I dieci discorsi della pandemia, commentati

Gli annunci, i messaggi solenni, gli appelli alle popolazioni, le spiegazioni, le implicazioni politiche: i due mesi che il mondo ha fin qui trascorso col coronavirus sono stati, tra le molte altre cose, anche un incredibile test della capacità di comunicazione, diretta e personale, dei leader delle nazioni e del mondo, politici, di governo e spirituali. In un momento in cui rivolgersi al pubblico è apparsa una necessità fondamentale per l’efficacia delle norme di contenimento, per la tenuta sociale e psicologia delle popolazioni, in definitiva anche per la salvezza delle vite umane.

Non una graduatoria, dunque, ma una rassegna degli stili, dei contesti, dei contenuti, dei risultati.

1. Papa Francesco

Impossibile non partire da piazza San Pietro, ore 18 del 27 marzo. Immagini che resteranno nella storia, hanno commentato in molti. Per sfuggire alla retorica, si può dire che con la benedizione Urbi et orbi di quel venerdì sera si è realizzato un magistrale cortocircuito fra spirito, tecnica, professionalità e storia. Tutto si è fuso alla perfezione: la spontanea capacità comunicativa del papa; la cupezza della serata romana sotto la pioggia; il palco in posizione strategica, unico punto di luce al culmine di una piazza buia e deserta, conosciuta da ogni abitante della Terra come una delle più affollate del mondo; lo sfondo del colonnato del Bernini, cioè dello scenografo più famoso della storia dell’arte.

Eppure tutto ciò non sarebbe stato altrettanto forte se alla base non ci fossero stati due elementi dirompenti. Il primo: l’attesa emozionata di milioni di persone (oltre 17 solo in Italia), che in quei giorni avevano appena cominciato a vivere in una condizione sconosciuta e disorientante. Il secondo: la perfetta corrispondenza, nella contraddizione, tra messaggio visivo e messaggio parlato. Il papa parla in una piazza che, così come appare, non può che indurre inquietudine e perfino paura (quanti film ne hanno fatto epicentro, proprio come appariva quella sera, di eventi catastrofici, sovrannaturali, apocalittici); all’opposto, le sue parole sfidano esplicitamente proprio quella stessa paura. Alla lettera, con termini che richiamano espressamente il contesto scenico:

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“Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti”.

È talmente riuscita la sincronia che alla fine del messaggio per tutti, almeno per una volta, la parola di Dio di cui il papa si fa latore diventa di comprensione ed efficacia immediata: “Non abbiate paura”. Capolavoro di comunicazione.

2. La Regina Elisabetta

Anche qui, l’operazione comunicativa si fa forte di un privilegio di esclusività. Solo Elisabetta d’Inghilterra, dal castello di Windsor e dall’alto dei suoi 93 anni, può ricorrere in prima persona allo strumento più potente in tempi di crisi: la storia nazionale. Perché lei è la storia d’Inghilterra, e quando nei quattro minuti del discorso alla nazione del 5 aprile rievoca la resilienza del popolo britannico negli anni della guerra, è di se stessa che parla. C’è lei quattordicenne, nel filmato d’archivio che, irritualmente, viene montato sulle sue parole. La giovane principessa che nel 1940 parla via radio ai suoi coetanei sfollati sotto le bombe è la stessa persona che ottant’anni dopo parla in tv ai sudditi costretti all’isolamento dentro casa: dunque nell’invito a resistere non può esserci un testimonial più coerente, credibile, affidabile.

Eppure l’operazione contiene un rischio, quello di imporre dal trono un modello pesante di comportamento, inimitabile dunque distante, alla fine perfino controproducente. Qui subentra l’abilità tecnica della regina e dei suoi speechwriters. Il claim che, come in ogni spot pubblicitario, chiude i quattro minuti è una frase amichevole e colloquiale che riporta dalla dimensione della storia patria a quella dell’incontro casuale al pub: “We will meet again”.

