Il paese dove nessuno ha ragione
«Qui pare che tutto si riduca alla spada fiammeggiante che Ranucci sguainava contro il drago del potere; e al miserabile estintore usato per spegnerla»
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A conti fatti, se non nei miei primi anni di lavoro all’Unità, non ho mai fatto il giornalista nel senso più classico e più energico del termine: trovare notizie, se possibile attingendo a fonti dirette, e cercando di verificare quelle indirette. L’inviato, il cronista, il reporter d’inchiesta: è quello che non ho fatto, se non nel mio apprendistato, ed è quello che non sono diventato. Sono diventato piuttosto uno scrittore – di libri, di teatro, di satira, di televisione – che deve moltissimo ai giornali che lo hanno accolto e formato. Gratitudine è la parola giusta.
Anche per questo sentimento di anomalia, rispetto al giornalismo dei giornalisti, fin qui non ho scritto una riga sul caso Ranucci-Lavitola, che è anche il caso Ranucci-Rai e infine il caso Ranucci-Ranucci, come cercherò di spiegare. Mi sarei sentito come uno che dalle retrovie giudica, comodamente seduto, chi sta in trincea. Uno che non ha mai rischiato un’unghia, per la buona causa delle notizie, e ha speso fino all’ultima goccia di sudore solo per mettere in ordine, in condizioni di autarchia psicologica e fisica (frequento Roma solo da turista), pensieri e parole. Uno, insomma, che non ha mai avuto alcuna necessità professionale di incontrare Lavitola. Un bel privilegio, direi.
Però la vicenda è ormai esondata dal suo alveo naturale – che sarebbe la discussione sul diritto di cronaca e i suoi limiti, tra questi il rapporto con le proprie fonti – per diventare un frastuono polifonico assordante. Come se tutti i protagonisti, nessuno escluso, facessero del loro meglio per rendere inascoltabili le proprie ragioni. Come se ci fosse una specie di talento diffuso nell’avere torto.
A cominciare dalla Rai, roccaforte di una fazione e non più terreno di lottizzazione, che approfitta delle oggettive difficoltà di Ranucci per addomesticare Report (uno dei suoi programmi di punta), dimostrando una volta di più che è il controllo politico, non il lavoro editoriale, l’unico scrupolo del suo management, platealmente fellone nei confronti degli interessi aziendali e del tutto indifferente al famoso “pubblico interesse”, sempre citato a vanvera in un paese in cui di veramente pubblico c’è rimasto solo il deficit.
Proseguendo con la sconcia professione di giubilo della destra giornalistica e politica, a partire dal presidente del Senato La Russa, indecoroso nell’esultanza per la rimozione di Ranucci: sembra don Rodrigo che si complimenta con i suoi bravi per la missione compiuta. Va bene che lo stile non è la virtù più evidente di questa destra (era la destra borghese ad averne; la destra plebea non ce la può fare), ma che la seconda carica dello Stato sghignazzi per l’epurazione di un giornalista è fascismo in purezza. Non c’è un altro modo per dirlo.
Poi Ranucci. Il cui principale compito sarebbe chiarire, per quanto gli è possibile fare, la storia di un finto attentato (però con botto vero) dal movente metà surreale metà ridicolo: accreditarlo come perseguitato, e in quanto tale accrescerne la popolarità in caso di “discesa in campo”. Con tanto di fantomatici “sondaggi americani” che lo screditato Lavitola accreditava come veri, secondo i quali era proprio Sigfrido Ranucci, pensate un po’, il leader che il centrosinistra stava aspettando.
Vicenda tanto squinternata quanto incredibile, romana nel senso deteriore del termine, sortita da quel pappa e ciccia, come si dice a Roma, tra poteri e sottopoteri apparentemente separati ma nei fatti promiscui, conniventi, complici nella comune impresa di conquistare un posto a tavola e – per i più ambiziosi – organizzare la tavola e distribuire i posti, per sentirsi artefici e protagonisti della tragicommedia del potere.
