Ciapa i schèi

L'università di Ca' Foscari ha annunciato una cattedra di dialettologia, finanziata dalla Regione

Le collaborazioni tra università e istituzioni politiche dovrebbero partire dalle prime, non dalle seconde

di Filippomaria Pontani

“Svolta a Ca’ Foscari – E’ l’ora del dialetto”: così titolavano le locandine del Gazzettino del 28 aprile scorso, strombazzando per le calli la stipula di una convenzione in proposito tra la Regione guidata da Luca Zaia e l’Università di Venezia, presso la quale insegno. Nel concreto, si tratta di un finanziamento di 80mila euro per la creazione di una cattedra di dialettologia italiana, destinata a uno studioso che dedichi la propria attività scientifica allo studio della lingua veneta. Sia detto subito che la dialettologia italiana è insegnata in molte università d’Italia, e che nel Veneto si fregia di una speciale tradizione; nell’ambito della storia dei dialetti veneti, per di più, Ca’ Foscari vanta uno dei maggiori specialisti italiani, giovane e motivato.

Siamo franchi: non penso ci voglia un Talleyrand per intuire quale operazione politica stia surrettiziamente passando attraverso quella convenzione: quale formidabile spinta alla nobilitazione delle proprie pulsioni identitarie e autonomiste la Lega Nord stia realizzando. Non credo ci voglia un Machiavelli per riconoscere in questo atto concreto il primo passo verso lo sdoganamento del “dialetto a scuola”, che è un obiettivo dichiarato del governatore Zaia da anni a questa parte (anzi, “una necessità”: «L’Espresso» del 18 maggio 2009), e che va a braccetto con la progettata “regionalizzazione” delle graduatorie scolastiche, volta a purgare gli istituti superiori dai troppi docenti non indigeni. Non credo possa rimanere oscuro ad alcuno di quale palese gioco di potere (l’occupazione di banche, autostrade e università) faccia parte questa scelta: lo spiega, con dovizia di particolari, Alberto Statera su “Affari e Finanza” di oggi 17 maggio 2010.

Ove qualcuno nutrisse dei dubbi circa l’intento dell’operazione, sarebbe sufficiente guardare la pagina relativa (la n. III) del medesimo “Gazzettino” di Venezia del 28 aprile: lì, nel dare pubblica notizia dell’iniziativa, sotto le parole di alto plauso del Rettore («un ottimo avvio di collaborazione, che mostra come istituzioni e università si possano incontrare sul terreno di iniziative di alto valore scientifico e di grande utilità didattica») si citava l’entusiastico commento di Zaia in persona, un orgoglioso proclama secondo il quale «oggi, dal Veneto, parte la sfida all’Europa dei burocrati, vittima di una malintesa modernità che fa strame della nostra identità».

Quasi nessuno, a quanto mi risulta, ha fin qui eccepito. Il Consiglio di Facoltà ha approvato la convenzione con 2 voti contrari e 2 astenuti, una percentuale del tutto trascurabile. Il mondo politico veneziano ha espresso apprezzamento “bipartisan” (in particolare il precedente Rettore di Ca’ Foscari, oggi assessore dell’Italia dei Valori nella giunta Orsoni). Nessuno ha notato contraddizione fra le reazioni di Zaia e i propositi di internazionalizzazione che sono ormai lo slogan preferito dell’establishment accademico.

Non voglio qui entrare nel merito del complicato rapporto fra lingua e dialetto nel nostro Paese, né argomentare in linea teorica pro o contro il dialetto come materia d’insegnamento: mi limito a suggerire alla riflessione le parole del poeta (anche dialettale) Andrea Zanzotto (sul «Corriere del Veneto» del 12.10.2009). Due considerazioni, a livello meramente formale, mi sembrano però opportune.

Punto primo. Un insegnamento di dialettologia italiana è ovviamente il benvenuto in ogni Facoltà di Lettere, e tanto più lo è quando a tenerlo siano docenti di comprovata capacità e rayonnement internazionale. Inoltre va da sé che la cooperazione con le istituzioni locali – di qualunque colore siano – è parte saliente della vita di un’università: si pensi agli scavi archeologici, alle indagini storiche, geografiche e scientifiche etc. Tuttavia, dovrebbe forse inquietare che in questo caso la convenzione non si presenti come il patrocinio regionale su un’iniziativa nata in seno alla programmazione della Facoltà, bensì venga istituita con una corsia preferenziale (e, informa il Rettore, con una disciplina ancora da precisare nei dettagli) in virtù di un cospicuo finanziamento motu proprio della Regione (80mila euro, nel bilancio di una Facoltà, sono davvero molti), indotto da evidenti ragioni politico-ideologiche.

Punto secondo. Ci si potrebbe stupire che quasi nessuno, tra coloro che nell’Università lavorano, dica nulla dinanzi alla palese strumentalizzazione del nome dell’università da parte di una forza politica che in qualunque altro Paese sarebbe relegata ai margini della vita politica, e che invece da noi prospera al governo. A questo silenzio concorrono diversi atteggiamenti, anche a tacere di coloro (certo pochissimi) che sperano di trarre vantaggio dalla proskynesis al potente di turno. Molti (ipse audivi) sottovalutano il problema, considerando il leghismo come un fenomeno passeggero (è l’atteggiamento che in Veneto ha portato questa “cultura” a passare nel giro di vent’anni dal 2 al 35 per cento sul piano elettorale); altri oggettivano qui una sorta di revanscismo rispetto all’egemonia culturale della sinistra (“abbiamo approvato corsi di storia del sindacato, perché scandalizzarsi ora?”; meglio ancora: “le scienze ambientali hanno tratto beneficio dal successo del movimento verde, perché ora non può accadere lo stesso con un verde di segno diverso?”); altri ancora osservano che “se non cogliamo noi quest’opportunità lo faranno altre università”, magari insistendo sul fatto che l’insegnamento verrà tenuto in modo equilibrato, come se il problema fosse nella res e non nel modo distorto in cui essa viene presentata.

In questo senso, la convenzione dell’Ateneo veneziano è interessante non solo in sé, ma come spia di un fenomeno più diffuso: si colloca infatti all’intersezione di due pericolose tendenze dei nostri tempi; da un lato il prevalere di un certo laissez-faire pilatesco assai tipico dell’homo Italicus, e dall’altro l’isteria (non solo italiana, ma ahimè anche europea) che sta trasformando le Università e i singoli docenti in centri di raccolta fondi, in inesausti estensori di progetti locali, regionali, nazionali, europei, mondiali, o in segugi alla ricerca di convenzioni o contratti destinati a colmare gli ammanchi inflitti dai tagli di Tremonti e Gelmini. Diventa sempre meno possibile, in questo quadro, osservare che pecunia olet.

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