Non tutto il woke viene per nuocere
Una newsletter di
Non tutto il woke viene per nuocere
Michele Serra
Martedì 25 agosto 2026

Non tutto il woke viene per nuocere

«Siccome non si butta via niente, devo il mio grato saluto alla cultura woke, che non rimpiango. Ma qualcosa, anche su me stesso, mi ha insegnato»

La deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez al Campidoglio, Washington, 21 maggio 2026 (Aaron Schwartz/Bloomberg via Getty Images)
La deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez al Campidoglio, Washington, 21 maggio 2026 (Aaron Schwartz/Bloomberg via Getty Images)

Adesso che anche Ocasio-Cortez ha preso le distanze dagli eccessi della cultura woke viene voglia di ricordare in quanti, anche a sinistra, lo avevano già fatto. Specie in Europa, essendo il woke, nelle sue forme più dogmatiche, un fenomeno tipicamente americano. Era il gennaio del 2018 quando Le Monde pubblicò un vigoroso appello, firmato da cento donne francesi note e meno note, attrici, intellettuali, scrittrici e giornaliste, contro la deriva inquisitoria del movimento #MeToo. Bene denunciare la violenza di genere, diceva in sostanza quell’appello. Male anzi malissimo la gogna mediatica per i sospetti, e attenzione al rischio che eros e seduzione diventino di per sé stessi oggetto di diffidenza e di repressione.

C’era già tutto, in quel manifesto di otto anni fa. Il senso era: una giusta causa non giustifica mezzi ingiusti e oppressivi. Non si risponde alla prepotenza con la prepotenza. Ne scrissi con partecipata simpatia su Repubblica, e risparmio ai lettori di ricordare le volte che (anche in questa newsletter) ho espresso fastidio per il moralismo censorio che trasuda da certe prese di posizione “purificatrici”: la volontà di estirpare il male dal mondo è tipica dei fanatici, movente ideale per i linciaggi sui social, ai livelli più bassi, e di epurazioni politiche e professionali ai livelli più alti di potere.

E però, se siamo davvero (e sarebbe una buona notizia) al tempo del commiato da quel tipo di ottusità ideologica, dalla cancel culture e dalla mostrificazione di ciò che urta anche di poco la sensibilità di singoli individui e di gruppi di pressione; se cioè (esempio recente) diventerà più difficile, di qui in poi, definire “suprematista bianco” un vecchio professore di liceo, Roberto Vecchioni, che in una pubblica piazza si concede un elogio appassionato della cultura classica, di Socrate e di Omero, della metrica latina e dell’epica greca; se insomma la possibilità di rendersi ridicoli, per le conventicole woke, diventerà più forte della speranza di sembrare virtuosi; beh, è anche venuto il momento – proprio per prendere le distanze dal fanatismo, dall’intransigenza, dalla lettura unidimensionale del mondo – di riconoscere che con il woke abbiamo anche un debito.

Parlo di me, che per mestiere scrivo. L’ho fatto, negli ultimi anni, con qualche attenzione in più per l’uso delle parole. Ho captato nell’aria una maggiore attenzione al linguaggio e, di conseguenza, una maggiore responsabilità nell’esercizio del mio mestiere: che è anche un potere. Il potere di parlare in pubblico e di essere ascoltati.

Non avevo mai pensato di essere un maschio bianco anziano di potere, prima del woke. Voglio dire: non lo avevo mai pensato in modo nitido. Non lo avevo messo nel conto. Mi sembrava un dettaglio di cronaca, non una condizione strutturale del mio stare al mondo. Ora lo so meglio di prima: e se la coscienza di questo privilegio non mi fa certo sentire in colpa (non ho preso scorciatoie, non ho oppresso nessuno per fare la mia strada), saperlo mi obbliga comunque a inquadrare me stesso in un contesto meglio definito, rispetto al mio pensiero di partenza.

Il mio pensiero di partenza, banalmente, trascurava di valutare i vantaggi dei quali godevo rispetto a moltitudini. Che questi vantaggi siano meno determinanti dei miei meriti, è una valutazione che riservo a me stesso. Ma riconosco all’epoca woke il merito di avermi aiutato a definire più lucidamente il mio appartenere alla fascia privilegiata della società umana: non solamente per censo – questo è il punto – ma per genere, per influenza sociale, per destinazione.

Poi, voglio dire, la mia convinzione di vecchio marxista rimane immutata: la più evidente differenza di potere, di libertà, di opportunità è quella tra ricchi e poveri. Una donna nera ricca è molto più protetta e avvantaggiata rispetto a un maschio bianco povero. Per questo – finalmente! – anche negli Stati Uniti sta diventando più facile, più accettabile definirsi “socialista” che definirsi “woke”. Era ora che accadesse: significa che per cambiare davvero le cose è sulla struttura economica della società che bisogna agire, principio otto-novecentesco che sta tornando di clamorosa attualità, nell’epoca delle oligarchie. Ma nel frattempo, siccome non si butta via niente, devo il mio grato saluto alla cultura woke, che non rimpiango. Ma che qualcosa, anche su me stesso, mi ha insegnato.