Una brutta, squallida storia della quale Ranucci è con ogni probabilità vittima inconsapevole, ma che germina dal suo stesso mondo, dal suo privato, dalla sua tavola, ed è esattamente questo che dovrebbe spiegare al suo pubblico: come è stato possibile un simile avvilente canovaccio, e come pensa di emendarsene per poter proseguire il suo lavoro senza ombre che gli gravano addosso. Anche considerando il fatto, non secondario, che il suo lavoro è trovare le ombre addosso agli altri.
Fino a qui non lo ha fatto. Gira l’Italia come un’icona della libertà calpestata, paragona la sua sorte a quella di Moro, Falcone, Borsellino, Regeni, cioè dei veri martiri italiani, si illude che l’applauso delle piccole folle che lo accolgono nei teatri valga l’approvazione delle moltitudini, tipico inganno che confonde i comizianti di tutte le epoche: sopravvalutano la loro piazza e non vedono le piazze degli altri. Confuso, anche, dalla indiscriminata, pavloviana difesa che ne sta facendo – non si capisce perché, per quale giusta causa o per quali astuti calcoli – la sinistra politica, incapace di uscire dal cliché consunto del “giù le mani da… (riempire i puntini a seconda delle necessità)”.
Stento a trovare (e mi capita sempre più spesso) una parte nella quale riconoscermi. Oh certo, il giornalismo d’inchiesta è importante e anzi nevralgico, Report per la Rai dovrebbe essere un valore e non un problema: ma al di là di queste ovvietà, comunque non abbastanza condivise (vedi La Russa e vedi gli occupanti di viale Mazzini), dove sta, in tutto questo, la misura nei giudizi, nei toni, nei comportamenti, e dove stanno, soprattutto, le rispettive assunzioni di responsabilità?
Possibile che Sigfrido Ranucci sia un eroe da acclamare oppure un furbastro da licenziare? Sentendolo parlare mi viene in mente la frase che l’amatissimo caporedattore della mia giovinezza, Sergio Banali, rivolgeva a chiunque, in redazione, alzasse troppo i toni: «Rinfodera lo spadino e scendi dal cavallo bianco». E sentendo parlare i fascisti (per amor di sintesi) che lo impallinano ridacchiando, mi viene voglia di cambiare paese prima che sia troppo tardi.
Possibile che a Report, in anni di lavoro, non si siano formate le capacità professionali per procedere anche senza il conduttore caduto da cavallo, evitando il sostanziale commissariamento deciso dall’editore? Anche chi, come me, preferisce il giornalismo raccontante al giornalismo inquirente (no, non sono un fan di Report, fatta salva l’era Gabanelli), riconosce il valore e l’importanza dei reporter-segugio che fiutano la pista e la seguono fino in fondo.
Tanto nei Palazzi quanto nei bassifondi c’è tanto buon lavoro da fare, specie se lo scopo non è smascherare l’umanità, ma raccontarla. Non è trovare colpevoli, è mettere in fila i fatti. Non è fare giustizia: è cercare quel poco di chiarezza che siamo in grado di rubare al caos.
Qui pare, invece, che tutto si riduca alla spada fiammeggiante che Ranucci sguainava contro il drago del potere; e al miserabile estintore usato per spegnerla. E uno che non crede negli arcangeli giustizieri e non ama i censori, si sente escluso dal quadro. Triste è il paese dove nessuno ha ragione.
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Non è certo una novità, peraltro, il tentato (e oggi riuscito) infeudamento della Rai al potere di turno, con maggiore o minore sfrontatezza a seconda dell’arroganza del governo in carica. Ai tempi di Berlusconi se ne parlò parecchio, e ancora oggi basta dire Enzo Biagi – uno che non aveva cavallo bianco e spada, solo una biro e un taccuino – per dare sostanza storica alla parola “censura”, seppure in epoca di democrazia formale.
Ritrovo un mio pezzo di satira (dall’Espresso del gennaio 2009) che mi diverte condividere con voi, un “come eravamo” che ci ricorda la sostanziale ripetitività delle cose italiane. Sembra oggi, invece è ieri. Intenerisce, nel testo, l’apparizione del chroma key, vecchio aggeggio televisivo oggi ampiamente rimpiazzato da ben altre diavolerie tecnologiche.
