Il Pd, Twitter e gli spartani

Non ricordo come sia iniziata ma ieri mi sono trovato, su Twitter, preso in un vortice di discussione tra elettori e militanti del Pd. Una discussione durata ore e che ha preso anche toni piuttosto pesanti. Io, che militante non sono, ho scoperto un mondo fatto di 300 spartani e giovani turchi. Ho scoperto che se scrivi qualcosa di critico, da elettore, sul gruppo dirigente attuale del Pd subito vieni “etichettato” come renziano (Anzi: «Renzi è il tuo mito»). Di più: «Prendi ordini da Matteo (Renzi, immagino). Anche «seguace di Zingales» mi è stato detto, come un’offesa spaventosa. Tutto questo a me e ad altri, ovviamente.
Ora, a me di Zingales non frega nulla. Di Renzi apprezzo un sacco di cose, altre meno. E così di Bersani. Ho fatto solo una constatazione ovvia: il gruppo dirigente del Pd è crollato a pochi metri dal traguardo, è un fatto. Devono parlarne, capirlo e agire. Tutto qui, una cosa ovvia, scontata. Che però evidentemente scatena rabbia e incredulità.

So che Twitter è un micromondo, che là fuori è tutto vasto e complesso, che la politica è poi fatta di consultazioni, mosse, contromosse. Però ieri (da ingenuo?) mi sono accorto che il Pd è anche un partito in cui c’è gente (tanta?) alla Previti, del tipo «Non si fanno prigionieri». Solo che i prigionieri da non fare in questo caso sono elettori dello stesso Pd, una larga fetta di elettori.
Non so come questa storia andrà a finire. So però che sotto una superficie che in questo momento può anche sembrare liscia e lineare si agita qualcosa che ribolle ed è pronto a esplodere. Come scrive oggi Stefano Menichini «il gioco politico al Pd non basterà più». Ho anche pensato che se la discussione di ieri, invece che su Twitter, fosse stata in una stanza, sarebbe finita malissimo. E sono certo che se un elettore neutro, o tiepidamente del Pd, avesse letto un po’ dei tweet che giravano ieri sarebbe scappato a gambe levate giurando che mai e poi mai avrebbe ancora votato Partito Democratico. Avrebbe pensato: «Ma questi non hanno capito niente».

La discussione è andata avanti a lungo, anche di sera, mentre andava in onda Ballarò. Parlavano di Grasso e Boldrini e della loro intenzione di tagliare lo stipendio del 30 per cento. Poi, in un servizio da Roma, si parlava delle case, vicino a Palazzo Madama, concesse ai vicepresidenti del Senato. Una giornalista ha avvicinato Rosy Bindi per strada e le ha chiesto di queste case. Lei ha risposto: «Ma questi non sono privilegi, sono strumenti che ci consentono di lavorare meglio». E allora, come si dice, mi sono cadute le palle. Ma io sono solo un elettore.

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