Il primato della politica
«Ci riguarda di nuovo, potentemente, e se conta decidere da che parte stare, ancora di più conta la sensazione che da qualche parte, inevitabilmente, ci toccherà stare»
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Era da un bel po’ di tempo che non sentivo parlare di politica come di un aspetto determinante della nostra vita. Lo è, nei fatti, a dispetto di quanto ognuno di noi possa pensare, e di quanta dose di energia e di impegno (da cento a zero) sia abituato a dedicarle.
La politica decide cose molto importanti, per esempio la guerra e la pace, per esempio le leggi che governano le nostre comunità. Orienta il corso della storia e della geografia. Ma è come se avesse perduto fascino, seduttività, capacità di emozionare e di coinvolgere. Come se non ci appartenesse più: sappiamo che è importante, ma la guardiamo con una crescente estraneità. Come qualcosa che si intreccia e si compone al di sopra di noi (se si è presuntuosi: al di sotto di noi. Comunque: non insieme a noi).
Credo che la progressione rapidissima – ingovernabile? – di tecnologia e potere finanziario, che procedono in tandem, abbia incentivato questo sentimento di estraneità, se non di impotenza: la politica è qualcosa che ci appartiene sempre di meno perché la controlliamo sempre di meno. È soldi e potere, tanti soldi e tanto potere, e pretendere di metterci mano è come voler deviare a mani nude una macchina lanciata a tutta velocità. Il potere va per la sua strada, noi per la nostra. Il potere fa politica, noi possiamo solo sperare in bene, ma con un certo fatalismo: il bene e il male non sembrano più attrezzi a portata di mano.
Ora, a parte le elezioni in Brasile e in Serbia (e tra una manciata di ore le midterm negli Stati Uniti, trattengo il fiato e incrocio le dita), qui in Italia le manifestazioni, giovanili e non, delle scorse settimane hanno avuto il pregio indiscutibile di buttarci addosso la politica con un’urgenza, a volte una brutalità, alla quale non eravamo più abituati.
La politica si riprende la strada («perché il giudizio universale non passa per le case», canta Gaber in quella che è una delle canzoni politiche più belle di sempre), ci passa accanto, ci urta, ci risucchia nel corteo o ci respinge negli androni, spaventati. Ci riguarda di nuovo, potentemente, e se conta decidere da che parte stare, ancora di più conta la sensazione che da qualche parte, inevitabilmente, ci toccherà stare.
Scrivo queste cose anche alla luce delle tantissime mail che mi arrivano su: studenti in rivolta, lettera di Giacomo, giovani tagliati fuori, violenza e non violenza, e tutta la tumultuosa materia che ha riempito i nostri discorsi di ottobre, e in novembre promette (o minaccia, a seconda dei punti di vista) di occupare ancora la scena. Sono soprattutto lettere di giovani, e a parte la quantità mi ha colpito la lunghezza insolita, spesso strabordante.
Molte – quasi tutte – sono anche sfoghi esistenziali, parlano di società tanto quanto di vita personale, di stipendi e di sentimenti, di solitudine e di bisogno di uscirne. E ne parlano come se (finalmente!, mi viene da dire) il nesso tra vita quotidiana e società, tra personale e politico, come si diceva una volta, fosse tornato in chiaro. E dunque la parola politica non vuol dire più solo potere. Torna a essere qualcosa che tocca, che colpisce: o perché coinvolge o perché respinge, ma tocca nel corpo e nello spirito.
Ne ho selezionate diverse, prevalentemente di giovani. Ho dovuto tagliarle moltissimo, drasticamente, erano pagine e pagine, fiumi di parole. Spero che la lenzuolata sottostante non vi sembri prolissa. A me è sembrata piena di vita e anche piena di politica, anche laddove la politica viene rigettata o maledetta.
*****
“Vi è mai venuto in mente, a voi adulti, che tutta la “politica” che ci abbiate mai fatto vedere è solo un berciare ai comizi, fare dichiarazioni di 7 secondi ai tg, discutere nei talk show in maniera a volte insultante della nostra intelligenza, girare video a camera frontale per i social sulla cavolata del giorno, e pochissimo altro? Ci state facendo vedere che voi la Politica non la sapete più fare: perché dovremmo saperla fare noi? Chi l’ha mai vista, la Politica vera delle comunità e delle assemblee e delle discussioni sensate?
