In ricordo di Osso
«Chi ha un cane conosce il profondo rapporto fisico, di gesti, di contatti, di richiami, che lega ogni cane alla sua famiglia»

L’amico cacciatore ha guardato il grande campo di erba medica davanti alla mia casa. Ancora alta e fitta, in attesa del primo taglio. Ha indicato, nel mare verde, una fenditura di erba calpestata che indicava il passaggio di animali e ha detto: dobbiamo andare lì.
Siamo saliti in quattro, già sapendo che avremmo trovato quello che stavamo cercando.
Lungo il breve percorso c’erano chiazze di sangue. Dopo un centinaio di metri la fenditura si apriva in un grande cerchio dove l’erba era appiattita. Al centro del cerchio c’era il mio cane sbranato dai lupi. La sera prima non era rientrato e lo avevamo cercato inutilmente, nel plenilunio, sperando si fosse perso (ma non si perdeva mai).
Quando abbiamo trovato Osso erano le undici di mattina di sabato 2 maggio. La luce era stordente, il sole già alto, il cielo azzurro e immenso, e mentre una fitta di angoscia mi bloccava lo stomaco e il dolore mi picchiava alle tempie ho avuto la sensazione, precisa e impressionante, di vedere la scena dall’alto: nel mare di verde, di boschi, di campi quella radura era minuscola, e la morte solo una briciola invisibile. I quattro esseri umani in piedi attorno a quel piccolo corpo quadrupede erano, di fronte a quella briciola, solo stuzzicadenti ficcati nel terreno quando passa la tempesta.
Scusate se vi racconto questa storia, che è molto dura, ma non mi riesce di scrivere d’altro, questa settimana. Anche le dita sulla tastiera mi fanno male. So bene delle guerre, del caos che regna nel mondo, dello scandalo e del dolore di migliaia di esseri umani ammazzati, deportati, imprigionati ogni giorno, tutti i giorni. Per non dire del dolore che è spalmato nella vita normale di tutti.
Non oso paragonare la mia briciola di morte, solo perché è mia, al sontuoso banchetto che ogni giorno, ogni ora, la morte allestisce in mezzo agli umani. Ma chi ha un cane sa, capisce. Chi ha un cane conosce il profondo rapporto fisico, di gesti, di contatti, di richiami, che lega ogni cane alla sua famiglia: il dolore è fisico, quando scompare un cane, perché era meravigliosamente fisica la sua presenza.
Abbiamo scavato una fossa tra i cipressi. Piccola, perché Osso era piccolo, un segugio dell’Appennino, dieci chili di peso. Lo abbiamo avvolto in una stoffa candida, il suo sudario. Mia moglie ha buttato nella fossa una peonia e la terra ha ricoperto il sepolcro. Sopra, abbiamo piantato un ibisco rosso. Annaffiato da molte lacrime. Osso aveva sette anni e già due anni fa, con i lupi, l’aveva scampata per un soffio.
A sua insaputa era diventato un personaggio letterario, il mio libro per ragazzi Osso è liberamente ispirato alla sua vicenda: uscì dal bosco nel 2020, quasi morto di fame, terrorizzato dagli umani, chissà se abbandonato o perso durante una delle sue prime battute di caccia; ed ebbe la buona sorte di sbucare proprio davanti a casa nostra. Stremato.
Quel giorno si è conquistato sei anni di vita, di cura e di protezione, di cibo e di carezze, di corse e di giochi con gli altri due cani. Ha avuto una bella vita. Rispetto alla maggioranza dei cani da caccia, una vita bellissima. Sarebbe stato bello poterlo vedere invecchiare. Ora non può più fuggire nei campi, rimarrà con noi, nel nostro giardino, per sempre.
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Si raccomanda, dove ci sono i lupi, di tenere chiusi i cani, ma non è oggettivamente possibile, se si vive sulla cima di un crinale o in mezzo ai boschi, farlo in modo rigoroso e continuativo. I miei cani all’imbrunire sono dentro la casa o nel recinto loro destinato.
Ma la sera del primo maggio Osso fiutava il terreno davanti a casa, si dev’essere allontanato fino ai confini del campo di erba medica e c’erano i lupi: un branco di almeno cinque o sei esemplari, a giudicare dalla larghezza dell’area d’erba calpestata dove l’abbiamo trovato. Il numero dei lupi fa capire che non ha quasi avuto il tempo di patire: la predazione è stata istantanea e implacabile.