Diventerà titolo d’apertura di tutti i quotidiani, il giorno dopo. Con una tempistica micidiale, in questo caso involontaria: lunedì 6 aprile la regina deve condividere le prima pagine con la notizia del ricovero in ospedale del premier Boris Johnson. Sicché il messaggio si perfeziona e arricchisce: keep calm and carry on, c’è comunque qualcuno al comando. La migliore condottiera possibile.

3. Jacinda Ardern

Se Giuseppe Conte e Rocco Casalino sono stati messi in croce per aver trasmesso i messaggi del presidente del consiglio dal suo account Facebook, della premier neozelandese Jacinda Ardern si dovrebbero chiedere le dimissioni immediate. Invece siamo proprio agli antipodi, per cui i colloqui che di sera la neanche quarantenne premier laburista intreccia proprio su Facebook con i suoi concittadini sono diventati un must della comunicazione in tempo di pandemia. Come ha scritto l’ex spin doctor di Blair, Alastair Campbell, “Ardern is surely one, if not the, standout leaders of this crisis”.

Probabilmente lo standard definito nella sua chat social dalla premier in tuta da casa, dopo aver messo a letto la figlia di due anni, è un po’ inarrivabile per altri leader mondiali, soprattutto maschi. Ma anche se andiamo su format più canonici, la capacità comunicativa rimane altissima. La Nuova Zelanda è stata rapida ed efficace, aiutata dalla dimensione insulare, nel decidere il lockdown e nel contenere l’epidemia: misure non diverse da quelle degli altri. Solo che la premier le ha tutte motivate nel dettaglio, spiegando nel linguaggio di ogni giorno perché sarebbe stato inutile accalcarsi davanti a supermercati e i rischi che si sarebbero corsi violando le consegne.

La strategia del sorriso ha toccato due momenti particolarmente alti. Il primo, quando chiudendo un messaggio al paese Ardern ha messo in guardia contro qualcosa che qui conosciamo bene: il rancore e la voglia di farsi giustizia di chi passeggia per strada. “Far rispettare le regole è il mestiere nostro, non il vostro. Con i vostri vicini voi siate gentili e amichevoli, stabilite contatti umani, sentitevi spesso per telefono”. Il secondo, quando in una conferenza stampa ha avvertito i bambini neozelandesi che due categorie di key workers – il coniglietto che porta le uova di Pasqua e la fatina che scambia i dentini caduti con le monete – avrebbero avuto difficoltà a muoversi per il paese, ma che questi servizi essenziali sarebbero stati comunque assicurati da qualcuno.

Anche qui, standard inarrivabile, per gli uomini. Non per altre donne leader: Emma Solberg, premier norvegese, e Mette Frederiksen, sua collega danese, hanno tenuto due “conferenze stampa” dirette proprio ai bambini dei loro due paesi. A quella della Solberg del 16 marzo, addirittura, le domande degli adulti non erano ammesse: “Lo so che sono state cancellate tante vostre feste di compleanno, è un vero peccato”.

4. Emmanuel Macron

Il presidente francese non figurava certo nella scarna colonna dei buoni, sulla lavagna mondiale del coronavirus. Ritardi, gaffes, contraddizioni, un altro grande paese che si fa trovare impreparato dall’emergenza, reagisce troppo lentamente, accusa deficit di personale e di materiale. Eppure in queste settimane l’apprezzamento verso il governo e verso l’Eliseo era già salito, partendo da livelli molto bassi pre-pandemia.

Nelle intenzioni di Macron il discorso presidenziale alla nazione del 13 aprile serve ad annunciare che le misure di blocco saranno prorogate fino a maggio ma anche a rafforzare la ritrovata empatia fra il presidente e i francesi. Lui dà il meglio di sé, che non è poco vista la professionalità del personaggio, e il risultato sono i 25 minuti del discorso probabilmente più avvolgente ed efficace fatto da un politico in questo periodo.