È paternalista dire alla gente come esprimersi: non sarà anche un po’ colpa degli adulti attualmente in politica, dai parlamentari ai pochi enti presenti sul territorio, se non sono stati in grado di accogliere uno straccio di istanza di ‘sti disgraziati? Di mostrare loro che la politica è una via più sensata della violenza? Perché non si parla mai di questo fallimento come di un fallimento degli adulti, invece che di una cosa inevitabile e figlia dei tempi? I giovani che un tempo entravano in politica lo facevano seguendo degli esempi, noi al momento chi abbiamo da seguire?
La copertura giornalistica e politica di questi giorni è stata deprimente. Da parte di tutti, destra e sinistra, giornali e politici. In parte anche del Post, per quanto mi riguarda. La mole di discussione sulle violenze è stata spropositata, si è parlato poco delle mille altre cose legate a queste proteste. E no, non basta l’articolo spiegone sul perché ci sono state, queste proteste. La vicenda di Siher era agghiacciante dall’inizio, si vedeva lontano un miglio che fosse propaganda punitiva.
Ho la sensazione che voi adulti siate i primi che non sanno più far politica: né coi partiti, né con le assemblee, né con la stampa. Sembrate ormai assorbiti dal sistema economico, schiavi di un professionismo che vi costringe, come è sempre stato, a riempire spazi a prescindere dall’originalità dell’opinione o dalla voglia di farlo, con la differenza che gli spazi ora si sono decuplicati e hanno perso valore, qualità e impatto.
Avete colonne giornaliere da riempire, video giornalieri da postare, sbracciate giornaliere da tirare per rimanere a galla e tenere quel filino di potere che vi siete guadagnati nel tempo. Se veramente questa fosse la peggior generazione di giovani e figli da tanto tempo, ciò significa che sopra c’è la peggior generazione di adulti e genitori da tanto tempo.
Fiù. Mamma mia, scusami. Chiedo scusa per il papiro, ma questi giorni hanno stimolato in me tante riflessioni. Forse è questo il mio modo di fare politica: scriverti fino all’una in barba alla sveglia per il lavoro. Ovviamente ci sono anche casi positivi che vanno premiati (critico tanto, ma ti leggo da anni e sono abbonato al Post da più anni). Ho 33 anni e mi metto tra i giovani, ma qualcuno potrebbe pure avere da ridire”.
Filippo
“Ho ventidue anni, vivo a Bari. Penso anch’io che le devastazioni per esprimere il legittimo malessere della mia generazione siano eccessive e vergognose, in grado di delegittimare una causa giusta e condivisibile. Ma credo che, in quest’espressione esagerata di malcontento, ci si ostini a guardare il dito anziché la luna: la luna è che non esistono più modi di esprimere il proprio disagio, il proprio malcontento o banalmente i propri problemi quotidiani.
Frequento da tre anni il Politecnico della mia città e ogni volta che ho avuto un problema non ho potuto confrontarmi fisicamente con nessuno. Il mio ateneo – in nome di una digitalizzazione che fatica a trovare riscontri nei fatti, visto che spesso nelle aule non c’è internet o le prese di corrente – ha deciso di eliminare la segreteria studenti per sostituirla con il suo gemello digitale: l’Helpdesk.
Un sistema ingegnoso, forse smart, ma che permette ai responsabili di ignorare le tue domande trasformate in un ticket, senza neanche il coraggio di chiuderlo ed evaderlo. Se hai più di due ticket non evasi, non puoi più porre altre domande e quindi ti devi arrangiare facendo il giro di ogni ufficio esistente.
Lo stesso è successo, a mio parere, nelle piazze qualche settimana fa. Oltre agli adolescenti delle grandi città come potrebbe essere la mia, altre categorie esprimevano il proprio malcontento. Parlando con loro, visto che mio cugino è un autotrasportatore, tutti si sentivano accomunati da due sentimenti: una voglia enorme di essere ascoltati e un sentimento serpeggiante di sconforto perché tutto sarebbe proseguito come prima e nessuno li avrebbe ascoltati, salvo gesti eclatanti.
Salvo qualche meritoria eccezione e qualche misura di facciata: nessuno li ha ascoltati, né il governo, né i mezzi di comunicazione, esattamente com’è successo ai giovani che protestano. Tutto è ripreso come prima, uguale al minuto precedente ai blocchi e alle proteste. Tutto questo in me non genera né un sussulto di orgoglio per le devastazioni, né la voglia di impegnarmi per essere ascoltato, né tantomeno l’accesso d’ira che mi porti alla distruzione di quello che mi circonda. Soltanto grande sconforto”.
