La prevalenza del lettino
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La prevalenza del lettino
Michele Serra
Martedì 7 luglio 2026

La prevalenza del lettino

«Comunque sia, è certo che siamo, e di gran lunga, il paese europeo con il maggior numero di concessioni balneari ai privati»

La spiaggia di Rimini (Getty)
La spiaggia di Rimini (Getty)

Dice un vecchio aforisma (ne ignoro l’origine e l’autore) che la Francia è un paese ricco abitato da poveri, l’Italia è un paese povero abitato da ricchi. Il senso della frase, ovviamente paradossale e anche piuttosto spiritosa, mi sembra al riparo da qualunque verifica economica o statistica. Vuol dire che in Francia il bene pubblico pesa molto, è valutato molto, e salta all’occhio: chiunque passi il confine tra Ventimiglia e Mentone capisce di che cosa sto parlando.

In Italia vale il contrario: i dati sul risparmio privato degli italiani, elevatissimo, e sull’evasione fiscale, anche lei elevatissima, non sono una componente trascurabile per capire perché Ventimiglia sembra, almeno all’apparenza, molto più povera e trascurata di Mentone.

Ho ripensato a quel vecchio aforisma camminando sulla spiaggia di Pampelonne, dalle parti di Saint-Tropez, dipartimento del Var. Un tratto della costa mediterranea tra i più “esclusivi”, come dicono le agenzie turistiche e immobiliari abusando di quello sciocco termine (direi che “esclusivo” è diventato l’aggettivo meno esclusivo della lingua italiana). Pinete disseminate di ville, resort immersi nel verde, alberghi costosi, floride cittadine e paesi lindi che rigurgitano di boutique, ristoranti, pescherie che vendono il pesce al carato.

Ma i quattro chilometri e mezzo di quella grande spiaggia bianca, a parte un paio di stabilimenti cari come il fuoco e rimbombanti di musica dance, e una piccola zona destinata al noleggio delle moto d’acqua (non trovo le parole per dirvi quanto odio le moto d’acqua), sono in larga prevalenza liberi. Nei grandi parcheggi sotto i pini (nove euro per tutta la giornata) i van neri con autista dei ricchi di mezzo mondo in vacanza, le Porsche, le Mercedes e le BMW, sono affiancati dalla ordinaria fanteria automobilistica di chi è venuto per passare la giornata. La spiaggia più bella e più grande del promontorio di Saint-Tropez è una spiaggia pubblica, di facile accesso, gratuita. Una spiaggia libera. Pulita, con buona disponibilità di bidoni per la raccolta differenziata e qualche cartello che affida ai bagnanti la cura del luogo.

Chiacchierando con amici italiani, il più lontano possibile dalle moto d’acqua scoreggianti, ci si è detti che in Italia una simile situazione non è nemmeno pensabile. Forse in qualche litorale del Sud non ancora consacrato al turismo (dove “spiaggia libera” significa quasi sempre abbandonata a se stessa, perché secondo la mentalità corrente ciò che è di tutti è di nessuno, dunque non vale la pena occuparsene). Ma in una zona turistica di pregio, molto affollata da giugno a settembre, in Italia una spiaggia come Pampelonne sarebbe gremita di stabilimenti balneari da cima a fondo. Magari con una fettina miserabile di spiaggia libera per salvare la faccia.

La ragione della differenza è presto detta. In Francia i comuni costieri, per legge, devono garantire che almeno l’80 per cento dell’arenile sia libero e gratuito. Alle concessioni private è destinato, dunque, solo un quinto del totale. In Italia, secondo l’ultimo report di Legambiente, la proporzione è esattamente invertita: nelle regioni turistiche più frequentate (Liguria, Emilia-Romagna, Campania) gli stabilimenti balneari occupano più del 70 per cento degli arenili.

A seconda delle fonti, gli stabilimenti balneari nel nostro paese sarebbero oltre 7.000 (Unioncamere) oppure oltre 12.000 (Legambiente). Incuriosito dalla grande difformità dei due dati ho cercato lumi nel sito del Ministero del Turismo ma non mi ci sono raccapezzato, non ho trovato traccia del numero delle concessioni: ma può darsi che questo dipenda dalla mia imperizia digitale. Comunque sia, è certo che siamo, e di gran lunga, il paese europeo con il maggior numero di concessioni balneari ai privati. La Grecia ne ha meno di mille, la Francia, addirittura, solo 140. Anche qui: il dato mi è sembrato enormemente basso, ma anche se fosse sottodimensionato descrive una situazione diametralmente opposta a quella italiana.