Abbiamo già parlato almeno un paio di volte del lupo, in Ok Boomer!, e sicuramente non è un problema primario di questo paese. Ma è un problema primario per chi vive in montagna e nella natura aperta: noi siamo una trincea tenace e avventurosa che fa argine all’abbandono delle valli e dei crinali, in particolare all’abbandono dell’Appennino. Contadini, allevatori, pastori, qualche giovane coraggioso che risale dalla pianura, qualche cittadino innamorato dei luoghi che grazie a internet può vivere e lavorare quassù.
Il giorno prima dell’uccisione del mio cane lo stesso branco aveva predato sei pecore del mio dirimpettaio Vittorio. Nel mese precedente altri quattro cani erano stati uccisi in valle; e nelle valli attorno ormai se ne contano a decine. E asini, vitelli, puledri. Il lupo è un predatore apicale, in Europa regna in cima alla catena alimentare. L’Italia è il paese che, largamente, ne ha di più: forse intorno ai quattromila esemplari, valutando il probabile aumento dall’ultimo censimento (2021), che ne contava 3.300.
Quando scarseggia la selvaggina (cinghiali, caprioli, lepri) si dedica alla razzia di animali domestici e da allevamento, uccide i cani perché li vede come rivali nello stesso territorio e, già che c’è, anche per mangiarli: le proteine sono preziose. Specie in questo periodo, che le lupe devono allattare le cucciolate. Il lupo fa il suo mestiere, che è perpetuare la specie.
Il primo pensiero, quando ho ritrovato quanto restava del mio cane, è stato: non si può vivere qui, me ne vado, ho esagerato, ho sbagliato, sono stato oltranzista, la natura è meravigliosa ma troppo dura, esigente. Dà molto ma prende molto, l’isolamento in inverno, la rarefazione dei servizi e della socialità. E ora, da qualche anno, la presenza incombente dei lupi, caso eccellente di salvaguardia di una magnifica specie che mezzo secolo fa era estinta, prospera.
Vi risparmio il lungo contenzioso legale e normativo, e anche culturale e politico, ne abbiamo già parlato in passato: specie “rigorosamente protetta” oppure solo “protetta”, come dicono le nuove regole della Ue? La differenza tra i due status è notevole perché nel secondo caso si può procedere, su indicazione delle autorità, all’abbattimento o al trasferimento di alcuni capi.
Insomma, si può cercare di contenere il numero laddove sia necessario farlo. E non è la stessa cosa, rispetto all’idea che “il lupo non si tocca”. La specie non si tocca, certo. Ma gli esemplari in soprannumero non sono la specie.
La netta impressione è che le autorità locali e nazionali, strette tra l’intransigenza animalista (poco disposta, per vizio ideologico, a fare i conti con la natura per quella che è) e la voglia di “farsi giustizia da soli” di chi si sente concretamente minacciato dai lupi (vedi la recente, orribile strage di lupi in Abruzzo), abbiano timore a decidere alcunché. Prendono tempo.
Ma quando non si governa un fenomeno, sfugge di mano. Quando avverti, nella risposta delle autorità, una preoccupante vaghezza, si fa strada il “fai da te” che peggiora sempre i problemi, e anche gli umori. La specie è in pericolo se si rinuncia a governarla: le doppiette e le esche avvelenate (l’arma dei vigliacchi) provvedono a falcidiare ciò che deve essere protetto, e tutelato, anche utilizzando la selezione.
In questo momento non ho la lucidità per dare buoni consigli. Mi hanno appena ammazzato un cane che ho amato come una persona. Ma sono sicuro che qualcosa va fatto, e velocemente, se si vuole che la convivenza tra uomo e lupo resti possibile, minimizzando i danni. Recinzioni e cani da pastore aiutano, ma non bastano. Non si può vivere sempre reclusi quando davanti agli occhi hai monti, boschi e spazi sconfinati.
Altrimenti: si torna tutti in città, e al diavolo la manutenzione di fossi e torrenti, al diavolo la cura dei campi e dei boschi, al diavolo la ripopolazione delle aree interne. Ma sarebbe una resa e un tradimento. Io quassù ci voglio vivere, insieme ai miei vicini allevatori. Insieme ai cani e insieme ai lupi: ma fino a quanti esemplari questo territorio può reggere, lo devono stabilire le autorità responsabili. È il loro lavoro. Il mio, è stato seppellire Osso.

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Sono arrivate molte mail critiche a proposito di quanto ho scritto sul 25 aprile milanese. Mi rimproverano di avere sottovalutato la gravità della provocazione messa in atto da persone che hanno sfilato nella Brigata Ebraica (bandiere israeliane, foto di Netanyahu e Trump). E su questo punto: hanno ragione. Definire «cretino e masochista» quel gesto, come ho fatto, non era abbastanza.