Luca
“Io che, al contrario di lei, sono vecchio veramente, ricordo i miei anni ’70 quando i giovani contestavano partiti e sindacati, ritenuti troppo accomodanti nelle trattative con il potere economico, e già allora protestavano spaccando vetrine e bruciando automobili. Non ero tra quelli, perché ritenevo “ragionevoli” le stesse considerazioni che lei oggi fornisce al giovane tentato dalla violenza.
Ho fatto attività politica, mi sono iscritto a un partito, ho partecipato alla vita pubblica facendomi eleggere per dieci anni in un consiglio comunale, ho studiato, ho svolto funzioni nell’ambito culturale. Ho pensato anche, come lei dice, a chi mi stava aspettando a casa, genitori prima, moglie e figli poi. Insomma una vita dignitosa, senza eccessi e votata al raggiungimento pratico di piccoli traguardi, ritenendoli più “produttivi” di fantasie rivoluzionarie che invece inebriavano tanto molti miei coetanei.
Per un certo periodo sembrava che la mia scelta fosse stata quella giusta. I movimenti più violenti sono stati in parte riassorbiti dalla necessità di pensare al pane quotidiano e magari anche al companatico, in parte sono confluiti in organizzazioni terroristiche che hanno seminato lutti e non hanno cambiato il mondo di una virgola.
Oggi però, facendo un consuntivo, mi rendo conto che sia io con le mie scelte “moderate” che i miei compagni più rivoluzionari siamo stati tutti dei burattini i cui fili venivano tirati dal Mangiafuoco di sempre e che la nostra vita, la nostra società, non sono affatto migliorate in questi ultimi 50 anni, ma se possibile sono sempre più in balia del potere, sempre al servizio del grande capitale economico, finanziario e ora anche digitale.
Oggi sembra di vivere in un incubo, con il diritto internazionale stravolto, minacce di guerre nucleari, realtà virtuali e “intelligenze” che ci propongono visioni in cui non si riesce più a distinguere il vero dal falso. Era questo il mondo che pensavano di costruire i giovani di allora che seguivano le stesse “ragioni” che lei suggerisce ai giovani di oggi?
Sono stato sempre accanitamente contro ogni forma di violenza, ma nella mia vecchiaia comincio a pensare che per rompere questa subordinazione a una logica di potere che chiamiamo democrazia ma che, come lucidamente scriveva Huxley, ha trovato il modo raffinato di farci amare la nostra schiavitù, dovremmo consigliare ai giovani di organizzarsi seriamente per combattere”.
Italo Pelinga
“Mi chiamo Nike (come la statua, non come le scarpe trafugate dalle vetrine), ho vent’anni e non potrei essere più in disaccordo con la mail di Giacomo. Sulla contrapposizione tra manifestanti pacifici e minoranza violenta, mi limito a osservare che un gruppo disorganizzato e disomogeneo che si raduna semi-spontaneamente per spaccare delle vetrine e rubare delle scarpe non sta rivendicando nessuna istanza politica. Sta spaccando vetrine e rubando scarpe.
La mia vera riflessione però è un’altra: non ne posso più di tutte le frasi che hanno per oggetto “i giovani” in generale, perché “i giovani”, o almeno così la penso io, non esistono. Recentemente ho lavorato a un progetto per intervenire sulla marginalità sociale giovanile e ho capito quanto sia improprio parlare dei giovani come se fossero una classe con interessi necessariamente convergenti. Non è così, perché gruppi di giovani diversi vogliono cose diverse, a volte non compatibili tra loro.
Credo sia altrettanto ovvio dire che “gli adulti” o “i vecchi” non sono dei blocchi monolitici che possono essere interpretati come un’unica entità, quindi non vedo perché dovrebbe essere possibile fare la stessa operazione sui giovani, che invece sono puntualmente usati come arma contundente nei dibattiti.
Valorizzare la diversità di interessi è una delle ricchezze più grandi della democrazia, e proprio per questo credo sia importante non dare mai per scontati i desideri di un gruppo di persone, quale che sia. In alto i cuori, giovani e non”.
Nike
“Sono Anna e sono una quasi-boomer. Sono d’accordo sul fatto che la violenza sia perdente e la vera rivolta, l’unica che incute paura al potere, sia quella del voto. Vedersi sfilata la poltrona e i privilegi a essa legati è ciò che realmente preoccupa chi sta al governo, soprattutto quello attuale.