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Il dualismo Scurati/Jovanotti, da me un poco artatamente confezionato nello scorso Ok Boomer! come esempio tipico della dialettica pessimismo-ottimismo, ha indotto parecchi lettori a scrivermi. Direi, in sintesi, che il rispetto per la “tragicità letteraria” di Scurati è leggermente sovrastato dalla simpatia per l’energia contagiosa di Jovanotti. Offuscata, in parte, dal rimprovero di alcuni lettori che non gli perdonano i concerti di massa sulle spiagge, considerandoli anti-ecologici.

Avevo evocato, come sintesi retorica tra i due, la figura del “danzatore sapiente”, e non posso che aprire la breve serie di opinioni con la mail di Roberto Castello, ballerino e coreografo, allievo di Carolyn Carlson, fondatore della compagnia Sosta Palmizi e poi della compagnia Aldes. Con lui lavorai in televisione nel 2010 ai tempi di Vieni via con me (Fazio/Saviano), e fu molto bello. Oggi Roberto lavora soprattutto in Africa: e lì il punto di vista è molto differente dal nostro…

“Come potevo non scriverti? Il danzatore sapiente, con ogni evidenza: Voilà, c’est moi! E credo di conoscerne anche alcuni altri. Per dimostrarti quanto mi sembra di essere in linea con quello che hai scritto ti mando due brevi testi: uno estrapolato da Chama, un mio lavoro recente per spazi pubblici e pubblico non pagante, l’altro che presenta un convegno che si terrà a Capannori ai primi di novembre. Sono alcuni anni che mi dedico con passione al rapporto con il pensiero e l’arte contemporanea africana, che mi sembra sia poi il tema del danzatore sapiente. Lo ritengo di fondamentale interesse politico.

Ci farebbe molto bene studiare rispettosamente cosa da settant’anni si scrive nelle Afriche. Il mondo visto da lì è molto diverso e da quella prospettiva molte questioni hanno tutt’altro aspetto. Lì si dibatte di visioni del mondo, di etica e di modelli di sviluppo, di quale mondo (non di quale paese) stiamo lasciando ai nostri discendenti, tutti temi che riguardano da vicino anche la funzione e il ruolo dell’azione culturale e dell’arte”.
Roberto Castello

“Premetto che personalmente mi irrita l’allegrezza ostentata, tanto più quando le (mie) cose vanno male, lungi da me l’idea di stordirmi di allegria per dimenticare, anzi… ma è il mio approccio personale. A livello ‘politico’ però il tono da cassandra è altrettanto insopportabile, soprattutto se si pretende (al di là delle ragioni) che debba essere condiviso. Quell’aria da ‘ricordati che devi morire’ alla lunga diventa pesante, ovvio che porti a un rigetto da istinto di sopravvivenza.

Se nei tempi l’uomo non fosse stato capace di ballare anche nei momenti gravi forse non avremmo arte, musica, teatro, oltre a essere tutti morti di noia, dato che una catastrofe, un’ingiustizia, una guerra, nel globo la si troverà sempre. Quindi sono più dalla parte di Jovanotti, perché Scurati, biasimando l’allegria di Jovanotti, mi pare persistere nell’errore della sinistra bacchettona e castigante”.
Marco

“Nei giorni scorsi sono stato a Vazon, piccolo borgo sopra Oulx, valle di Susa, ad assistere a un viaggio nel passato, un racconto di come si viveva in un piccolo borgo montano nel tempo che fu. L’oratore era di eccezione: Luca Mercalli. Gli abbiamo fatto molte domande sul cambiamento climatico, approfittando del fatto che non si notavano tra noi molti leghisti fresconi e negazionisti.

In tono misurato, senza millenarismi o catastrofismo, Mercalli ci ha fornito i dati sul cambiamento climatico, sulle conseguenze e su cosa possiamo fare almeno per mitigarlo. Credo che un partito che si prendesse la briga di porre al centro del suo programma politico questo tema (e se non lo fa la sinistra chi altro potrebbe?) avrebbe un seguito, magari pescando tra i milioni di cittadini che non vanno più a votare… o mi illudo?”.
Valerio

“Ci voleva il Jova per fare da contrappeso allo Scurati? Non son d’accordo punto con uno che zampetta sul palco, dopo aver fatto devastazione di spiagge”.
Shilva

“Per natura mi sento molto vicino al ‘sentire’ di Scurati. Questo mi ha procurato negli anni, tra gli amici, la nomea di pessimista, cosa che non mi ritengo affatto. Mi prodigo nel tentare di convincerli che no, il mio è solo il desiderio di guardare alla realtà per quella che mi sembra essere e a volte, proprio per questo, immaginare qualche progetto per migliorarla.