Ci sono molti ingredienti comuni ad altri discorsi, nel messaggio (il riconoscimento del sacrificio in corso, il ringraziamento ai lavoratori essenziali, la raccomandazione a continuare…), ma ce ne sono almeno due insoliti e molto forti. Il primo sta nell’affermazione della grave ineguaglianza con la quale francesi poveri e ricchi devono affrontare la crisi: molti di loro in case piccole, senza connessioni alla rete, in situazioni famigliari disagiate o addirittura pericolose e violente. Non si tratta solo di economia e non è un concetto scontato da esprimere in un contesto del genere: vale come riposizionamento macroniano fuori dalla scomoda immagine che lo vuole uomo delle élite troppo lontano dai problemi del popolo.

Il secondo ingrediente, sparso a piene mani nel corso del messaggio, è l’autocritica: la Francia era impreparata ed è ancora inadeguata per mezzi e dispositivi. Chi la guida deve riconoscere gli errori in maniera onesta, sincera, con umiltà (termine ripetuto più volte). E lavorare a un futuro che sarà diverso per tutti: “Dovremo tutti reinventarci, io per primo”.

“Io per primo”. Ecco il messaggio politico, per niente subliminale. La ripresa sarà lunga, sarà faticosa e sfidante, io ne sarò la guida e per farlo so che dovrò cambiare. Mancano meno di due anni alle presidenziali francesi: il coronavirus sarà la base sulla quale il “nuovo” Macron cercherà di costruire la propria riconferma. Ha cominciato domenica 13 aprile.

5. Barack Obama

Non è propriamente un discorso sul coronavirus. E l’ex presidente non ha alcun ruolo, a nessun livello, nel contrasto alla pandemia esplosa negli Stati Uniti più che in ogni altro paese. Eppure siamo perfettamente in tema. Perché una leadership così forte ha dovuto affrontare una sfida notevole il 14 aprile: confezionare un discorso politico di tipo “ordinario” – l’atteso endorsement elettorale per il suo ex vice e candidato alla Casa Bianca, Joe Biden – in un momento straordinario nel quale era altissimo il rischio di risultare fuori luogo, fuori tono, fuori contesto.

C’è riuscito, Barack Obama? Neanche a dirlo, c’è riuscito. Naturalmente il mondo politico e i media si sono concentrati sull’attento bilanciamento politico del messaggio (l’esplicito riconoscimento a Sanders, la descrizione di Biden schietto figlio del popolo, il proporsi come perno di garanzia di una ricostruita coalizione democratica anti-trumpiana e l’accorto non-riproporsi come frontman), ma l’intero discorso ha potuto raggiungere il bersaglio, anche quello polemico contro la Casa Bianca, perché Obama l’ha calato non nell’astratto agone di Washington ma in una visione dell’America della pandemia e della post-pandemia.

Una nazione che riscopre i valori della solidarietà, del sacrificio, della professionalità posta al servizio degli altri, del coraggio dei tanti che si trovano a operare sulla linea del fronte. E fin qui siamo agli ingredienti consueti di molti buoni discorsi di questa stagione (come quello del neoeletto leader dei laburisti inglesi, Keir Starmer, che il 4 aprile ha dovuto trasformare il messaggio di accettazione dell’incarico in un bel ragionamento su come il Regno Unito possa uscire più solidale dalla crisi).

Ma Obama fa il passo oltre: nella crisi si capisce meglio ciò che manca all’America, e non solo all’America, del populismo contemporaneo, quindi per converso si capisce meglio ciò che un uomo di esperienza e di compassione come Biden le potrebbe restituire. È il punto cruciale del discorso, che mai cita il nome di Trump. La crisi della pandemia ci fa capire che cosa conta davvero: “Il governo conta, il buon governo conta, i fatti e la scienza contano, il rispetto della legge conta, e contano i buoni leader capaci di onestà, di trasparenza e di unire invece di dividere”.

Un buon sunto di tutto ciò che Trump non è e non potrà mai essere. E siccome gli americani sono pragmatici, l’elenco di ciò “che conta” si chiude con l’appello a iscriversi alle liste elettorali (eterno assillo democratico) e a mandare soldi per bilanciare almeno un po’ lo strapotere finanziario repubblicano: le basi del mestiere, che neanche il coronavirus cambierà.

