“La Berlusconi-Gheddafi connection”

Alla fine del mese Gheddafi torna in Italia, per festeggiare l'anniversario del trattato di Bengasi

© Roberto Monaldo / LaPresse
16-11-2009 Roma
Politica
Palazzo Chigi - Il Presidente del Consiglio Berlusconi incontra il leader libico Muammar El Gheddafi
Nella foto Silvio Berlusconi e Muammar El Gheddafi

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16-11-2009 Rome
Palazzo Chigi, government building - Italian Prime Minister Silvio Berlusconi meets whit lybian leader Muammar El Gheddafi
© Roberto Monaldo / LaPresse 16-11-2009 Roma Politica Palazzo Chigi - Il Presidente del Consiglio Berlusconi incontra il leader libico Muammar El Gheddafi Nella foto Silvio Berlusconi e Muammar El Gheddafi © Roberto Monaldo / LaPresse 16-11-2009 Rome Palazzo Chigi, government building - Italian Prime Minister Silvio Berlusconi meets whit lybian leader Muammar El Gheddafi

Lunedì 30 agosto il dittatore libico Gheddafi tornerà a Roma, per festeggiare il secondo anniversario del cosiddetto trattato di Bengasi, trattato di amicizia tra la Libia e l’Italia sottoscritto dai due paesi nell’estate del 2008. L’ultima volta che Gheddafi venne in Italia fu una spettacolo a metà tra il tragico e il comico: da una parte la tristezza di vedere accolto con tutti gli onori un personaggio protagonista di innumerevoli efferatezze e ingiustizie negli ultimi quarant’anni, dall’altra il singolare e curioso abbinamento tra la nota spiritosaggine di Berlusconi e l’atteggiamento sbracato e circense del leader libico, che come una navigata rock star si veste in modo stravagante, dorme in una sfarzosissima tenda, si porta dietro un’entourage composto da centinaia di persone, chiede – e ottiene – di incontrare un sacco di ragazze italiane.

L’anno scorso era stato Berlusconi a volare a Tripoli, e anche lì ne avevamo viste un bel po’: per dire, Gheddafi voleva che le Frecce tricolori volassero sulla Libia lasciando delle scie solamente verdi. Poco dopo quell’incontro il Guardian pubblicò un articolo intitolato “The Gaddafi-Berlusconi connection”, firmato da John Hooper, che raccontava delle imponenti convergenze finanziarie tra Berlusconi e Gheddafi, il cui rapporto sarebbe molto più che diplomatico. Approfittando della prossima visita di Gheddafi a Roma, l’articolo del Guardian è oggi ripreso e raccontato da Umberto De Giovannangeli sull’Unità, che ha anche scambiato due parole con lo stesso John Hooper.

Il Guardian scrive che nel giugno (2009) «come riportato da una piccola agenzia di stampa italiana, Radiocor», una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il 10 per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di Berlusconi. Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d’investimenti della famiglia Gheddafi. E l’altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, «con circa il 22 per cento» del capitale scrive il Guardian, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Non solo: Quinta Comunication e Mediaset possiedono ciascuna il 25 per cento di una nuova televisione via satellite araba, la Nessma Tv, che opera anche in Libia, sulla quale Gheddafi potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication. A Repubblica Ben Ammar puntualizza che Nessma Tv è di proprietà sua, al 25 per cento, di Mediaset per un altro 25, di due partner tunisini per il restante 50. L’ingresso di Gheddafi in Quinta Comunication, spiega, è avvenuto nell’ambito di un aumento di capitale ma solo perché interessato alla produzione di film sul mondo arabo.

Insomma, Berlusconi e Gheddafi sono soci nella proprietà di Quinta Communication, che a sua volta concorre insieme alla stessa Fininvest nella proprietà di Nessma TV. Che è una televisione piuttosto controversa: è quella alla quale lo stesso Berlusconi disse che il suo governo ha l’obiettivo di “aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia” e “dare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli e la possibilità di un benessere che significa anche la salute, l’apertura di tutti i nostri ospedali per le loro necessità” (c’è da augurarsi che nessuno in Tunisia gli abbia creduto, ma difficilmente sarà andata così). Ed è quella finita qualche mese fa in una grossa polemica col governo algerino, per una questione di concessioni e licenze. Secondo il giornalista del Guardian John Hooper, un anno dopo le cose non sono cambiate. “Non è stata fatta chiarezza sui loro rapporti”, ha detto all’Unità. Resta l’ipotesi che sia tutto già piuttosto chiaro.