Le differenze orografiche (in Francia le coste sono, in media, meno scoscese e dunque gli arenili più vasti) e geografiche (4853 chilometri di coste in Francia, compresa la Corsica, e 7914 l’Italia, isole comprese) non bastano comunque a spiegare la differenza. La differenza è politica, ed è contenuta nell’aforisma dal quale siamo partiti: in Francia “ricchezza” sono anche le spiagge pubbliche, i beni demaniali e dello Stato, ciò che appartiene a tutti.

La spiaggia di Pampelonne è dunque da conteggiare nel monte rassicurante della ricchezza francese, e dei francesi: un paese ricco è un paese capace di curare e proteggere i suoi spazi comuni. Da noi la spiaggia libera invece “fa povero”, sappiamo misurare la ricchezza soprattutto in termini di benessere privato, sicurezza privata, accumulo privato (siamo primatisti mondiali per numero di case di proprietà). E dunque, proprio per questo, in confronto alla Francia siamo un paese povero anche se ci abitano molti ricchi.

Piccolo post-scriptum: non ho alcuna ostilità per i gestori balneari. Lavorano, custodiscono un tratto di costa, offrono servizi che (specie con il passare degli anni) apprezzo assai. Mangiare al ristorante della spiaggia è uno dei piaceri dell’estate, specie se il vino bianco è molto freddo e le vongole degli spaghetti alle vongole sono vongole. E sono sicuro che quasi tutti i balneari – ho detto quasi – pagano le tasse dovute. Il fatto che gli stabilimenti siano troppi in rapporto al territorio, e politicamente molto assistiti (un po’ come i tassisti ma per la ragione contraria: i tassisti sono troppo pochi), non è certo colpa loro. Ma è un problema della nostra comunità, un problema di tutti. Chissà se “di tutti” viene colto come un valore aggiunto, o solo come una scocciatura.

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Al riscaldamento del pianeta, volenti o nolenti, siamo stati costretti a pensare un po’ meno distrattamente, sollecitati dalla sensazione di lenta bollitura vissuta nella seconda metà di giugno. Scoprire che stadi americani da 80mila posti hanno l’aria condizionata non è stato di conforto. È un periodo che gli yankee fanno ben poco per rendersi simpatici.

Mi avete scritto in tanti, sollecitati dalla domanda, un poco apocalittica, che mi ponevo la settimana scorsa: le classi dirigenti sono poco attente alla questione clima perché non hanno coscienza del problema, oppure perché, distopicamente, mirano a sfoltire la presenza umana sul pianeta? Sui cocuzzoli delle montagne, a respirare, ci saliranno i privilegiati, i benestanti, lasciando gli altri a boccheggiare giù da basso? Qui di seguito una selezione delle vostre considerazioni. Apre Nike, forte dei suoi vent’anni.

“Sono Nike (come la statua, non la scarpa), ho vent’anni e studio filosofia a Milano. Ho scelto questa facoltà per avere più strumenti per capire ciò che succede nel mondo. Nessuno mi aveva avvisato, però, che capire le cose sarebbe stato deprimente.

Che il caldo sia classista è un dato di fatto, ne parlava anche Nicola Ghittoni durante una puntata di Morning di qualche giorno fa; la classe dirigente lo sente di meno e se ne preoccupa di meno. I ricchi, come lei giustamente notava, non hanno nessun incentivo per occuparsi del clima a parte la loro buona volontà, mentre i poveri non sono nella condizione di unirsi per cambiare il destino del mondo. Oggi manca (credo) una narrazione sul cambiamento climatico che vada al di là del senso di colpa individuale, manca una ‘coscienza di classe climatica’ diffusa al di là dei circoli di Greenpeace.

Secondo punto, particolarmente attinente a questa newsletter. Il problema demografico. Sono dell’idea che di boomer illuminati come lei ce ne siano davvero pochi, mentre la maggioranza di loro, che è sempre più ampia e di conseguenza pesa sempre di più nelle urne, non ha né l’interesse né gli strumenti per implementare le politiche climatiche. Non perché siano egoisti o stupidi, ma perché sono nati e cresciuti in un periodo in cui il cambiamento climatico non era ‘mainstream’ e adesso non sanno come inserirlo tra le loro priorità politiche.