6. Boris Johnson

Se lo avete presente quando, da sindaco di Londra, rimase appeso come un prosciutto alla zip-line olimpica appena inaugurata, non assocereste mai il premier inglese né ai momenti eroici di Winston Churchill né a quelli tragici di William Shakespeare. Eppure BoJo – come affettuosamente viene appellato – sul coronavirus ha provato a recitare da Churchill, di cui è biografo, e ha poi vissuto giorni shakespeariani, colpito da una nemesi che nessuno gli aveva augurato perché, oltre a essere di cattivo gusto, ci sarebbe voluta troppa fantasia per farlo.

La parabola di Johnson parte dall’infausto 12 marzo nel quale, mal consigliato dagli scienziati di stato ma soprattutto dalla sua ideologia neoliberista libertaria e dall’inquietante spin doctor Dominic Cummings, annuncia ai concittadini che molti di loro dovranno rassegnarsi “a perdere i propri cari prima del tempo”. È l’ormai famoso discorso della “immunità di gregge”, in quel momento il Regno Unito è l’unico grande paese ad annunciare di volersi piegare a subire la pandemia senza contenerla né arginarla, lasciando morire i più anziani e malati in cambio del business as usual.

Da questo momento pseudo-churchilliano si salta esattamente un mese più avanti, ed eccoci al 12 aprile. BoJo ha trascorso una misteriosa settimana malato di coronavirus a Downing street, e poi un’altra drammatica settimana ricoverato in terapia intensiva al St. Thomas Hospital: i più, e a quanto pare lui stesso, hanno temuto che non ne sarebbe uscito vivo. Invece ne esce vivo (anche molto rapidamente, rispetto agli standard del virus) e appena mette piede nella residenza di campagna dove trascorrerà la convalescenza, agli Chequers, indirizza un altro video-appello alla nazione.

Questo è il discorso più interessante, per un motivo soprattutto. Perché nel ringraziare sentitamente il servizio sanitario britannico nel suo insieme e i singoli infermieri e medici che gli hanno salvato la vita, il premier conservatore evoca in chi lo ascolta tre momenti chiave della recente storia politica Tories. L’errore tardivamente corretto sull’immunità di gregge è solo l’ultimo dei tre, più eclatante. Prima di questo c’è stata la strategia di tagli alla spesa pubblica per il NHS, che secondo lo stesso servizio sanitario ha portato ad aver buchi nel personale infermieristico fino a 43.000 unità all’inizio del 2019, e a scelte obiettivamente clamorose come la privatizzazione (in mani americane) della raccolta del sangue. E poi c’è Brexit: nel momento in cui Johnson ringrazia, nominandoli, gli infermieri che ha avuto maggiormente vicino, a nessuno sfugge che si tratta di due stranieri, una neozelandese e un portoghese. Moltiplicato per tutti i malati di coronavirus nelle terapie intensive del regno, se ne deduce che la vita di migliaia di britannici è appesa alla professionalità di gente che gli stessi britannici su sollecitazione di Johnson hanno deciso di allontanare dal paese.

Ma il premier è un gran comunicatore, improvvisatore sistematico, con uno stile molto personale che lo porta spesso alla gaffe ma altrettanto spesso a momenti di forte empatia. Col risultato, nel caso del messaggio del 12 aprile, che l’intera Gran Bretagna ha salutato guarigione e ritorno con sollievo e secondo gli indici di gradimento gli ha (per ora) perdonato un seguito di errori capitali che avrebbero stroncato chiunque altro.

7. Sergio Mattarella

È il discorso, ormai celebre, del ciuffo di capelli fuori posto e della battuta col portavoce Giovanni Grasso. La sera del 27 marzo c’è il rischio di sovrapposizione oraria con la lunga diretta della clamorosa benedizione di papa Francesco in piazza San Pietro, dunque il Quirinale annuncia un importante messaggio del capo dello stato ma non fissa un momento preciso per la messa in onda, bensì distribuisce il video alle emittenti e lo mette su YouTube in maniera un po’ casuale.

