L’alternativa al bollito

La giornata è dominata dall’harakiri di Berlusconi, che dall’interno del tribunale di Milano si fa trascinare dall’odio verso i magistrati nell’unico giorno in cui doveva evitarlo. Per rispetto verso i famigliari delle vittime del terrorismo che venivano in quell’istante onorate al Quirinale, o semplicemente per calcolo d’opportunità.

È apparsa abbastanza patetica, oltreché inutile, la sfilata di capi e capetti del Pdl che per tutto il pomeriggio di ieri si sono affannati a mettere una pezza, a proporre improbabili distinguo fra i pm di Milano e gli altri magistrati. Berlusconi è quello che pensa che per entrare in magistratura occorra essere malati di mente: l’ha detto più volte, c’è poco da aggiustare. Peggio per lui se è incorso in un infortunio facile da schivare: la trappola, a volerla giudicare tale, era ben visibile. La verità è che il presidente della repubblica sta forzando molto in difesa dell’ordine della magistratura. La giornata di ieri gliene dava una straordinaria e giustificata occasione. Berlusconi doveva solo riuscire a tacere: non c’è riuscito perché ormai è ottenebrato, privo di lucidità.

Proprio la défaillance berlusconiana accende i riflettori sul suo possibile successore, erede o magari rivale. E vale la pena di soffermarsi un attimo sul Tremonti del comizio leghista di Bologna di domenica. Quello che «se vince la sinistra il prossimo sindaco si chiamerà Alì». Chissà se il ministro si esprime con tanta volgarità nei seminari dell’Aspen, quando parla a Davos, nelle riunioni dell’Ecofin.

Lì si accredita come statista, in Italia passa per filosofo. Ma ora sappiamo che, se dovesse mai chiedere voti, non varrebbe mezzo Calderoli, si farebbe sovrastare intellettualmente da Gasparri. Dovendo improvvisare un mestiere che non è il suo, Tremonti stecca malamente. È un’altra spia rossa che s’accende nel Pdl.

Se Berlusconi è bollito, chi dovrebbe prendere il suo posto semplicemente non è capace.