La strada da prendere

Si sapeva che sarebbe stata la partita più difficile. E lo è, anche mettendo da parte le liturgie che in queste occasioni fanno sempre riscaldare la temperatura nelle ultimissime ore, conducono sull’orlo della rottura, impongono rinvii e congelamenti delle discussioni.

Impossibile dire, ieri sera, se il confronto sul nuovo mercato del lavoro potrà chiudersi positivamente fra le parti sociali, come appare a tutti essenziale. La giornata decisiva sarà domani, con l’ultimo incontro con il governo. Ma già oggi tante cose si capiranno dalla cruciale riunione dello stato maggiore della Cgil.

In un quadro così delicato, ieri Monti ha messo sul tavolo una posizione che rappresenta una novità in questo campo. Potrebbe rivelarsi solo una mossa tattica, per spingere i sindacati a firmare, ma l’annuncio che la riforma sarà portata in ogni caso in parlamento, limitandosi ad “allegare” le opinioni delle parti sociali, vuol dire restituire alla politica e ai partiti la responsabilità ultima per un cambiamento di regole che in effetti riguarda tutto il paese, comprese intere fasce sociali che nessuno rappresenta ai tavoli di palazzo Chigi.

Il governo non ha forzato la mano. Ha detto la sua, ha trattato, ha corretto le posizioni, ha dato il tempo necessario. Sono state fatte gaffes evitabili, il messaggio di fondo però è rimasto coerente, quello di inizio mandato: siamo qui per cambiare nel nome soprattutto di giovani e donne. L’ha ripetuto ieri Fornero (che anche per questa esposizione risulta essere il ministro più conosciuto e apprezzato), disegnando il mercato del lavoro di un paese molto diverso dall’Italia che abbiamo conosciuto.

La riforma appare ampia. Mette sulle aziende il giusto carico, per i costi del lavoro a tempo determinato e degli ammortizzatori. Là dove tocca l’articolo 18, la Cgil non accetta la linea Fornero ed è improbabile che ci ripensi nelle prossime ore. Il che, considerata la determinazione di Monti a procedere in ogni caso in parlamento, metterà il Pd di fronte a una scelta difficile. Bersani s’era già sbilanciato positivamente cinque giorni fa, dopo il vertice dei segretari.
È vero, Monti rischia. Il Pd però ci sarà ancora quando Monti non sarà più premier: si può dire che rischia anche di più. Secondo noi, non può non imboccare la strada aperta, finalmente, verso un’altra Italia del lavoro, così come ieri sera la descriveva Elsa Fornero.