Rosa, Olindo e i processi tv

Mi è capitato di guardare Quarto grado su Rete 4, venerdì sera. Parlavano degli omicidi di Erba dell’11 dicembre 2006. Furono uccisi Raffaella Castagna, suo figlio Youssef, che aveva solo tre anni, la mamma di Raffaella, Paola Galli, e una vicina di casa, Valeria Cherubini. Il marito della Cherubini, Mario Frigerio, si salvò per miracolo: gli tagliarono la gola ma sopravvisse. Per quella mattanza sono stati condannati all’ergastolo Olindo Romano e Rosa Bazzi, i vicini di casa di Raffaella Castagna. Condannati in primo grado, sentenza confermata in appello; il 3 maggio ci sarà la Cassazione. Di dubbi, in tribunale, ce ne sono stati ben pochi.

Guardando Quarto grado sembrava improvvisamente invece che la storia fosse tutta da riscrivere. Il titolo della trasmissione, dietro il conduttore, era “Le falle dell’inchiesta”. Tante volte inchieste dei giornali o televisive hanno portato elementi nuovi, hanno anche fatto riaprire casi che sembravano irrisolvibili. Ma erano inchieste che portavano elementi nuovi. L’altra sera invece sembrava ci fosse una tesi preocostituita, da inseguire a tutti i costi. È stato mostrato un identikit: «Non assomiglia a Olindo Romano», si diceva in studio. Ma quell’identikit non l’aveva fatto la polizia. Era stato realizzato da un consulente degli avvocati dei coniugi Romano e non certo interrogando l’unico sopravvisssuto ma leggendo gli atti dell’inchiesta. Fare un identikit è una cosa complicata, si seguono schemi rigidi, bisogna sottoporre il testimone a decine e decine di domande.

In studio poi uno psichiatra sosteneva che la tesimonianza di Frigerio non può essere attendibile perché l’uomo era senza dubbio sotto shock. E ci mancherebbe altro, come si può non essere sotto shock se ti tagliano la gola? Ma, allo stesso modo, perché un testimone che ha visto tutto in prima persona, che ha subito un’aggressione, deve essere definito inattendibile? Siccome è stato ferito gravemente, la sua testimonianza deve essere considerata non valida? È stato poi detto che la confessione dei coniugi Romano è stata estorta. Dimenticando però di dire che la testimonianza dei due è stata più volte ripetuta. Non solo: quando la difesa, in un primo momento, tentò di prendere la strada della totale o parziale infermità mentale, mandò uno psichiatra a parlare più volte con i due. E loro raccontarono in diverse sedute la dinamica dell’omicidio punto per punto. Gli incontri avvenivano prima con uno poi con l’altra, i racconti coincidevano perfettamente. Quando poi la Difesa cambiò strategia, e cioè puntò sulla ritrattazione, lo psichiatra lasciò l’incarico.

È stata poi tralasciata completamente la questione movente: c’era un odio viscerale dei due coniugi nei confronti della famiglia Castagna. Un odio che continua ancora oggi, per quanto possa sembrare assurdo. Le motivazioni della sentenza di secondo grado lo spiegano molto bene. La trasmissione si è conclusa con l’intervista ad Azouz Marzouk, marito di Rafaella Castagna e padre di Youssef. L’hanno raggiunto in Tunisia, vive lì, non può rientrare in Italia perché ha avuto un decreto definitivo di espulsione. Ha detto di avere anche lui dubbi sulla colpevolezza di Rosa e Olindo. Che bisognerebbe rifare tutto da capo. Azouz ha il diritto di dire ogni cosa, ha subito cose inimmaginabili. Però chi ha avuto a che fare con lui sa che pur di comparire in televisione farebbe qualsiasi cosa. Per lui, più si parla della storia e meglio è.

La trasmissione ha poi sfoderato il colpo finale, quasi ovvio. Nemmeno tanto velatamente sono stati sollevati dubbi sulla famiglia Castagna. Aleggiava la domanda: non è che l’omicidio è una storia di famiglia? Proprio come una piccola macchina del fango. D’altra parte l’abbiamo sentito spesso un ragionamento del genere: «Ma no, ma che andate a cercare in giro, guardate in famiglia…». Tutt’altra storia, ma accadde anche per l’omicidio di Mauro Rostagno e chissà quante altre volte ancora.

La tramissione si è così conclusa con questi dubbi. Dubbi che in realtà in tribunale non ci sono mai stati. E che difficilmente compaiono se solo si leggono gli atti e si ascoltano le testimonianze. Intendiamoci, qualsiasi dubbio è legittimo, va ascoltato, seguito, verificato. Ma non è che tutti i processi debbano per forza essere sbagliati. Perché è questa l’impressione che rimane in questo periodo guardando tante trasmissioni. Sotto sotto, o dietro, c’è sempre questa teoria che gira. Teoria non detta apertamente ma lasciata vagare qua e là, tra un racconto e un altro. La teoria secondo cui i magistrati che indagano, indagano male e che i giudici che giudicano sbagliano quasi sempre. Ma forse, appunto, la mia è solo un’impressione.