Il momento giusto per andare in Sudamerica
«David Riondino sapeva fare tutto e tutto bene, scrivere, cantare, recitare, vincere gare di improvvisazione poetica in ottava rima, organizzare e disorganizzare palcoscenici»

I giovani tornati in massa a votare sono una novità che spacca, direbbe l’adulto desideroso di accattivarseli. Novità che si presta allo sbalordimento di chi era convinto che ragazze e ragazzi fossero tutti annegati, come Narciso, specchiandosi nello smartphone; all’elogio paternalista, tipo “bravi, vi siete finalmente svegliati, ora date retta ai nostri saggi consigli”; ad altre varianti piuttosto goffe, tra le quali il reclutamento, per niente scontato, dei “No” referendari tra le truppe dei partiti di opposizione.
Ma il forte impatto dei nuovi elettori sugli equilibri politici italiani si presta anche a considerazioni molto istruttive, a volerle cogliere, a proposito della sopravvivenza – forse della rinascita – della politica per altre vie, con altri ingredienti culturali e psicologici. E con parole d’ordine, rivendicazioni, impuntature che corrispondono a bisogni molto diversi, e a volte spiazzanti, rispetto alle categorie classiche del cosiddetto “impegno”. Come è ovvio accada quando un mondo nuovo impatta su abitudini vecchie.
Dando per scontato (ma non del tutto) che pace e clima/ambiente siano percepiti come i due terreni di lotta macropolitici dell’epoca, colpisce molto scoprire, in quasi tutti i cahiers de doléances dei giovani attivisti, che la denuncia del disagio psichico come problema “di generazione” è molto ricorrente. E che con, la stessa energia con la quale il proletariato classico chiedeva pane e lavoro, i nostri figli e nipoti pretendono che il concetto di welfare includa anche il benessere mentale, per sostenere meglio un “sentirsi male” che non dipende solo dalla guerra alle porte e dal lavoro precario: anche da quella invisibile decurtazione di senso che è l’oscurità del futuro. Mettere un piede davanti all’altro senza sapere bene se al prossimo passo si troverà terreno solido o il vuoto. Il vuoto sotto i piedi.
Sarà anche un lusso di generazioni che da tempo non conoscono più fame e povertà come minacce stabili, e dunque hanno modo di non ascoltare più lo stomaco e scrutare nel proprio cervello («giocherellare a palla con il proprio cervello», De André, “Cantico dei drogati”), e spendere molte delle loro energie a farsi domande, alcune utili altre un poco oziose, sull’identità personale e su quella sociale, sul tasso di rispetto percepito, su infinite altre vulnerabilità psicologiche.
Ma questo fa parte di uno stato delle cose oggettivo, della vita reale che ragazze e ragazzi vivono, e dunque non andrebbe preso come uno sfizio sul quale moraleggiare, ma come un nuovo fronte del conflitto sociale e culturale e della sua evoluzione: risolto il problema di mangiare e dormire in un letto, vogliamo passare ai capitoli successivi? Volete che quell’“uomo nuovo” del quale i grandi rivoluzionari parlano ormai da due secoli e mezzo sia dedito solo alla sopravvivenza e alla liberazione dal bisogno, oppure anche i suoi connotati culturali e psichici, le sue ambizioni e i suoi sentimenti, fanno parte della liberazione stessa?
La cura della mente, alla luce dei fatti (anche dei fatti di cronaca nera), vale tanto quanto la cura del corpo. Nelle scuole e nei quartieri lo “strizzacervelli” diventa – sarebbe bello diventasse – un presidio di base.
L’altro elemento che mi ha colpito nelle chiacchiere del dopo voto (ne ho scritto su Repubblica tre giorni fa) non riguarda direttamente i ragazzi: piuttosto l’impacciato ritardo con il quale la società adulta prende atto che “informazione” è un concetto che i tempi hanno rimescolato, ribaltato, rivoluzionato in maniera ormai irreversibile. Il brodo di coltura della nuova politica è nei social, nelle chat, nei siti selezionati, magari, per sigillare la propria bolla ideologica (proprio come fa un lettore di Libero o di Repubblica); i problemi e i limiti sono molto simili a quelli di buona parte dei media tradizionali – faziosità e scarso controllo delle fonti, per esempio – ma il magma dei nuovi media è tutt’altro che distraente, o anestetizzante, o evasivo. Lo è solo per chi se lo confeziona allo scopo; per molti altri, con altre intenzioni, al contrario quel magma è dinamico; e soprattutto è politico: sta dentro la Polis, non fuori. Non è assenza, è presenza.
È come se urtassimo con il gomito qualcuno che è nella nostra stessa stanza, ma non ce ne eravamo accorti. E gli dicessimo: ma dove cavolo eri finito? Risposta: veramente, sono sempre stato qui. Non solo “non li abbiamo visti arrivare”. Non li abbiamo visti essere già qui.
*****
Quando vidi per la prima volta David Riondino era dietro il palco dell’Ariston, a Sanremo, durante una delle prime, memorabili rassegne del Club Tenco. Era la fine degli anni Settanta. Aveva in mano una chitarra, era più spettinato di un pagliaio dopo la tempesta, aveva un look molto ma molto informale, una specie di hobo però fiorentino, di lingua raffinatissima, tagliente, spiritosa e profonda. Aveva appena cantato “Ci ho un rapporto”, suo piccolo capolavoro di esordio, parodia esilarante del cosiddetto “amore libero” e delle nuove abitudini erotico-sentimentali di noi ragazzi dell’epoca. E “Parco dell’Uccellina”, sempre sul tema “noi giovani di sinistra”.
