Una baracconata ci seppellirà
«Il mito borghese della misura e della compostezza appartiene decisamente al passato»

Alla Casa Bianca, per festeggiare gli ottant’anni dell’imperatore, è stato montato un enorme ring per le arti marziali sovrastato da una struttura d’acciaio (sessanta milioni di dollari). Si aggiunge alla sala da ballo in stile greco-romano come lo si intende a Las Vegas (duecento milioni di dollari) e alle generose dorature introdotte da Trump negli interni di quel vecchio palazzo neoclassico, che nessuno avrebbe mai previsto piegato all’estetica dei Ferrero Rocher.
Qualcuno definisce quel luogo istituzionale, così trasfigurato, “un Luna Park” o “un circo”, ma la mia memoria si ribella: del Luna Park così come del circo ho un’idea felliniana, erano luoghi poveri e popolari, lunari e malinconici. Mi vengono in mente Zampanò e Giulietta Masina, il domatore vestito da domatore e il leone stracco che per guadagnarsi la bistecca lo asseconda. Lavoratori, certo non la corte di miliardari irrefrenabili che fa corona a Trump. Come massimo del lusso circense, ho in mente il caravan imbottito di tappezzerie e tendaggi di Moira Orfei. Pareva cotonato come la sua residente.
Devo proprio essere un borghese, nel senso novecentesco del termine, perché la pacchianeria di Trump mi ripugna come se fosse un tratto “politico” della persona. Non solo un tratto estetico. L’uso contundente del quattrino, l’ostentazione gongolante del lusso, il cattivo gusto americano portato al parossismo senza che una sola particola residua del perdurante stile europeo della East Coast possa fare da anticorpo, senza che una vaga percezione della varietà del mondo, della sua biodiversità umana, sconsigli di considerare il pianeta intero come un insieme di lotti non solo edificabili, ma anche riconducibili a un’unica estetica.
Come quella Nuova Gaza dorata e servile, eretta sul sangue dei suoi abitanti e messa a disposizione dei ricchi clienti occidentali, illustrata in un video che non si è mai capito bene se satirico (per screditare Trump e Netanyahu) o promozional-trionfalistico: difficile immaginare qualcosa di più violentemente imperialista, e di più stupidamente incapace di accettare che il mondo esista di suo, e sia molto differente mano a mano che ci si allontana da Mar-a-Lago.
Non dimenticherò mai una cena a Las Vegas, quarant’anni fa, nel ristorante di Liberace, re del kitsch anche come pianista (in scena vestiva di bianco e di argento, e il pianoforte a coda bianco e argenteo era il solo degno di essere considerato un pianoforte). Ero con una piccola comitiva di giornalisti italiani in visita pre-olimpica (dunque doveva essere il 1984, anno delle Olimpiadi di Los Angeles). Ospitava, gentilissimo, affabilissimo, Tony Renis tutto vestito di bianco ma forse non di argento.
La cena consisteva in un vassoio grande come una gondola nel quale erano ammonticchiate aragoste, branzini, cernie, ostriche e altre creature oceaniche coperte, come fosse una frettolosa parrucca, da manciate di spaghetti. Il nome (indimenticabile) di quella terrificante installazione era “seafood with italian linguini”.
Ma la cosa che ancora ricordo con sgomento è che, per tutta la durata della cena, il cui scopo sostanziale era appurare che i pescioni serviti con i linguini non fossero di plastica, rimasi convinto che ci trovassimo all’aperto. Sotto un cielo stellato. Solo a fine cena un altro giornalista, più sagace di me, mi fece notare che eravamo al chiuso, in un enorme salone con il soffitto trapunto di stelle. Credo di non avere mai dubitato altrettanto di me stesso: come avevo potuto non accorgermi che “il cielo stellato sopra di me” non era veramente il cielo, ma una sua non richiesta simulazione?
Con l’avvento di Trump è come se quel finto cielo (da un miliardo di dollari? Da mille miliardi di dollari?) ci avesse avvolti tutti quanti. Il mito borghese della misura e della compostezza appartiene decisamente al passato: mi domando spesso quanti, e perché, e di quale età, condividano con me l’idea che per essere signori si debba cercare di non dare troppo nell’occhio.
Il “non ti vantare, sono gli sciocchi che si vantano” di mio padre mi sembra uno slogan sepolto dagli eventi, quasi come “proletari di tutti i paesi, unitevi”. Borghesia e proletariato sono infine, e per sempre, riuniti e in un certo modo riconciliati dalla comune sconfitta. E chissà quanto tempo deve passare perché si torni a riveder le stelle, che come è noto, a differenza delle lampadine che baluginavano sopra i linguini di Las Vegas, non sono in vendita. Se esci di casa, le puoi vedere gratis.