Dipende anche dal fatto che domenica – quando ho scritto – ancora non erano emerse fino in fondo le posizioni dei protagonisti. In settimana si è capito meglio che quelle facce e quelle bandiere, che oggi sono simbolo di aggressione e di sopraffazione, erano volutamente portate in corteo in polemica con il corteo stesso. Sì, francamente potevano starsene a casa.
Questo non risolve, però, il problema che ho sollevato. Un tempo si sarebbe detto: “non bisogna rispondere alle provocazioni”. Oggi aggiungerei: il vero problema è come amministrare le comunità (un corteo lo è) senza filtrare le presenze secondo criteri di “purezza” ideologica, diciamo di “fedeltà alla linea”.
Chi li stabilisce, questi criteri, a nome di tutti (dunque a nome di diversi, probabilmente muniti di criteri diversi)? E come li fa rispettare? Con la forza? La bandiera israeliana no, ma con la bandiera ucraina (respinta da un altro corteo del 25 aprile) come la mettiamo? La bandiera palestinese sì, ma gli slogan che invocano la cancellazione di Israele? Diciamo che è una questione irrisolta. E che un potente coro di pernacchie, per quanto mi riguarda, aiuterebbe a risolvere una buona parte di questi intoppi dolenti.
Pubblico una lettera per tutte, mi sembra riassuma le tante arrivate.
“Anch’io ero alla manifestazione e mi pare che i fatti non siano ben descritti. La cosiddetta Brigata ebraica si accompagnava a un gruppo di provocatori con bandiere di Israele, Usa, foto di Trump, dello Shah di famigerata memoria, insomma non proprio campioni di democrazia da fare sfilare quasi in testa al corteo del 25 aprile.
Fatto sta che alle contestazioni (io ho sentito solo contestazioni corrette e non insulti antisemiti) la polizia ha fatto cordone e ci ha tenuto bloccati per oltre un’ora sotto il sole e la pressione della folla: chi avanzava, chi spingeva, chi cercava di tornare indietro per defluire dalle vie laterali, chi si sentiva male, chi cercava di farsi spazio con passeggini e carrozzine per disabili. Ho avuto paura!
C’era una tale ressa che sarebbe bastato un grido di allarme o un petardo per creare il panico e calpestarci l’uno con l’altro. Un epilogo tragico rischiato per un manipolo di sciagurati e una gestione non proprio bene ponderata da parte della questura.
Per fortuna, come tanti, sono riuscita a tornare indietro e ho raggiunto una via laterale e da lì siamo arrivati in una piazza del Duomo semivuota, tutti stanchi, sudati e incazzati. A fine comizio il corteo era ancora bloccato da quel gruppetto di provocatori. Non mi sento ‘guardiano di nessuna purezza ideologica’ ma so ancora riconoscere le azioni premeditate per impedire alla marea di gente festante di celebrare insieme il 25 aprile: e a costoro dico no!
Come dico no alle ricostruzioni fantasiose o in malafede di tanti giornalisti, politici, o addirittura odiatori seriali che in questi giorni stanno vomitando le loro nefandezze sui social. Per questa volta non mi ritrovo nel tuo post, ma non importa ti seguo sempre con grande piacere”.
Rosamaria Brugnatelli
Con identico spirito critico, anche se con accenti diversi, mi hanno scritto anche Sara Rosini, GM., Riccardo Mattafirri, Cinzia Rita, Carlo Lanza, Calogero Calà, Lidia Assirelli, Antonietta Innocenti, Dante Strada, Andrea Alberti, Marina Callegari, Irene Bonvicini, G. Almasio. Spero di non avere dimenticato nessuno. Grazie a tutti, le critiche aiutano a riflettere.
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Ora dovrei salutarvi dicendo “in alto i cuori”, come è tradizione di questa newsletter. Considerato quanto vi ho raccontato nella prima parte, faccio fatica a farlo. Ma bisogna darsi forza. Rivedo Osso che corre nel bosco tra le foglie secche e produce un fruscio che riconoscerei tra milioni di fruscii (uno dei suoi tanti soprannomi era Jack Frusciante). Lo sento abbaiare, lo rivedo con le orecchie al vento, nell’erba e nella neve, ed è in suo nome che riesco a salutarvi anche oggi. In alto i cuori, sempre. Umani e cani.