Non credo che ci sia un’élite di potenti che alimentano intenzionalmente il cambiamento climatico per un losco complotto eugenetico: non perché non lo vorrebbero, ma perché non ne sono capaci. Lungi da me qualsiasi forma di passatismo e nostalgia, ma guardando le politiche di Trump ho la netta sensazione che non ci sia un grande piano, ma solo una grande confusione (e l’Italia non mi sembra da meno). Una delle moltissime crisi in atto è quella della razionalità, che viene svalutata sia nei media sia nella politica.

La scienza l’ho sempre ammirata dalla distanza, mentre la filosofia cerco di praticarla da vicino. Nella mia condizione, quest’ultimo punto è decisamente il più inquietante, perché contro l’irrazionale non c’è argomentazione che tenga. Sperando di avere il più torto possibile, sursum corda (lo dico in latino, solo per darmi un tono)”.
Nike

“Questa sera sono venuto a dormire, solo, in un bivacco a quasi 2000 metri fra le Alpi Giulie. Questi posti, ancora abbastanza solitari, sono diventati un rifugio per mia moglie e per me e cerchiamo di trascorrere qui la maggior parte dell’anno. L’argomento clima è una delle ragioni che ci spingono a farlo. Ci salverà la montagna? Lo spirito resiliente delle terre alte, la semplicità delle persone, la ricchezza della natura ci aiutano a trovare una dimensione diversa dalla ci(vil)ta’ di pianura.

Ora fuori brontola il temporale, ho mangiato le cose che mi sono portato quassù, il sacco a pelo mi attende perché domattina all’alba voglio godermi la luce rosata sulle rocce del Montasio, del Fuart e del Mangart che mi stanno di fronte. Magari uno stambecco verrà a pascolare qui fuori, fra i fiori magnifici che ci circondano. Questa natura ci potrà salvare? Qui non ci sono né carte di credito, né connessione internet. Quando noi montanari del nordest raggiungiamo una vetta, ci stringiamo la mano e ci diciamo: Bergheil! (Viva la montagna!). La montagna che vive, ci farà vivere. Dobbiamo solo proteggerla”.
Andrea

“Rispetto al tema dell’ambiente e quello che possono fare gli uomini, a Castelfranco Emilia lo hanno fatto. Quaranta ettari di bosco, denominato la città degli alberi, progettata dall’architetto Leonardi. Realizzato solo da volontari”.
Natalino

“Sentivo questa mattina Tozzi da Nicoletti (Melog a Radio24) sul tema del ruolo umano nell’accelerazione del riscaldamento globale. È stato indicato un altro motivo per cui la politica non se ne occupa (al di là del tasso di conoscenza scientifica sicuramente limitato e di personaggi come Thiel che si rifugiano in Patagonia dall’amichetto Milei): intervenire richiede di prendere misure impopolari”.
Marco

“Non solo i negazionisti ci hanno preso per idioti quando chiedevamo una transizione energetica seria (perché buttare via tutti quei soldi in investimenti quando il carbone costa ancora così poco?), ma hanno usato lo stesso metro per attaccare la Comunità Europea, colpevole, secondo loro, di aver dato troppo peso alle misure, ahimè indifferibili, per rallentare, in quanto possibile, il riscaldamento globale. Questi ‘politici’ sono riusciti, nello stesso momento, a danneggiare l’umanità intera e, con un accanimento perverso, anche i sostenitori del ‘sogno’ Stati Uniti d’Europa. Purtroppo, l’ignoranza dominante ci sta sconfiggendo”.
Marco Biondi

“Io organizzai, nel paesello in cui abito (Pergine Valsugana, poco distante da Trento) una serie di incontri con esperti sul clima, con la nostra micro-associazione culturale locale. Come scialpinista e frequentatore di montagne sono sensibilissimo alla questione climatica, e all’epoca la lettura di Amitav Ghosh (La grande cecità, libro superato ahimè dai fatti, ma la parte storica è fondamentale per capire non solo il clima ma il nostro mondo) mi aveva spinto a fare almeno qualche attività di sensibilizzazione locale.

Era il 2017, scoprii che persone che pensavo ben educate e informate ne sapevano quasi niente, pensavano a una fissa da ecologisti. Anche gente del settore – esperti di botanica, di insetti, di fisica – non avevano tratto le conseguenze di quello che loro stessi sapevano. Il risultato lo vediamo adesso. Io sto aspettando di andare in pensione, sperando che l’INPS riesca a pagarmi abbastanza a lungo prima del tracollo di un’economia, anzi di una società avviluppata su se stessa.