Detto questo, anche io sono talvolta vittima dell’ambigua e suggestiva immagine romantica della rivolta del popolo che passa anche attraverso una dose di furore, ma faccio molta fatica a legare ideali e rivendicazioni sociali a questa apparente bramosia di marchi alla moda… Lo spettacolo di giovani che fanno incetta di felpe, sneakers o cinture non mi è piaciuto e lo trovo incoerente con i valori della lotta: mi piace pensare al contrario che ci siano moltissimi giovani che hanno manifestato per i valori, che hanno a cuore l’ambiente e che lottano per un futuro migliore”.
Anna
“Spesso, direi anzi quasi sempre, il mezzo non giustifica il fine, ma lo prefigura. Parlando di più o meno nobili obiettivi politici, l’uso della violenza per ottenerli ha prodotto immani tragedie e, quando ha avuto successo, portato a regimi liberticidi e totalitari. Nei più frequenti casi nei quali ha invece fallito, a un rafforzamento dei sistemi di potere autoritari e sempre più oppressivi e soffocanti.
Semmai, andrebbe fatta una riflessione su come il mondo della comunicazione sia sensibilissimo alle manifestazioni di dissenso e protesta portate avanti con gesti e atti violenti, ma ignori o sottovaluti, spesso deridendoli, tutti coloro che teorizzano e utilizzano metodi di lotta non-violenta. Un palese incentivo!”
Filippo
“Mi chiamo Alberto, quasi 26 anni, dottorando in fisica e fedele lettore di Ok Boomer. Non sono poi così convinto che la protesta violenta sia utile per portare avanti rivendicazioni, anzi temo possa avere l’effetto di spingere le persone ad approvare le strette repressive e favorire la militarizzazione degli spazi. Alle manifestazioni “pacifiche/moderate” sono sempre andato, che fossero organizzate da Fridays for Future, Non una di meno, quelle per la Palestina. Ho sempre frequentato centri sociali e nella mia città natale, Torino, ho fatto molto attivismo nell’ambito delle tematiche queer.
Vedendo però quello che è successo sabato qui a Torino (e vari episodi nelle altre città, tipo Bologna) mi chiedo se abbia senso la mia posizione. Da racconti di giornalisti e amici sul luogo, una protesta pacifica è stata accerchiata, fatta partire e caricata poco dopo, mentre era intrappolata. Quindi cosa bisogna fare? Se si smette di manifestare, avrà vinto il governo. Ma se qualsiasi manifestazione pacifica è poi fomentata da tattiche di polizia e comunque una passata di manganelli la riceve, si dovrebbe continuare ad andare in piazza e prenderle a oltranza?
La cosa che più mi strugge è che ogni terza via sembra priva di senso. Ho fatto attivismo per anni per vedere intorno a me una crescente ostilità verso le persone LGBT+, ho fatto le marce per il clima e non ne parliamo che mi viene il reflusso (il mio dottorato è su temi climatici), la Palestina sta là a farsi martoriare.
Ho l’impressione che i luoghi di aggregazione come i centri sociali ormai siano piccole isolette a cui aggrapparsi mentre si naviga in mezzo al mare mosso. I locali queer che frequento sono pieni di gente che mi fa sentire tra i miei, ma per andarci accompagno il mio ragazzo che fa drag perché non giri da solo alla sera, e torno a casa con lo spray al peperoncino in mano per sicurezza, nascondendo le mani con lo smalto quando salgo su un mezzo pubblico.
La politica poi non mi fa sperare manco un pochino. Elly Schlein è lì a fare l’indecisa, AVS fa proposte random che le coperture manco sanno cosa siano e abbandonerebbe l’Ucraina, Conte se non sbaglio è quel filo-putiniano dei decreti sicurezza con Salvini, giusto?
A volte sembra che l’unica cosa da fare sia cercare di guadagnare sempre di più per stare sereni. Io sto facendo il dottorato, prendo la mia borsetta mensile dallo Stato, e nella vita mi piacerebbe fare ricerca, ma vuol dire entrare in quel magico mondo dei ricercatori precarissimi (vedi le ultime vicende del CNR).
