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  • venerdì 30 aprile 2010

Il cricketgate è la fine dei sogni dei giovani indiani

Con le dimissioni di Shasi Tharoor fanno un grande passo indietro le speranze di rinnovamento della politica

750 mila followers su Twitter che ora si sentono delusi e traditi

di James Fontanella-Khan per il Post

I puritani del cricket, quelli che smettono di giocare quando cala il sole per prendere il té, avevano avvertito gli spettatori. Il cricket in mano a una cricca di politici, star di Bollywood, e imprenditori – tutti assatanati di visibilità, potere e soldi facili – avrebbe ammazzato lo spirito dello sport piu amato degli Indiani. Avevano ragione.

Ma il peggio è che il “cricketgate”, uno scandalo 2.0 (è scoppiato su Twitter) fatto di corruzione, brogli e nepotismo, rischia di fare al futuro dell’India più male di quanto si pensi.

Le accuse di illecito che hanno portato alle dimissioni di Shasi Tharoor, ministro del governo indiano ed ex vicesegretario dell’Onu, e l’epurazione di Lalit Modi, padrino della Indian Premier League (IPL, il torneo di cricket più lucrativo al mondo con un giro d’affari pari a 4 miliardi di dollari), mettono in risalto le fragilità dello sviluppo politico dell’India.

Benché rimanga una potenza economica indiscutibile – con tassi di crescita tra il sette e l’otto per cento – lo scandalo mette in dubbio la credibilità del paese e soprattutto rischia di alienare e allontanare i giovani dalla politica.

Un outsider si chiederebbe: ma cosa ci fa un vice ministro agli esteri invischiato in una storia del valore di oltre 300 milioni di dollari per una squadra di cricket? Non dovrebbe occuparsi dei rapporti delicati con il Pakistan e l’Afghanistan?

Un insider risponderebbe: sì, Kashmir e Kabul sono importanti, ma politica e cricket vanno mano nella mano. Sono inscindibili. Un politico non si può tirare indietro.

Ha ragione l’insider. Il fatto è che il ministro Tharoor, lui, doveva essere diverso. Il suo coinvolgimento nello scandalo ha deluso molte ragazze e ragazzi che si sono avvicinati alla politica per la prima volta solo nelle ultime elezioni, quelle vinte dal Congresso, il partito guidato da Sonia Gandhi e di cui lui è membro. Tharoor è originario del Kerala, nel sud dell’India, e si era anche distinto come scrittore di successo: rappresentava la faccia nuova del paese. Era quello che veniva dal Palazzo di Vetro di New York. Era il portavoce di una politica trasparente, aperta e pulita.

Qualcosa invece è andato per il verso sbagliato. La mancanza di trasparenza evidenziata dal rapporto opaco di Tharoor con il controverso Modi, uno che gira in jet privati e la cui dimora “fissa” è una suite nel Four Season di Mumbai, ha danneggiato la sua immagine e soprattutto quella di chi credeva in lui.

Benché Tharoor sostenga di essere estraneo da ogni accusa, è evidente dai fatti riportati dalla stampa e dalle sue dichiarazioni che si sia fatto risucchiare dal ciclone della politica – quella vecchio stile – e abbagliare dalle luci accecanti dell’IPL. Chi vedeva in lui una nuova classe dirigente capace di dare ulteriore solidità alla crescita economica del paese è rimasto semplicemente scioccato.

Molti degli oltre 750 mila followers che seguono Tharoor su Twitter ogni giorno si sono sentiti traditi. Colpiti alla schiena. Loro – quelli che credevano in lui – si sono senti sconfitti davanti a quelli che dicono non cambierà mai niente e l’India rimarrà sempre corrotta. Per chi si sentiva rappresentato da Tharoor, prendersi una rivincita su quelli che li hanno derisi non sarà facile: dopo questa storia molti decideranno di lasciare perdere.

James Fontanella-Khan è l’India Editor del Financial Times Online

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