Cosa si dice della fusione fra Repubblica e Stampa

Pochissimo: tra coinvolti e concorrenti, i quotidiani girano molto al largo dall'analisi, con qualche notevole eccezione

(AFP PHOTO / DAMIEN MEYER)

Da ieri la notizia più discussa nell’ambiente dell’editoria italiana è la cosiddetta “fusione” fra Repubblica e la Stampa, due dei tre quotidiani generalisti più venduti in Italia (e anche il terzo, il Corriere della Sera, è coinvolto nella vicenda, che riguarda pure il Secolo XIX). Sulle edizioni cartacee di oggi dei giornali interessati compaiono articoli che espongono la notizia e un solo assai prudente tentativo di analisi: quello del vicedirettore della Stampa Francesco Manacorda. Su Repubblica c’è un articolo celebrativo di Ezio Mauro sulle «radici comuni di due mondi del giornalismo» con foto in bianco e nero di genealogie dei due gruppi: si parla di «atto di coraggio imprenditoriale», di «gesto di fiducia nei confronti dell’editoria giornalistica e del suo domani», di «forte segno di ottimismo in un Paese ripiegato su se stesso». Il Corriere della Sera si limita a una notizia nella sezione “economia” a pagina 35, benché si tratti del suo maggiore azionista, Fca, che esce dalla proprietà.

Ma anche la gran parte dei quotidiani non coinvolti direttamente nell’operazione non offre ai propri lettori commenti o riflessioni utili a capirla. Fa eccezione un lungo articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio (per abbonati, fino a domani).

Cambia tutto perché i De Benedetti, in particolare il giovane Rodolfo, e gli Elkann, con l’amabile Carlo Perrone nella compagnia, mostrano sulla carta di avere un progetto più vitale, aperto su un ancora indeclinabile futuro, segnato da un ringiovanimento e da una mezza scommessa su un’Italia in fase di mezza ripresa renziana: gli Elkann, oltre tutto, internazionalizzandosi nell’establishment liberale mondiale del gruppo Pearson, i De Benedetti rafforzandosi come primo indiscusso polo editoriale italiano. Il problema di Repubblica sarà quello di salvare in qualche modo, superandola ma senza troppe scosse, la sua identità antagonista tradizionale, già messa in discussione dall’avvento a sinistra di una politica che non si fonda sulla correttezza politica maturata e marcita negli anni dell’antiberlusconismo militante e della subalternità alla casta delle procure d’assalto.

Il Corriere, che resta l’autorevole imbarcazione editoriale capace di far convivere voci diverse, sia pure in un contesto giornalistico tremendamente omologante, dovrà definire il senso di un nuovo assetto proprietario, a tutt’oggi indefinito e opaco, e di una linea di sviluppo industriale che incontra, con la fusione De Benedetti-Elkann, qualche nuovo serio ostacolo (la Stampa è in posizione più defilata, sia per il suo radicamento territoriale piemontese, per quanto non in gran forma, sia per la sua apertura ai fatti e al mondo che è il tratto caratteristico della giovane direzione di Maurizio Molinari).
Quello con De Benedetti viene descritto come un investimento industriale di lungo termine, anche se i maliziosi sostengono che per il nipote dell’Avvocato è stata una scelta obbligata dopo aver visto fallire i suoi piani all’interno del Corriere, come il tentativo di convergenza con La Stampa, al quale si era opposto l’ex direttore Ferruccio de Bortoli.

Il Tempo intervista i giornalisti Paolo Guzzanti e Vittorio Feltri.

Il commento sul sito del Giornale è invece molto parco di interpretazioni, e riferisce quasi soltanto la notizia.

Quello con De Benedetti viene descritto come un investimento industriale di lungo termine, anche se i maliziosi sostengono che per il nipote dell’Avvocato è stata una scelta obbligata dopo aver visto fallire i suoi piani all’interno del Corriere, come il tentativo di convergenza con La Stampa, al quale si era opposto l’ex direttore Ferruccio de Bortoli.

Poi c’è un’intervista di Enrico Mentana al sito Lettera43.

Te lo ripeto. È una notiziona nel nostro mondo, ma francamente così come il lettore del Secolo XIX ha continuato a leggere il Secolo XIX non sapendo che è una propaggine della Stampa, ora continuerà a leggere La Stampa, anche perché sul quotidiano di Torino non ci sarà scritto fondata da Eugenio Scalfari.
D. Erano nozze inevitabili?
R. Gli ultimi due direttori di Repubblica, due eccellenti giornalisti come Ezio Mauro e Mario Calabresi arrivano da lì.
D. Non c’è di mezzo anche una questione politica? Le cose stanno cambiando, c’è il nuovo vento del renzismo…
R. Ma sono cose che non sappiamo e che vedremo più avanti. L’unica certezza che abbiamo è che i costi dei giornali in questo momento non si reggono più. È inutile cercare cose che scopriremo solo con il tempo.

(Continua a leggere su Lettera43)

E all’estero un articolo del Financial Times sulla fusione.

L’industria italiana dei media sta per ricevere uno scossone, dopo che Fiat Chrysler ha accettato di considerare un’operazione che farebbe assorbire La Stampa, il suo giornale di punta, nella società che controlla Repubblica, uno dei suoi competitori principali sul piano nazionale. L’accordo, se ufficializzato, segnerebbe la prima fusione nell’industria editoriale italiana dall’avvento della digitalizzazione, e romperebbe i rapporti consolidati nel settore.

(Continua a leggere sul Financial Times)

Un articolo di Libération:

«Alcuni osservatori avevano già previsto questo matrimonio quando il carismatico direttore della Stampa, Mario Calabresi, autore di diversi via vai tra i due giornali nel corso della sua carriera, aveva annunciato che avrebbe preso le redini di Repubblica lo scorso 15 gennaio, in sostituzione di Ezio Mauro, anche lui un affezionato del via vai tra le due testate».

(Continua a leggere l’articolo di Libération)

E ancora in Francia, Le Monde:

«Senza dubbio c’era stato un segnale. La nomina, in gennaio, di Mario Calabresi, ex direttore del quotidiano La Stampa (..) a capo di Repubblica era un preludio di grandi manovre. (…) Il grosso mangia piccolo? Almeno in apparenza».

(Continua a leggere sul sito di Le Monde)

Infine, il commento di ieri sera del peraltro direttore del Post Luca Sofri.

Data la crisi che riguarda in generale il business dell’informazione, chi si muove e fa cose coraggiose ha quasi sempre ragione, dal suo punto di vista. Ed è appunto troppo presto per giudicare nel dettaglio. Però, se si è incuriositi dalla peculiarità italiana citata sopra, non si può non notare che questo sembra un passo ancora più straordinario: due dei tre suddetti grandi quotidiani diventano della stessa proprietà, a cui per giunta partecipa quello che finora era anche il maggiore socio del terzo: non sono un fanatico della retorica dell’”editore puro” – che non esiste – ma qui siamo a livelli di impurità assolutamente inediti, e alla disintegrazione di ogni solidità e indipendenza identitaria delle testate (da molti anni la competizione tra i due quotidiani principali è rimasta tutta sui numeri, mai più su nessun terreno editoriale o giornalistico).

(Continua a leggere su Wittgenstein)

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