“L’apparizione quotidiana, in tutti i telegiornali, di Capezzone e Gasparri viene ritenuta insufficiente dagli esperti di comunicazione del governo. Per il 2009 è allo studio un piano di potenziamento che renderà la presenza di Capezzone e Gasparri più costante ed efficace, e le loro dichiarazioni più facili da mandare a memoria.
Formato – La dichiarazione classica da tigì, venti secondi con telecamera fissa e tendaggio di velluto rosso pieno di acari sullo sfondo, verrà riformata. Grazie ai trucchi del chroma key, Capezzone e Gasparri spiccheranno a figura intera su suggestivi paesaggi naturali, come le Montagne Rocciose o le sorgenti del Nilo. Il sonoro, troppo piatto rispetto all’ambientazione sontuosa, sarà arricchito da un sottofondo musicale dal vivo, e i due portavoce saranno doppiati da famosi attori. Nella dichiarazione di prova (sulla riforma del bollo automobilistico) Capezzone è doppiato da Franco Nero e appare sulla vetta del Kilimangiaro, mentre l’orchestra della Rai di Torino esegue le prime battute dei ‘Carmina Burana’.
Dibattiti – Capezzone e Gasparri non riescono a partecipare contemporaneamente a tutti i talk show. Per non lasciare ai telespettatori la sgradevole impressione di un vuoto politico, nei principali studi televisivi saranno presenti due statue di cera che rappresentano Capezzone e Gasparri nell’atto di interloquire vivacemente. Qualora i veri Capezzone e Gasparri intervengano in talk show dove sono già presenti in effigie, potranno sedersi accanto alle proprie icone raddoppiando il potere di persuasione.
Altri media – In teatro la presenza di Capezzone e Gasparri è molto rarefatta: si sa solo dell’interruzione di un ‘Macbeth’ da parte di Capezzone per rilasciare una dichiarazione sulla Tav. Per ovviare alla scarsa presenza in palcoscenico di Capezzone e Gasparri, si punta sul coinvolgimento del mondo del teatro: alcune compagnie stabili, in costume di scena, attornieranno festosamente Capezzone e Gasparri durante i loro interventi al tigì. Molto suggestiva, assicura chi l’ha già vista, una dichiarazione di Gasparri sugli ottimi risultati della social-card, circondato dal cast di ‘Hair’. Nei circhi, le dichiarazioni di Capezzone e Gasparri saranno lette con un megafono da una bella ragazza in equilibrio su un cavallo al galoppo.
Media minori – Nelle bilance pesa-persone, il biglietto con peso e altezza riporterà sempre, sul retro, un pensierino di Capezzone e Gasparri. Dai tostapane, insieme al pane tostato salteranno fuori simpatiche figurine di Capezzone e Gasparri con didascalia filogovernativa. Pupazzetti di Capezzone e Gasparri che rilasciano una dichiarazione se premuti sulla pancia sono disponibili nei migliori negozi di giocattoli.
Contatto diretto – Una volta alla settimana Capezzone e Gasparri faranno personalmente visita a pochi fortunati elettori, estratti a sorte, rilasciando dichiarazioni direttamente a domicilio, o al citofono. Il servizio prevede, rispetto ai telegiornali, una forte interdisciplinarietà: sarà lo stesso cittadino a poter chiedere a Capezzone e Gasparri: “Mi fa una dichiarazione sulla striscia di Gaza? E sul nucleare? No, aspetti: mi dica qualcosa sul federalismo. Anzi no: il prezzo del petrolio! Ha qualcosa di pronto anche sul prezzo del petrolio?”.