Ho il fotovoltaico dal 2009, quando era ancora di pochi, ho l’auto elettrica da 6 anni (nonostante l’obiezione popolare ormai insensata su una roba che toglie puzza e rumore dalle strade), ma soprattutto ho deliberatamente deciso che non posso farmi la vita amara per una decisione collettiva di suicidio”.
Paolo Busetta

“Possiamo comprare qualche anno di protezione in più, qualche casa meglio climatizzata e possiamo immaginare città riservate a pochi privilegiati, ma nessuna élite può costruire un pianeta alternativo. Per anni abbiamo pensato che bastassero nuove leggi, nuove tecnologie, nuovi accordi internazionali, ma tutto questo non è sufficiente, perché nessuna transizione ecologica sarà possibile senza una transizione culturale.

La raccolta differenziata, che lei cita come esempio di cambiamento collettivo, non è nata soltanto da una legge. È diventata normale quando è cambiato l’immaginario delle persone, quando abbiamo iniziato a considerare il rifiuto non più come qualcosa da allontanare, ma come parte della nostra responsabilità. Lo stesso deve accadere con il clima.

Le politiche energetiche sono indispensabili, così come rivedere la produzione del cibo, ma non sarà sufficiente. Serve un nuovo umanesimo ecologico, fondato su un’idea diversa di essere umano: non più definito dal possesso e dall’accumulazione, ma consapevole di appartenere a una rete di relazioni da cui dipende la sua stessa esistenza. Solo allora capiremo che custodire la Terra significa, prima di tutto, custodire noi stessi”.
Susanna

“Non solo ‘alcune lobby di potere non pagano il conto’, ma si sono arricchite a dismisura; sono i negazionisti del cambiamento climatico, sono le aziende di combustibili fossili, le lobby, i gruppi di pressione, i politici conservatori, i think tank che fungono da serbatoi per promuovere l’ideologia negazionista e conservatrice, gli scienziati negazionisti finanziati dalle aziende, e alcune piattaforme mediatiche che alimentano la narrazione negazionista attraverso la disinformazione (da I bugiardi del clima, di Stella Levantesi)”.
Massimo

“Un’idea simile alla tua, da appassionato di storia militare, mi ha sempre tentato: ossia che la prodigalità di sangue e di carne da macello dei generali degli eserciti della Grande Guerra, del nostro come di quelli degli alleati dell’Intesa e di quelli degli Imperi centrali, fosse un modo per sfoltire le masse che si erano mostrate sediziose e pericolose negli anni precedenti, specialmente in quelli più recenti.

Del resto, nella mia molto più pacifica esperienza di ufficiale di leva negli anni ’80, mi divertivo a sfidare i colleghi a negare che ognuno di loro avesse bene in mente, come me, la lista dei soldati per le imprese disperate (che per fortuna non erano all’orizzonte). Una lista che la coscienza avrebbe tenuto a freno, ma che secondo me tutti avevamo.
Speriamo che non sia così anche per i governanti e i magnati dei giorni nostri.

Mi sconforta, nel fronte di chi ha una coscienza climatica, la tendenza a predicare molto più comportamenti omissivi, di sacrificio, di sobrietà, piuttosto che creativi. Si parlava anni fa di un progetto gigantesco ma assolutamente realizzabile, piantare una larga fascia di alberi nell’Africa subsahariana, dal golfo di Guinea al mar Rosso. Un progetto a cura dell’Europa. Che fine ha fatto?”.
Domenico Emiliani Zauli Naldi

“Da chimico mi lasci dire che è la Termodinamica a dominare. Siamo 8 miliardi e arriveremo in 100 anni a 11 miliardi. Degli attuali 8 milardi almeno 3 miliardi sono poveri e vogliono arricchirsi per consumare sempre più. Quindi consumando riscalderanno il pianeta (entropia). Potremmo essere più virtuosi di adesso, più frugali, così da abbassare un pochino la entropia, ossia il calore. Ma i 3 miliardi di nuovi nati faranno anche loro aumentare l’entropia. L’unica strada sarebbe non fare più figli. Ma il PIL andrebbe a ramengo! E cosa direbbero allora Musk & Co.?”.
Marcello

“Mi occupo di efficienza energetica da almeno 40 anni sotto le mentite spoglie di un progettista di impianti di climatizzazione. Ho scoperto che per convincere un grande ente a intraprendere un programma di efficientamento delle case popolari è bastato dimostrare che siccome la maggior parte degli inquilini non paga le spese, diminuire i consumi significa diminuire le perdite, consente l’accesso a finanziamenti statali ed è anche politicamente spendibile. Oramai noi ambientalisti le studiamo tutte…”.
Fabrizio