Si era esibito con il suo fratello artistico degli inizi, Paolo Hendel, che entrava in scena e si spaccava rumorosamente una mela sulla fronte (gesto punk ante litteram) mentre David cantava canzoni serissime, molto impegnate. Facevano molto, ma molto ridere, e più di dieci anni dopo, nelle feste di Cuore a Montecchio, più grandicelli, abbiamo continuato a ridere e cantare alla stessa maniera: di noi stessi, della vita che corre, della politica, del mondo che rigurgita le cose più orribili e le cose più incantevoli.
David era decisamente bello (da ragazzo quasi un sosia di Bob Dylan, ma in versione migliorata) e straordinariamente talentuoso. Sapeva fare tutto e tutto bene, scrivere, cantare, recitare, vincere gare di improvvisazione poetica in ottava rima, organizzare e disorganizzare palcoscenici. Ho sempre pensato che questo suo polimorfismo lo abbia, alla fine, svantaggiato, e David abbia disperso le sue energie su troppi fronti. Ma forse mi sono sbagliato: a lui piaceva così, lui era così. Ispirato e vago. Geniale e incostante. Disordinato e fertile. Alla fine, soprattutto imprendibile.
Ai tempi di Cuore, un giorno che gli chiedevo come mai non mi avesse ancora consegnato una poesia che mi aveva promesso di scrivere per il giornale, guardando fuori dalla finestra mi rispose: «Secondo me, questo è il momento giusto per andare a lavorare in Sudamerica». L’avrei strozzato. Educatamente, mi limitai a dirgli: «Nel frattempo, sfortunatamente, noi siamo qui. La cosa migliore, dunque, è andare in Sudamerica dopo che avrai scritto la poesia che sto aspettando da due mesi».
Siamo stati molto amici e abbiamo condiviso centinaia di giorni e di cose (anche di fraterne litigate politiche: io ero troppo ortodosso per lui, lui troppo eterodosso per me. Sul palco del teatro Puccini, a Firenze, mi dedicò anche una poesia della quale non ricordo bene il titolo, qualcosa tipo “Non si può mangiare sempre pollo”). Abbiamo vissuto insieme il Club Tenco, Tango e poi Cuore, le feste di Montecchio e le feste dell’Unità, trasmissioni televisive, cene, viaggi, chiacchiere, amici comuni, idee presto svanite e idee perfino realizzate.
Nonostante David sia stato così imprendibile e incostante, sono sicuro che abbia scritto le migliori poesie comiche italiane della seconda metà del Novecento, qualcuna diventata canzone, molte no. La “Canzone del silenzio degli animali” è una meraviglia (la fece anche con Paolo Rossi), “La peste a Milano” pure, ma se la trovate ancora c’è una sua raccolta di poesie per Feltrinelli, Rombi e milonghe, che darei non so che cosa per averle scritte io.
Ciao David, ti penso in Sudamerica, dentro le nuvole che si rompono contro le Ande o a piedi, nella pampa, con il tuo sguardo nero e sottile che scruta l’orizzonte, e già stai pensando a un altro continente.
*****
L’inverno indugia, ci ha preso gusto. Là nel selvaggio Nordest, fino ai bordi della pianura, in Appennino ha nevicato anche forte, ho visto foto e video di candidi vortici, di tetti bianchi, i colori di primule e viole coperti da quella che le cronache di giornale chiamavano un tempo “la bianca visitatrice”, come nelle poesie di Giacomo Zanella e Angiolo Silvio Novaro che resero così caramellosa la nostra infanzia. Ma qui nel selvaggio Nordovest invece no, non ha nevicato se non in alta quota, ha solo fatto un gran freddo; e venerdì sera tuonava come nelle tempeste estive, e sono arrivati scrosci d’acqua a inzuppare il grano e l’erba medica già grandicelli.
Ma io l’ho saputo per telefono dal mio vicino di casa perché ero a Peccioli, con Luca Sofri che ha tentato inutilmente di smontare la mia fede in Rosalia e ha osato trattare da ignobile dissenteria il nobile malessere che ha impedito alla Diva di condurre a termine il suo concerto milanese, inspiegabilmente messo in calendario in una data che rendeva impossibile la mia presenza. Per fortuna a Peccioli ho anche incontrato Mia Canestrini, lupologa eminente: e parlando con lei di lupi e cani la nostalgia di casa si è un poco attenuata.
Adesso è domenica, vi scrivo da Milano in attesa di andare in studio da Fabio Fazio. Ci sarà anche Gianni Morandi, impagabile compagno di lavoro ai tempi di C’era un ragazzo su Rai 1, siamo rimasti sempre amici. La sua cura del lavoro e il suo rispetto per il pubblico sono unici. Gli chiederò se il fiumicello Zena, che lambisce la sua casa nel Bolognese e l’ha allagata già un paio di volte, ha messo giudizio o ancora minaccia sconquassi.
Lo ascolterò che prova qualche canzone nello studio ancora senza pubblico. Comperavo i suoi 45 giri che lui aveva vent’anni e io dieci. Era molti secoli fa, ma siamo ancora qui a cantare, a chiacchierare e a volerci bene. In alto i cuori.