Trovo bellissima la tua definizione di ‘danzatore sapiente’ e penso che ne esistano. Io, ed altri come me ‘inguaribili pessimisti’, saremmo incredibilmente felici di innamorarci di danzatori che per essere sapienti dovrebbero, anche solo per brevi attimi, mostrare negli occhi un lampo di triste consapevolezza, quello che gli psicanalisti chiamano tecnicamente ‘tratto depressivo’. Questo ci rassicurerebbe sul fatto che abbiamo visto la stessa cosa, e che ci si capisce. Potremmo così stare in compagnia e ridere e ballare insieme”.
Marco Biroli

“Bellissimi ed evocativi entrambi gli articoli, quello di Scurati ed il suo.
Le immagini dei ‘vinti’ dal caldo che languono sulla battigia, corpi senza forze, incapaci ormai di muovere un passo verso il mare, sono un’incredibile metafora dell’inerzia che contraddistingue questa epoca e che ci ha impedito sinora di cambiare direzione sul cambiamento climatico. Concordo con la tesi salomonica con cui lei chiude. Secondo me anche Scurati comprende la voglia di allegria ma invita il ‘ragazzo fortunato’ a reagire e a non abbandonarsi all’estasi della danza.

Io penso che i giovani possano aiutarci: molti hanno voglia di partecipare, di urlare, di cambiare le cose; hanno più sensibilità di noi per il pianeta: lo fanno in genere in modo allegro, divertente, colorato, artistico. Purtroppo siamo spesso noi boomer, e soprattutto quelli di noi che detengono il potere, a non lasciare alcuno spazio alla loro esuberanza e alla loro energia vitale”.
Anna

“La crisi climatica è un fatto ormai del tutto evidente e invadente, se non ce ne occupiamo è comunque essa a occuparsi di noi. Tuttavia il catastrofismo senza speranza rischia di ottenere l’effetto opposto, occorrono azioni intelligenti per individuare possibili soluzioni, altrimenti rimangono solo fatalismo e rassegnazione. In attesa del fresco, quello buono, e non dei fresconi”.
Silvia

“Ricordo che uno dei primi personaggi della Cortellesi in TV era una ‘berluschina’ che diceva che la sinistra ‘è triiiiste’ , e lo faceva talmente bene che ti sentivi davvero fuori posto, nella consapevolezza dei destini e delle crisi del mondo che accomuna i boomer di centrosinistra come me. Ma non mi sono mai rassegnato: quando dovevo scegliere fra una riunione di partito e le prove del coro, andavo al coro. Ridevo, cantavo, mi emozionavo, stavo bene. E adesso che, come molti, mi preoccupo del clima, sono attivo nelle nuove tecnologie e vado a piantare alberi con i bambini, mi diverto, mi intenerisco, mi emoziono. Quindi, Jovanotti forever!”.
Mario

“Finora sia da destra che da sinistra non ho ancora apprezzato, sentito o capito quali dovrebbero essere le soluzioni per invertire il lento e inesorabile arrostire del pianeta. Nessuno che faccia una proposta oltre a lamentarsi e preoccuparsi del caldo e della siccità. Solo un’infinità di lamentele sia da parte negazionista sia da parte opposta. Solo un’infinità di simposi internazionali sul clima; solo trattati di buone intenzioni. Solo sproloqui di meteorologi preoccupati…

Nessuna proposta ingegneristicamente e pragmaticamente concreta. Rilanciamo le centrali nucleari abolite a più riprese con i referendum? Compriamo a tappeto colline e pianure di solar farms? Piantumiamo generatori eolici su tutte le coste? In caso affermativo, ci pensi tu ai proibizionisti del nucleare e agli amanti del ‘no’ per tutto quello che provoca il cosiddetto impatto ambientale?”.
Luca

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Giovedì scorso, qui nel selvaggio Nord-Ovest, il cielo era scuro, e a sera lampeggiava e tuonava. Il meteo dava acqua in arrivo nella notte, e ho quasi vegliato nell’attesa. Di pomeriggio ero passato dentro il bosco, tutto era secco e riarso, gli alberi e il sottobosco boccheggiavano come pesci nella secca. Al passaggio dei cani il sentiero crepitava, manca pioggia da un mese e mezzo, le crepe nel terreno sembrano ferite, il caldo soffocante ha imposto il suo regno di sterilità.

Ma di notte, nemmeno una goccia. Alle sette del mattino ero in piedi e mi chiedevo quando diavolo sarebbe arrivata, la pioggia. Le prime gocce le ho prese addosso mentre bevevo il caffè, con i cani attorno. Prima sottile e rarefatta, poi mano a mano impetuosa, la pioggia è finalmente scesa. Rimbalzava sulle pietre del giardino, faceva pozze e nelle pozze cadeva con fragore, ruscellava nei prati disperati e grigi.

Una meraviglia, anzi: una guarigione, come il nubifragio che lava Milano e Renzo nei Promessi sposi. Il caldo afoso se ne è andato via, come la peste, come un contagio implacabile al quale tutti cercano di sfuggire. All’una sono passato nel bosco che sgocciolava, mi sono bagnato come si bagnano i cani, felice come un cane. Pare che martedì pioverà ancora. Io sono qui che aspetto, guardando il cielo. Presto arriva settembre, limpido e indulgente. In alto i cuori.

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