Poi uno vede i propri compagni di corso che finita la magistrale hanno venduto l’anima al diavolo (o, come dicono loro, hanno trovato lavoro alla Leonardo) e guadagnano due volte quello che prendo io, si stabilizzano, non fanno più la spesa seguendo le offerte della Lidl e non devono fare ripetizioni per essere tranquilli il mese in cui arrivano sia la bolletta della luce, sia quella del gas. Ti chiedo scusa perché sono un po’ partito per la tangente. Mi piacerebbe sentire la tua opinione, per sentire qualcuno che ha passato un po’ più tempo a fare esperienza del mondo o anche solo per sentirsi meno soli”.
Alberto
“Scrivo per rispondere alla mail di Giacomo che ha pubblicato lunedì. Io sono della generazione precedente, ho 32 anni. Sono laureato e precario, in via di una stabilizzazione che forse arriverà tra un paio d’anni, forse chissà, e se arriverà non mi darà uno stipendio sufficiente a pensare di mettere su famiglia. La mia ragazza, con la quale sto per andare a convivere, sta finendo un dottorato di ricerca ma le è già stato fatto capire tra le righe che non ci sarà posto per lei per continuare in università.
Ripenso a quello che ha detto il direttore Costa nella puntata di Wilson di giovedì 22 ottobre: questo paese fa di tutto per ostacolare i giovani, a vantaggio dei vecchi (penso che il superbonus sia una delle peggiori porcate mai fatte per i conti e per il debito pubblico, che tanto poi chi lo dovrà pagare? Noi). Per fare un esempio vicino a me: una mia amica che è appena uscita di casa, anche lei con un lavoro precario, ha preso una macchina.
Dieci anni di patente, nessun incidente né multa. Preventivo di assicurazione: 1800 euro (stipendio medio in Italia: 1700 euro). Ha dovuto rifare il cambio di residenza per tornare formalmente coi genitori e sfruttare la legge Bersani (e meno male che c’è). Ma è possibile che uno si sente dire che noi giovani siamo dei buoni a nulla bamboccioni eccetera, e poi c’è un sistema che se sei giovane te la mette nel culo da tutte le parti appena provi a mettere il naso fuori di casa?
Ramanzine fatte da gente che è arrivata bene alla pensione, perché è nata nel momento giusto in un paese che ha vissuto per decenni al di sopra delle sue possibilità, e non ne pagherà le conseguenze.
Noi millennial ci siamo formati in un mondo che ancora stava in piedi, o così sembrava. Dalla crisi del 2008 in poi tutte quelle “certezze” che avevamo si sono mano a mano dissolte. Brexit. Trump. La pandemia. L’Ucraina, Gaza, ancora Trump. Il clima che va a ramengo ma non interessa a nessuno. Ora l’IA che ci distruggerà tutti. Stando qui da noi, la mia presa di coscienza che il mondo non era come me lo avevano fatto credere sono state le elezioni del 2018: il 50% dei voti a partiti dichiaratamente populisti.
Venendo alla mail di Giacomo: la sua generazione dentro questo caos ci è nata, e forse non è rimasta frastornata come noi che abbiamo avuto un assaggio del “mondo prima”. E quindi prova a reagire, come può.
Il suo consiglio a Giacomo è: fate politica. E penso che abbia ragione. Fare politica è l’unico modo per cambiare le cose senza “spaccare tutto”, che anche se spacchi tutto prima o poi dovrai ricostruire qualcosa. Il problema è che questa politica la dovremmo fare da zero.
Io al momento non vedo, almeno in Italia, qualcuno di credibile. Ho sempre votato a sinistra e la voterò anche il prossimo anno, perché dall’altra parte ci sono davvero i mostri marini. Ma sono scettico e sfiduciato. Vorrei votare qualcuno che non stia a farsi le seghe mentali per mandare o no gli aiuti all’Ucraina. Che mandi la gente in pensione un po’ dopo. Che rompa i coglioni sul clima. Che tassi i ricchi per davvero. Che smetta di prenderci per il culo coi bonus una tantum, con l’inflazione che c’è e gli stipendi fermi da 30 anni.
Tutte cose assolutamente impopolari temo, a maggior ragione in un paese di vecchi che tendono a difendere i loro diritti. Diritti che però rischiano di diventare privilegi negati a chi verrà dopo di loro.
Dobbiamo partire da zero a costruire qualcosa. In Italia penso che siamo molto scarsi in questo: tutti gli esperimenti che mi ricordo sono andati a finire in niente (sardine eccetera). Abbiamo molta difficoltà a unirci e organizzarci, soprattutto noi giovani. Però, da altre parti qualcosa sta succedendo. In Brasile e in Serbia per citare le ultime. Se quello che sta accadendo in questi giorni in piazza serve a darci una svegliata, allora ben venga. E speriamo che duri”.
