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  • lunedì 30 gennaio 2017

La Grecia ha di nuovo problemi con i creditori

È ricominciato lo scontro tra il governo di Alexis Tsipras, l'Unione Europea e la BCE, e c'è poco tempo per cercare di risolverlo

Alexis Tsipras, Atene, novembre 2016 (BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)

La Grecia ha meno di un mese per cercare di trovare un nuovo compromesso con il Fondo Monetario Internazionale (che si riunirà tra una settimana) e con i ministri delle Finanze dei paesi che usano l’euro come moneta, che si incontreranno il 20 febbraio. Nel 2018 terminerà il programma di aiuti al paese attualmente in corso, il terzo, che era stato approvato nell’agosto del 2015 e che consisteva in un prestito da 86 miliardi in cambio dell’approvazione di una serie di misure di austerità da parte del governo guidato da Alexis Tsipras.

Come da otto anni a questa parte, le trattative sono però molto complicate e negli ultimi giorni sembrano essere arrivate a uno stallo: i principali giornali internazionali parlano di nuovo del rischio che il paese vada a elezioni anticipate e dell’ipotesi di una sua uscita dall’euro (la cosiddetta “Grexit”). Tsipras, scrive per esempio il Guardian, si trova di fronte al dilemma di accettare un’austerità supplementare o indire nuove elezioni. I timori di una nuova imminente crisi sono aumentati dopo che il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che il carico del debito della Grecia potrebbe diventare “esplosivo” entro il 2030.

Come per i precedenti programmi, gli aiuti previsti dal terzo piano – erogati in diverse tranche e forniti dal meccanismo europeo di stabilità (MES) – sono vincolati a una serie di condizioni da rispettare. I progressi nell’attuazione del programma sono monitorati dalla Commissione europea, insieme alla BCE, al MES e anche all’FMI. L’ultimo problema riguarda la seconda revisione, che si sarebbe dovuta concludere a dicembre e che si trascina invece da mesi in mezzo a disaccordi su nuovi tagli, riforme del lavoro e obiettivi fiscali. È centrale poi il lungo confronto tra i creditori, non ancora risolto, sulla capacità della Grecia di raggiungere gli obiettivi di bilancio al momento della scadenza del suo ultimo programma di salvataggio, nel 2018.

A un esito positivo della seconda revisione è legata non solo la decisione di sbloccare un’ulteriore quota del prestito prevista dal piano di salvataggio (con 10,5 miliardi di debito rimborsati la scorsa estate è probabile il ritorno di una crisi del debito se non verranno autorizzati dei nuovi prestiti), ma anche la partecipazione della Grecia al programma di allentamento quantitativo della Banca Centrale Europea entro i primi mesi del 2017. Il Quantitative Easing, semplificando, prevede l’acquisto di titoli di Stato e di altro tipo da parte delle banche: questo per immettere nuovo denaro nell’economia, per incentivare i prestiti bancari, per attuare politiche espansive (più spesa, senza rimetterci troppo) e per far crescere l’inflazione. L’accesso a questo programma è molto importante per la Grecia per stabilizzare la propria economia a medio e lungo termine, soprattutto in vista dell’uscita dai piani di salvataggio.

Un accordo sulla seconda revisione è saltato la scorsa settimana: da una parte si chiedono al paese nuove misure preventive, dall’altra il governo greco sostiene che quelle fatte finora siano sufficienti. Syriza, la coalizione di sinistra radicale con cui Tsipras ha vinto le ultime elezioni e che è al governo da due anni, non vuole fare altre concessioni. Intervistato qualche giorno fa dal quotidiano Efimerìda Syntaktòn, Tsipras ha chiesto ai leader europei di facilitare la ripresa economica della Grecia che sarebbe utile all’intera Unione Europea. Ha detto che in «nessun caso faremo approvare leggi che introducano altre misure di austerità: nemmeno per un euro, oltre quello che è già stato concordato». I problemi di Tsipras sono però la perdita di fiducia dei greci nei confronti del suo governo, costretto in questi anni a misure molto impopolari, e la pressione dell’opposizione dei conservatori di Nuova Democrazia che chiedono elezioni anticipate forti anche degli ultimi sondaggi: Nuova Democrazia è al 26,8 per cento mentre Syriza al 17,8, a ben 9 punti di distacco. Inoltre il 53 per cento degli intervistati ha dichiarato di ritenere l’euro «sbagliato» per il loro paese.

Nelle prossime trattative avrà un ruolo fondamentale il Fondo Monetario Internazionale, che il prossimo 6 febbraio discuterà del cosiddetto Articolo IV, quello sulla sostenibilità del debito greco, e che dovrà decidere se partecipare al programma di salvataggio della Grecia. La scorsa settimana è circolato sui giornali un documento riservato dell’FMI di 38 pagine, piuttosto pessimista. Nel report, l’FMI avverte che anche se le nuove riforme saranno attuate, e il debito tagliato, il carico del debito della Grecia è destinato a diventare «esplosivo» e a raggiungere il 275 per cento del PIL entro il 2060: «La Grecia richiede la riduzione sostanziale del debito ai suoi partner europei per ripristinare la sostenibilità del debito».

Il Fondo mette poi in dubbio che la Grecia possa raggiungere l’avanzo primario di bilancio previsto per il 2018, pari al 3,5 per cento. Un avanzo primario si realizza quando le entrate correnti sono maggiori della spesa corrente (al netto degli interessi sul debito): registrare avanzi primari nel medio periodo consente di ridurre il debito pubblico e ripristinare la sostenibilità di bilancio, essenziale per riportare l’economia a una crescita sostenibile. Il Fondo, d’altra parte, sostiene che siano necessarie nuove e ulteriori misure preventive: dunque nuovi tagli alle pensioni e un sistema fiscale ancora più severo, per garantire che il paese continui a seguire la strada dell’austerità anche dopo il 2018. Per questa sua posizione il Fondo Monetario Internazionale è stato accusato dal governo greco di avere un atteggiamento ambivalente e in qualche modo ricattatorio: è stato cioè criticato per aver stabilito un prezzo troppo alto alla sua necessaria partecipazione al salvataggio.

All’ipotesi di rinegoziazione del debito greco – cioè restituire meno e in tempi più lunghi – si oppone da sempre la Germania, che a breve andrà a elezioni: è dunque improbabile, secondo gli osservatori, che prenda una decisione sulla questione in tempi brevi. Ma il tempo sembra essere un fattore fondamentale: se non ci sarà un accordo entro la fine di febbraio, il calendario elettorale dell’Europa (oltre che in Germania si voterà nei Paesi Bassi e in Francia) potrebbe far saltare e congelare i colloqui fino a maggio, quando ormai, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere troppo tardi.

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