza politica che si voglia intestare il tema della legalità e del contrasto alle mafie, è assolutamente fondamentale salvaguardare il “canale privilegiato” investigativo per i reati di mafia e per i reati a esso collegati». Ricordandosi, anche, che è molto di destra mettere la sicurezza di tutti davanti alla tutela della privacy di qualcuno. E «chissà che ne pensano La Russa e Gasparri…».

Onorevole Granata, il senatore Gasparri ha definito il ddl sulle intercettazioni “un buon testo”. Lei è d’accordo?
Siamo ancora in attesa di vedere il testo nella sua formulazione definitiva, dal momento che al Senato ha subito modifiche su cui – è l’opinione mia e di altri parlamentari di area “finiana” – si deve riflettere ancora. E poi credo che, alla Camera, il testo vada discusso anche all’interno del nostro gruppo parlamentare.

Quali sono i punti su cui c’è ancora da lavorare?
In Commissione Antimafia, il procuratore Grasso ha sollevato una serie di questioni di cui, a mio avviso, il Parlamento farebbe molto bene a tener conto. La prima questione è quella del “doppio binario” investigativo. Poi, c’è quella della rapidità con cui deve essere disposta l’intercettazione. E infine, il tema della riservatezza. Sono tutti rilievi da accogliere. Non solo, come è ovvio, per quanto riguarda i reati di mafia, ma anche per tutti quei reati minori che – come si sa per esperienza – sono collegati alla mafia. Faccio due esempi: il combattimento fra cani e il traffico illecito di rifiuti (su questo punto, in particolare, si è espresso anche un collega certamente non giustizialista come Gaetano Pecorella). Ma la riflessione, a parer mio, andrebbe estesa anche ad altre tipologie di reati che le intercettazioni rendono possibile perseguire e reprimere: adescamento di minori, pedopornografia, stalking (come ha denunciato il ministro Carfagna). E anche i black block che hanno devastato Genova senza intercettazioni non sarebbero stati consegnati alla giustizia…

Ma c’è anche il punto dolente del diritto di cronaca…
Sì, il mondo dell’editoria è in subbuglio, è vero. Ma noi, grazie alla presidente di Commissione Giulia Bongiorno, avevamo reintrodotto alla Camera la possibilità di pubblicare quanto meno il riassunto delle intercettazioni, in modo che il diritto di cronaca fosse garantito senza tuttavia permettere la creazione di vere e proprie “gogne mediatiche”. Ecco, questa possibilità ora è stata cassata.

C’è ancora molto da fare, dunque?
Ripeto: per una forza politica che si voglia intestare il tema della legalità e del contrasto alle mafie, è assolutamente fondamentale salvaguardare il “canale privilegiato” per i reati di mafia e per i reati a esso collegati. Ma è un lavoro molto difficile, alla ricerca di un equilibrio complesso fra tutela della privacy e limitazione di alcune “esagerazioni” compiute da parte della magistratura. E al contempo bisogna evitare (e su questo c’è una grande attenzione da parte del presidente della Repubblica) che il ddl metta a rischio il diritto di cronaca o – cosa ancor più grave – che indebolisca l’efficacia della lotta alla mafia.

Il procuratore Grasso ha detto anche che in certi casi la sicurezza è più importante della privacy. Non sembra pensarla così – alla luce delle controverse affermazioni di ieri sulle conversazioni tra i mafiosi e i loro familiari – l’onorevole Daniela Santanchè…
Ribadisco che le parole dell’onorevole Santanchè lasciano semplicemente sgomenti, sono di una gravità assoluta, nonostante siano state maldestramente interpretate da qualche giornalista amico (come se ci fosse qualcuno che desidera avere morbose curiosità sulle abitudini sessuali dei mafiosi). Sono parole che denotano, oltretutto, una totale mancanza di conoscenza del fenomeno, e un preoccupante livello di superficialità nell’intervenire su un tema così delicato: come minimo il governo (i ministri Alfano e Maroni, soprattutto) dovrebbe censurare ufficialmente l’onorevole Santanchè. Sarebbe un segnale importante per chi, in nome della lotta alla mafia, rischia la vita ogni giorno.

Ma quello della “sicurezza” non era un tema forte di tutta la destra?
Sì, se vogliamo entrare nel famoso giochetto “cos’è di destra” e “cos’è di sinistra”, è molto di destra avere un forte senso dello Stato e della legalità. E allora il contrasto alle mafie deve venire prima della tutela della privacy di qualche deputato o di qualche cittadino. Non so di che opinione sia Ignazio La Russa, non so di che opinione sia Maurizio Gasparri. Di certo qualche anno fa la pensavano come noi. Ma forse adesso hanno cambiato idea…