Federico
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Sabato sarò ad Alba per presentare, con Paolo Conte, il libro che raccoglie i testi di tutte le sue canzoni. Sono emozionato e in fin dei conti è bello emozionarsi a settant’anni, per la millesima presentazione di un libro. Perché Paolo Conte è Paolo Conte, e perché ci rivediamo una montagna di anni dopo l’inizio della nostra amicizia (negli anni Ottanta), anche lei nata alla rassegna del Club Tenco a Sanremo, come tanti degli incontri che hanno poi influenzato la mia vita personale e professionale (Staino, Benigni, Paolo Hendel, Riondino, Vecchioni, Carlo Petrini, Andrea Pazienza…).
Il libro è un bel librone (del Saggiatore). Si intitola Quanta strada nei miei sandali, uno dei suoi versi più cantati: per i pochissimi che non lo sapessero, la canzone è “Bartali”. È un volume spesso, compatto, con la carta lustra. Raccoglie una vita di canzoni. Un cantautore – uno chansonnier, come dicono i francesi – mette nero su bianco una quantità di parole impressionante, e siccome lo fa poco a poco, canzone per canzone, due paginette per volta, solo alla fine, quando si volta indietro, si accorge di avere scritto così tanto, di così tante cose, per così tanti anni.
A proposito: se c’è uno che con la politica c’entra zero – artisticamente parlando – è Paolo Conte. L’amore, le strade, la pioggia, le automobili, i corpi che passano, i vestiti che frusciano, i tasti del pianoforte. Politica, zero. Dopo quanto scritto poco sopra, un poco viene da invidiarlo. E da ascoltarlo quando, della politica, non ne possiamo più.
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Domenica mattina poco dopo l’alba sono uscito sul prato di casa in maglietta, con i cani festanti per il nuovo giorno, e mi sono reso conto che non è più il caso. Raffiche di vento freddo, nuvole livide in movimento nel cielo, da ovest si è rotta la cappa immobile e caliginosa costruita da settimane di alta pressione. L’inverno chiede spazio, lo fa spingendo via il lascito malaticcio della lunga siccità; in settimana, forse già lunedì, dovrebbe ripiovere perfino su al Nord (in Sicilia, da settembre in poi, ha piovuto molto più intensamente che da noi).
Cince, codirossi, fringuelli, passeri, pettirossi (dove diavolo sono scomparsi gli storni, e quando?) si azzuffano attorno alle palle di semi impastati nel grasso che ho appeso alla pergola. Vincono sempre le cince. Il gatto sta più volentieri in casa. I cani invece vogliono stare fuori, sembrano rivitalizzati dal freddo incombente, specie la golden retriever che finalmente potrà godere della lunga pelliccia dorata che tanto le pesa in estate, quando i torrenti sono in secca e non può buttarsi in acqua.
La sola nota stonata è il giallo-grigio persistente dei prati, esausti per la mancanza d’acqua. Di solito in questa stagione sono verdissimi, e fiumi e torrenti sono rumorosi e in piena. Il loro silenzio, da mesi, suona mortale. Sono i momenti, questi, nei quali i nostri avi pregavano il buon Dio di fare piovere, e lo bestemmiavano se non accadeva.
Per distrarmi, in attesa della pioggia, ho raccolto cinque chili di giuggiole e cinque chili di olive. Con le giuggiole, per la prima volta, abbiamo cotto una composta tenace, color nocciola, bella da vedere ma terribilmente dolce: credo sia il famoso brodo di giuggiole. Mia moglie ha aggiunto un paio di mele acidule ma è ancora quasi immangiabile per quanto è dolce. Se qualcuno sa come correggere questa pappa densa, color nocciola, e come utilizzarla a tavola, me lo faccia sapere.
Le olive sverneranno in acqua e sale, giù in cantina. In febbraio, spurgate del loro amaro, le metteremo sott’olio nei vasetti (le ricette sono decine). Ogni volta che metto le olive a dormire in cantina penso che quando le riprenderemo l’inverno sarà quasi passato e saremo entrati nella stagione della luce nuova. Anche questo inverno sarà lungo, rendendo ancora più grato l’arrivo della primavera. In alto i cuori, e se per caso votate in Texas, o in Ohio, mi raccomando non sbagliate. Non vi tremi la mano.