Questo, insieme all’errore tecnico di aver postato e distribuito un video non tagliato né editato, contenente la famosa battuta sul barbiere, causa una serie di imprevisti assolutamente inediti per un appello presidenziale: alcune redazioni di tg si accorgono del fuori-onda involontario, prendono tempo per tagliarlo e ritardano nella trasmissione; altre, volutamente o no, trasmettono subito la versione integrale “sbagliata”; la stessa che circola da subito sui social, presa da YouTube. Il risultato è che chi, da casa, sa del discorso e lo aspetta, ne fruisce per una volta in maniera casuale, in tempi sfalsati, magari leggendo sui social commenti che non corrispondono a quello che hanno visto e sentito.

In altri momenti, in altri luoghi e con altri leader, questa piccola tempesta sarebbe stata sufficiente a far saltare teste. Qui invece si realizza un cortocircuito positivo che non ha nulla a che vedere con l’intenzione comunicativa originaria, ma molto a che vedere con la personalità di Mattarella e col rapporto che gli italiani hanno con lui da prima. Il presidente dice nel discorso cose importanti, nel suo intento di incoraggiare, rassicurare e di fornire un senso e un orizzonte ai sacrifici che gli italiani stanno facendo, a quel punto da quasi tre settimane. Ma stavolta le sue parole predisposte risultano perfino meno efficaci di quelle spontanee, sfuggite, gli scambi col tele cineoperatore e col portavoce: è un trionfo comunicativo per tutti, che rafforza il ruolo di leadership morale del capo dello stato.

8. Frank-Walter Steinmeier

Nell’epicentro del conflitto europeo sugli aiuti economici, emerge nel giorno di Pasqua un messaggio tanto semplice e lineare nei contenuti e nell’ispirazione cristiana (evangelica, in questo caso), quanto spiazzante rispetto alle cronache e alle recriminazioni reciproche che rendono drammatica la ricerca di una politica comune europea di sostegno e di ripresa durante e dopo la pandemia. Il discorso del presidente federale tedesco Steinmeier è interamente centrato sul concetto di solidarietà innanzi tutto all’interno del popolo tedesco. Il riferimento alla gratitudine verso medici, infermieri, operatori sanitari e verso tutti i lavoratori esposti negli impieghi “essenziali” è il leit-motiv che rende il discorso molto simile, in questa parte, agli altri proposti in questo periodo a ogni latitudine.

Né sarebbe di per sé particolarmente sconvolgente l’altro corno del discorso, quello sulla necessaria solidarietà tra i paesi più poveri e più ricchi, e all’interno dell’Unione europea. Senonché, anche in questo caso è il contesto che decide. E il semplice gesto accennato verso la bandiera azzurra europea che gli sta alla sinistra ha una gran forza, da parte del presidente di una potenza economica generalmente considerata, mai come in questi tempi, capofila dell’egoismo dei ricchi.

Chiaramente, nel tenere questa linea per Steinmeier giocano il suo impegno come ministro degli esteri per otto anni nei governi di coalizione di Angela Merkel e la sua appartenenza politica (socialdemocratico riformista). E non è probabile che il messaggio di Pasqua del presidente possa incidere più di tanto nelle trattative a livello di Consiglio europeo sulle caratteristiche dei Recovery Bond, dove siedono ministri tedeschi di sensibilità diversa dalla sua. Ma rimangono la forza del messaggio e il suo valore universale: come pochi fra i discorsi importanti di queste settimane, quello di Steinmeier si rivolge a un pubblico più vasto di quello nazionale (compito precipuo di un capo di stato, non di governo), e riesce a trasmettere al mondo un’immagine del proprio paese forse non esattamente aderente alla realtà delle scelte compiute, ma sicuramente molto amichevole e vicina.