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Si resta in argomento Ranucci con la prima Zanzara di questa settimana, un sottotitolo di Rai News segnalato da Donatella:
LAVITOLA: AL GIP CHIESI DI SPARARE CONTRO LA VILLETTA DI RANUCCI
Laddove bastano i due punti fuori posto per aggiungere clamorose novità a un intreccio già molto complicato. Avrà accettato, il gip, di sparare contro la villetta? Difficile da cogliere anche l’intreccio di questo insolito caso di cronaca, che Marcello ha trovato sulla Libertà, quotidiano di Piacenza:
CICLISTA TRAVOLTA
DA UNA BICI ELETTRICA
TENSIONE IN CENTRO
La bici elettrica era senza conducente? E la tensione in centro segnalata nel titolo avrà avuto a che fare con l’elettricità della bici? Veramente fuori dall’ordinario anche il caso descritto da questo titolo del Giorno, notato da Alessandra:
TRENO BLOCCATO E CIRCOLAZIONE SOSPESA
SULLA MONZA-LECCO PER UNA PERSONA FINITA SOTTO I BINARI
Come sarà finita, quella persona, sotto i binari? Gianmarco segnala, dalla Nuova Venezia, un titolo che non contiene alcun errore formale. È la vicenda in sé a meritare una menzione:
ENTRA IN GELATERIA E USA UN REGGISENO
COME PASSAMONTAGNA: LADRO
PRESO CON SOLDI E LIMONCELLO
Legittimo il dubbio: se avesse usato un passamontagna vero, lo avrebbero preso lo stesso?
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Sono parecchio in ritardo, questa settimana, con la lettura delle vostre mail: tante sul tema “woke”. Le tengo da parte, è fieno in cascina, vi assicuro che le leggo tutte e se non riesco a rispondere personalmente a tutti è solo perché voi siete tanti e io uno solo. Ne approfitto per confermarvi, cumulativamente, che le cose che mi scrivete mi sono molto utili, come verifica del mio lavoro, come contraddittorio, come conferma, come smentita, come suggerimento di argomenti che non avevo valutato: eccetera. E dunque grazie, mi considero fortunato.
Il caldo fatica a diradarsi, è come se si fosse accumulato non soltanto nel mare e nei terreni riarsi, nei muri delle case: anche nei nostri corpi. Per rinfrescarci ci vorrà tempo, è un soccorso anche psicologico l’accorciarsi delle giornate. Il sole tramonta qualche minuto prima ogni sera, manca la pioggia ma siamo pronti ad accoglierla, quando verrà, come una dea distratta che finalmente si è ricordata di noi. Qui nel selvaggio Nord Ovest camminare nei boschi e nei campi vuol dire ancora sentirli crepitare sotto i piedi, o risuonare a vuoto, sterili e calvi, come fossero di linoleum.
Vorrei riparlarvi dei lupi, degli uomini e dei cani e prima o poi lo farò, quando mi sentirò pronto a farlo. Sorvolando sul fatto che non saranno mai pronti i tanti che, sui social, straparlano di uomini e lupi senza saperne nulla (conosce la natura chi ci vive dentro, non chi la giudica da lontano, con l’astrazione dell’ideologo o con l’approssimazione dell’estraneo). Mi limito, per adesso, a salutare Gabriele, la capra della mia veterinaria sbranata pochi giorni fa dentro un cortile recintato, in una casa dentro un paese di fondovalle.
Vi rimando a quanto scriveva ieri, domenica 30 agosto, il professor Boitani, emerito lupologo, su Repubblica. Articolo competente, equilibrato, anti-ideologico, lupesco quanto serve, forse appena un poco ottimista quando scrive che il lupo preda solo gli animali domestici «non custoditi».
Posso assicurare che purtroppo preda anche quelli custoditi, a meno che custoditi voglia dire: blindati in casa. Capre, pecore, asini, cavalli, cani e gatti hanno qualche difficoltà a vivere in casa. Sono natura anche loro. E anche l’uomo, perfino l’uomo, scellerato e ingordo, è natura. Dunque quando si dice “ambiente”, quando si dice “natura”, si deve essere capaci di parlare di tutte queste cose insieme: del lupo, dell’uomo di montagna, della capra Gabriele. Nessuno di questi merita ostilità o negligenza.
In settimana dovrebbe arrivare un nuovo cane. È un giovane meticcio senza casa e senza branco, so che faccia ha ma non so ancora come abbaia. Un cane lo conosci per davvero solo se riconosci, tra mille, il suo abbaio. Solo allora puoi dirti parte del suo stesso branco. Ci metterò un paio di settimane al massimo. Ci capiremo. In alto i cuori.