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Siamo alle Zanzare, che possono anche essere una forma di refrigerio. Emanuela segnala, dalla Tribuna di Treviso, un caso che rende evidente lo scollamento irrimediabile tra cittadini e istituzioni:

MUORE TRAVOLTO DA UN ALBERO MENTRE PESCA
IL SINDACO: VERIFICARE LE CONDIZIONI DELL’ALBERO

Non aiuta a ritrovare fiducia nell’autorità questo altro titolo, che Flavio ha trovato sul Messaggero Veneto:

CIVIDALE, POLIZIOTTO PRESO A CALCI E GOMITATE
DURANTE UN CONTROLLO: ARRESTATO

E in questo clima confuso (come direbbe Vannacci, è un mondo al contrario) non sorprende quanto racconta il Giornale di Brescia. Lo segnala Marco:

BAMBINI AGGREDITI AL PARCO, PREMIO AL PAPÀ
“L’HO FATTO PERCHÉ È GIUSTO”

Fortunatamente, c’è chi non si rassegna, e provvede a mettere in atto pratiche virtuose. È il caso del comune di Saludecio, nel cui sito Jean-Jacques ha trovato questo annuncio:

LA DOMENICA DEL RIUSO
DAL 21 AL 23 AGOSTO, TUTTE LE DOMENICHE!

Ci si domanda quante domeniche possano esserci tra il 21 e il 23 agosto. Chiudiamo con un magnifico refuso, che come a volte capita rende ancora più esplicito il senso di una notizia. Da Televideo, segnala Marco:

SISMA LEFEBVRIANI, ARRIVA LA SCOMUNICA
VATICANO ESORTA FEDELI: SIATE SALDI

Che in caso di sisma sia importante stare saldi non lo pensa solo il Vaticano.

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L’estate ha qualcosa di immoto e ripetitivo, secondo me si viaggia di più e si va in vacanza anche per sfuggire ai giorni sempre uguali, il cielo azzurro, il sole, i pomeriggi che non passano mai (vedi Azzurro di Paolo Conte, uno dei “testi estivi” più belli di sempre). Quando il clima era ancora “quello di una volta” – beccatevi la tirata da boomer – i temporali attorno a Ferragosto portavano un senso di sollievo, di tempo che si rimette in moto, come se qualcuno avesse aperto la finestra. Ci si metteva il pullover, dopo mesi di sole magliette.

Ferragosto è lontano e chissà i temporali che forma e che scadenza hanno deciso di darsi, in questo minaccioso 2026. I campi (a parte il mais, roba di pianura, e la vigna, che è una parca bevitrice) non hanno un bisogno particolare di pioggia, ormai le mietiture sono fatte e la terra, sotto il sole cocente, sembra mummificata. Tutto è giallo, è quel momento dell’anno in cui uno si chiede come fanno gli alberi a mantenere il loro verde lustro, chissà fin dove hanno ficcato le radici, giù nella terra nera e fresca. Beati loro.

Sabato scorso, con Stefano Bollani, abbiamo celebrato David Riondino a Milano, alla Fondazione Feltrinelli, ed è stato molto bello. Come se David fosse ancora con noi. Bollani ha suonato e cantato, io ho letto, a un certo punto ho perfino canticchiato anche io il testo di una poesia di David, Pasdaràn, il cui sottotitolo è Charleston. Scritta quarant’anni fa, suona identica all’oggi, che i Pasdaran sono ancora i cattivi. Il dubbio è chi siano i buoni, ormai quasi tutte le guerre sembrano un derby: cattivi contro cattivi.

Ho letto, tra le altre, anche una poesia di David (endecasillabi perfetti: la sua arma di fiorentino facondo) che parlava dei Mondiali del Messico – non questi, quelli dell’86 – e dello stadio Azteca. Anche lì: il tempo passa, oppure tutto è sempre la stessa zuppa riscaldata? Ho detto “riscaldata”, scusatemi, non volevo. Con questo caldo, abbiamo bisogno di zuppe rinfrescate.

A fine settimana vado qualche giorno in montagna, la notte dovrò tirarmi addosso la coperta pesante. Di mattina molto presto aprirò gli scuri e fuori, nella prima luce del giorno, ci saranno dieci gradi. Nei pascoli e lungo i rivi: nigritella, crochi, genziane, l’aconito, un’infinità di achillee, l’arnica, il garofano selvatico, il giglio aranciato e il giglio martagone. Mi scuso con i fiori non citati. In alto i cuori.