9. Edi Rama

Il discorso del premier albanese Edi Rama di domenica 29 marzo è decisamente una particolarità. Perché non è rivolto al proprio popolo, ma a un popolo vicino, cioè agli italiani. È un messaggio semplice, un po’ troppo insistito sulla metafora bellica, letto da una pista aeroportuale, comunica e spiega innanzitutto in italiano (poi tradotto in albanese) le motivazioni della partenza di un’equipe di medici e infermieri albanesi per la Lombardia. Ma ha un’analogia forte con discorsi più solenni, come quello della regina Elisabetta: perché anch’esso si appoggia sulla storia e la cita, ne fa argomento e motivazione profonda. Le relazioni tra le due sponde dell’Adriatico sono state segnate da invasioni, di militari o di migranti, e non sono sempre state facili. L’esito di questo percorso storico, nel messaggio di Rama, è però ormai un’integrazione pacifica talmente profonda da far sì che l’Italia sia per gli albanesi semplicemente un’altra patria, da aiutare come fosse la propria.

C’è anche un esplicito investimento geopolitico, laddove una nazione che si riconosce piccola e non ricca annuncia un gesto di solidarietà verso l’Italia che altre nazioni “anche molto ricche” non hanno voluto fare, “girando le spalle”. Questo gesto e questo messaggio hanno avuto un’eco notevole in Italia, giustamente molto oltre l’entità effettiva dell’aiuto portato: Rama ha rafforzato nel momento migliore una partnership che per lui è sempre stata strategica.

10. Jair Bolsonaro

Il presidente del Brasile è la pecora nera del gruppo, tutti sanno perché. Anche lui è titolare di una leadership internazionale, quella che a Donald Trump è impedito di impersonificare fino in fondo come gli sarebbe congeniale: Bolsonaro è alla testa del fronte dei negazionisti, i capi di stato e di governo (tendenzialmente a vocazione autoritaria) che in pochi paesi del mondo hanno deciso che il coronavirus non esiste, o che non è una malattia sufficientemente seria da doverli costringere a stravolgere la vita di tutti i giorni e soprattutto l’economia nazionale.

Bolsonaro, nel suo estremismo, è interessante intanto perché ha il coraggio (o la sfrontatezza) di dare voce a un istinto di rigetto in realtà assai diffuso in molte parti del mondo, che all’inizio veniva dichiarato e che è affiorato anche in discorsi pubblici e politici, prima di essere smentito dai fatti e di diventare inconfessabile e impopolare. In secondo luogo perché, sempre nel suo candore, esplicita alcuni dei caratteri più profondi del populismo internazionale: il machismo e la deresponsabilizzazione. Dal primo dei suoi discorsi alla nazione sul virus a quelli successivi, scanditi di settimana in settimana, i toni calano e gli argomenti si aggiustano. Ma quello che appare più sincero e sentito rimane il primo, quello trasmesso dal canale presidenziale il 24 marzo: i brasiliani vanno difesi sia dalla morte per malattia che dalla morte per fame e povertà, dunque nessuna isteria e nessun blocco; la Covid-19 colpisce prevalentemente sopra i 60 anni ma io (Bolsonaro ha 65 anni) ne risulterò immune grazie al mio passato da atleta; i media hanno diffuso paura strumentalizzando la situazione italiana. Io da quando sono stato eletto ho già fatto tanto bene al paese, non mi farò fermare dal contagio.

Colpisce anche, già il 24 marzo e poi nei discorsi successivi, il riferimento continuo a un altro punto che non allontana ma in questo caso avvicina il Brasile ad altri paesi: il conflitto tra governo centrale e governi locali (governatori, sindaci) ai quali Bolsonaro imputa misure inutilmente restrittive e la mancata obbedienza alla linea nazionale. Un’altra costante della pandemia è dunque che le azioni necessarie al suo contrasto possono aprire maggiori contraddizioni e difficoltà in alcuni stati a struttura federale (Usa, Brasile, a modo suo e nelle aspirazioni di alcuni l’Italia) rispetto a quelli più centralizzati.