Gli errori evitabili di Renzi e Bersani

Non c’è dubbio, sarebbe stato meglio se Matteo Renzi si fosse potuto tenere fuori dalle trame romane per il Quirinale. Come aveva promesso, come lo avevamo incoraggiato a fare. Come non sta accadendo, con danni per tutti.

Convinto che nella partita per la presidenza della repubblica Bersani stia giocando per metterlo fuori gioco nelle sue ambizioni di leadership, Renzi si è assunto un ruolo che sarebbe stato più adatto a qualcun altro (in questi casi, l’ideale sono i parlamentari amici): l’affossatore di candidature del proprio partito.
Evitiamo di straccarci le vesti. Da che le bizzarrie della storia hanno voluto che la corsa al Colle fosse un torneo sempre tutto interno al centrosinistra, gente dello stesso schieramento se l’è spesso data di santa ragione. Come al solito, Renzi fa le stesse cose che fanno gli altri, solo in maniera più scoperta e clamorosa, esponendosi a repliche e ritorsioni.
Si assiste così allo spettacolo che avevo descritto la settimana scorsa: un Pd che sulle pendici del Quirinale scarica le proprie tensioni interne come faceva la Dc delle correnti, dando agli altri la possibilità di sfruttare le divisioni.
Le responsabilità per questa situazione non sono di uno solo.

Il centrosinistra del 1999 e del 2006 non era certo un campo di mammole, eppure D’Alema e Fassino seppero pilotare verso Ciampi e Napolitano con energia e abilità. Bersani deve fare i conti con una agenda istituzionale e una geografia parlamentare più complicate, però non si è facilitato il compito tenendo se stesso al centro dei giochi, dal primo giorno dopo la sconfitta elettorale fino a oggi: a voler fare l’allenatore e anche il centravanti si beccano fatali contropiede, si scontenta un sacco di gente, si alimentano sospetti.
Sospetti ingiusti, se consideriamo la persona di Bersani: senza discussione, il più disinteressato dei politici italiani.
Sospetti inevitabili, quando Bersani pare muoversi più che altro come scudo contro la possibilità che il Pd sia guidato presto dal suo rivale delle primarie.

Da qui a giovedì è doveroso rimettere la situazione in piedi, ridando a ognuno il ruolo che gli spetta e concentrandosi sull’unico significato possibile di questo appuntamento: dare all’Italia un presidente simbolo dell’unità nazionale all’altezza di Giorgio Napolitano. È già un obiettivo improbo da sé, senza che il Pd lo renda impossibile.

Stefano Menichini

Giornalista e scrittore, romano classe 1960, ha diretto fino al 2014 il quotidiano Europa, poi fino al 2020 l’ufficio stampa della Camera dei deputati. Su Twitter è @smenichini.