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Un paio di lettori mi segnalano che il Fatto Quotidiano ha dato avvio a un nuovo vodcast che si intitola “Ok Boomer?”. Con l’obiettivo di “creare conversazioni vere che aiutino a colmare il gap generazionale”. Detto che ho dovuto farmi spiegare che cosa sia un vodcast, mi fa piacere scoprire che Ok Boomer! fa tendenza: titolo e intenzioni sono identici a quelli di questo spazio ormai triennale. Aggiungo di essere certo della totale casualità, e preterintenzionalità, del titolo fotocopia. Tendo sempre a credere nella buonafede del mio prossimo, per dirlo con una parola grossa: nella sua innocenza. Dev’essere per questo, tra le altre cose, che non scrivo sul Fatto Quotidiano.
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Mi è capitato di fare tai chi al Parco Sempione, in una bella mattinata milanese pre-temporalesca, con il mio vecchio maestro Gianpiero – uno che quando muove il corpo nello spazio sembra il meccanismo di un orologio. Una vecchia abitudine che avevo dismesso e ho felicemente riattivato: se cercate in rete, è pieno di riferimenti al “tai chi per anziani”. Temo che si parli (anche) di me.
Eravamo una ventina, l’età media piuttosto alta, il più bravo di tutti era Ercole, ottantasettenne, che ha cominciato a fare tai chi a settant’anni. Per chi non conoscesse il tai chi, è una specie di coreografia che disciplina i movimenti in una sequenza fissa che si chiama “forma”. Richiede rilassatezza, concentrazione e memoria.
Discende dalle arti marziali orientali e dalle tecniche di combattimento corpo a corpo e all’arma bianca, ma è diventato la più incruenta e la meno agonistica delle discipline: consiste, fondamentalmente, in una serie di rotazioni, arretramenti, avanzamenti il cui scopo è il controllo dell’equilibrio – come se ognuno di noi avesse un baricentro che non conosce: ma se ha pazienza può trovarlo. Quando facevo tai chi con continuità (anni fa), riuscivo a stare in piedi sul tram e in metropolitana senza bisogno di aggrapparmi ai mancorrenti.
Fare ginnastica all’aperto, e in pubblico, può anche essere imbarazzante. Non lo è in Cina, dove legioni di persone (e di anziani) fanno tai chi e il più statico qi gong nei giardini e negli spazi aperti. Noi siamo un poco più complessati, se volete più tendenti a privatizzare le esperienze. Superato il leggero imbarazzo – speriamo che nessuno ci veda… – è stato bello condividere con sconosciuti gli stessi movimenti. C’era silenzio, ci si sorrideva, gli scoiattoli del Parco Sempione correvano tra gli alberi. Il mio baricentro l’ho un poco smarrito, ma piano piano lo ritroverò. Quando diciamo che “gli orientali sono più bravi di noi a cercare sintonia con il mondo” non stiamo ripetendo un luogo comune. Stiamo parlando anche del tai chi.
Quando è morto Lou Reed la moglie Laurie Anderson, in un necrologio pieno di pudore e di amore, ha raccontato che nei suoi ultimi giorni Lou, atterrato dalla malattia e quasi incapace di muoversi, ripeteva con le dita la forma del tai chi. Ha cercato fino all’ultimo il suo baricentro e il suo posto nello spazio.
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È arrivato il caldo quello vero. Sui colli qui attorno, come quasi ovunque, il colore del secco (senape tenue? Giallino scarico? Beige paglierino? Come definire il colore del secco?) comincia a ritagliarsi la sua parte in mezzo al verde. Le fioriture rallentano, e di parecchio. Resistono solo la rosa canina, qualche ginestra dura a mollare, qualche cicerchia tardiva e, nel bosco, i ciuffi rosa di poligala, esile e bellissima. Il paesaggio è meno frizzante e smeraldino, la vitalità della primavera lascia spazio all’estate, la più statica delle stagioni, forse la più pensosa.
Si deve annaffiare molto, con i tempi lunghi richiesti dal dosaggio non troppo impetuoso, e nel frattempo si pensa ai casi propri (annaffiare è un’attività pensosa, appunto). Ma ho scelto, da sempre, di non irrigare il prato attorno a casa: quando ingialliscono i colli attorno lo lascio ingiallire in buona armonia con il mondo circostante. Così evito l’effetto “campo da golf”. Poi basta un acquazzone a rinverdire il prato. Tra un mese, specie dopo i raccolti di grano e orzo, le tinte secche prevarranno, e i campi qui attorno, tranne quelli di erba medica sempre rivegetante, sembreranno spenti fino a settembre. L’estate dà un senso di immobilità, proprio come lo speculare inverno.
Nella canicola gli insetti ronzano forte, come nei western di Sergio Leone prima della sparatoria. I cani bevono molto, e nel silenzio risalta il rumore esagerato, quasi un fracasso, che fanno i cani quando bevono. Uno dei rumori che mi piacciono di più. Alle cinque del pomeriggio di una domenica di sole tutto è fermo e il mondo pare schiacciato a terra. Tra un paio d’ore, massimo tre, dal bosco si leverà una brezza rinfrescante. Il melone e il vino bianco sono in frigo. Stanno per arrivare amici a cena. Ci sono le partite dei Mondiali. Io tifo Marocco e Francia. In alto i cuori.




