La ventinovesima impiccagione nelle carceri italiane

Bari, 27 giugno. D.S., persona detenuta di 28 anni, si è impiccato nel pomeriggio all’interno del bagno della sua cella, situata nella terza sezione del vecchio e sovraffollato carcere di Bari. Un carcere vecchio, perché realizzato nel 1926. Sovraffollato, perché potrebbe ospitare solo 250 detenuti, mentre oggi ne contiene 530. Un sovraffollamento che determina la morte. Vivere in otto persone all’interno di celle di pochi metri quadrati e restare lì chiusi per 22 ore al giorno, non è vita. Non è neanche vita da detenuti. E infatti.

D.S. è rientrato in cella dopo aver fatto il colloquio con i familiari. Ha preso un lenzuolo, ne ha fatto un cappio e si è impiccato alle grate della finestra del piccolo bagno. D.S. è la 29esima persona detenuta che dall’inizio dell’anno rinuncia a vivere in carcere. Il nono, solo in Puglia. Numeri che raccontano persone, il loro abbandono, e il fallimento di uno Stato di diritto. Ma il conteggio potrebbe essere inesatto. Dalle carceri arrivano segnalazioni di altri decessi. Decessi che però non sono confermati ufficialmente (cosa che è divenuta sempre più difficile). Ad esempio pare che l’8 giugno una persona detenuta sia morta nel carcere Poggioreale di Napoli. Mentre il 18 giugno, una persona detenuta si sarebbe impiccata nel carcere di Spoleto. Morti sconosciute o spietata strategia?

P.S. Oltre ai numeri, che dicono poco, sarebbe utile immedesimarsi nelle vicende degli altri. (Attività assai fuori moda). Già immedesimarsi. Si scoprirebbe che morire impiccati in carcere, senza l’assistenza di un boia esperto e usando strumenti improvvisati come lenzuola, magliette ecc, significa affrontare un’agonia di 10 o 15 minuti. Sempre se non si abbia la “fortuna” di rompersi l’osso del collo prima.

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