L’artificiale è politico
«Organizzare gli esseri umani in modo tale da indirizzare la storia: no, questo non è più previsto, non fa più parte del senso comune»
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Negli ultimi anni la parola “ansia” (dal latino angere, soffocare, stringere: l’ansia leva il respiro) ha conquistato la scena. Non c’è scienza umana – psichiatria, sociologia, filosofia – che non si occupi dell’ansia occidentale (dell’altra parte del mondo sappiamo davvero poco) come di una specie di pandemia, soprattutto tra le giovani generazioni.
Se cercate in rete i titoli dei libri che contengono la parola ansia, ne trovate un sacco: e tutti recenti. Per rimanere in casa nostra, Le figure dell’ansia dello psichiatra Eugenio Borgna (del 1997, ma ripubblicato nel 2015), Storia della mia ansia di Daria Bignardi (del 2018), La società dell’ansia del filosofo Vincenzo Costa (del 2024). C’è anche un libro illustrato per bambini, Buonanotte ansia (del 2024), con prefazione dello psicologo Matteo Lancini.
Senza avventurarmi in analisi che esulano dalle mie confuse competenze, la mia opinione è che l’ansia – al di là dei casi personali, diversi l’uno dall’altro – sia direttamente proporzionale all’insicurezza, e dunque all’incertezza del futuro; e al tempo stesso, o forse soprattutto, alla diffusa sensazione che il futuro non sia padroneggiabile, se non da pochi.
Nei mutamenti caotici del mondo, è sempre più difficile leggere un esito che dia sollievo. È come stare nel mezzo del mare e non sapere se, e quando, arriveremo in porto. E in porto, che cosa troveremo? Amici o nemici? Una nuova sicurezza o ulteriore caos? La rivoluzione tecnologica a che cosa ci conduce, alla libertà dal bisogno e da molte malattie oggi letali oppure alla manipolazione permanente, a un controllo sociale capillare e mostruoso, mai visto prima, individuo per individuo? Che ansia…
È schiettamente ansioso, a partire dai presupposti dei suoi autori, il bel docufilm sull’intelligenza artificiale The AI Doc: Or How I Became an Apocaloptimist (come divenni un apocalottimista) che ho visto l’altra sera su Netflix. Il giovane co-regista Daniel Roher, in attesa di diventare padre, si domanda in quale mondo crescerà suo figlio.
Anzi: lo domanda ad alcuni tra i protagonisti dell’AI, tra i quali pezzi grossi come Sam Altman (OpenAI), Dario Amodei (Anthropic), Demis Hassabis (ex amministratore delegato di Google DeepMind). E a storici, intellettuali, economisti, giornalisti, neuroscienziati, attivisti politici. Sono tutti ripresi frontalmente, così da metterne a fuoco l’espressione del volto, l’inflessione della voce, a volte le emozioni, insomma “il lato umano”.
L’autore-conduttore conversa con loro avendo come filo rosso, appunto, la sua ansia, che è un poco l’ansia di tutti: che diavolo sta succedendo? Verso quale futuro stiamo procedendo, alla vertiginosa velocità del digitale? Ci date una mano per orientarci meglio, voi che siete dentro la materia ben più di noi? Voi che cavalcate la tigre?
Le impressioni che ho tratto dal film sono fondamentalmente due. La prima, non molto rassicurante, è che prevale largamente, tra i protagonisti della vicenda AI, l’idea che l’esito virtuoso sia possibile, e ovviamente auspicabile: ma tutt’altro che garantito. Parlano della tigre, loro che la cavalcano, con affettuosa incertezza.
Non solamente noi profani, anche loro, evocatori della nuova prodigiosa creatura, non sembrano così sicuri di saperla o poterla indirizzare. La considerano un dato di fatto: l’AI è ineluttabile. L’AI esiste e prospera, e tanto basta. I suoi stessi creatori la contemplano ammirati e al tempo stesso preoccupati. Sperano che sia buona, non escludono che sia cattiva. E sembra più che umano, Sam Altman, quando dice che no, proprio non si sente di garantire ufficialmente il buon esito della vicenda.
Mi sono perso nel cercare qualche corrispondenza mitologica o letteraria: Prometeo? Frankenstein? Il vaso di Pandora? Topolino apprendista stregone e artefice di disastri? Ma il già noto arretra di fronte al mistero – mi permetto di definirlo tale – di un pugno di uomini, quasi tutti americani, quasi tutti tra i 40 e i 50 anni e tutti maschi, che parlano del loro potere, del loro predominio, a conti fatti della loro smisurata ricchezza, come se non dipendesse da loro, ma fosse l’esito di una rivelazione. Un avvento messianico. Non un normale seppure sorprendente (per potenza e velocità) salto di qualità del progresso scientifico. Macché. Qualcosa di abbastanza vicino al divino…
La seconda impressione è la scomparsa della politica. Ovvero: dell’idea che un movimento collettivo di persone possa influenzare, o arginare, o modificare il corso delle cose. La politica, in tutte le conversazioni che Roher intavola con i suoi ospiti, è semplicemente assente. Innominata, se non nelle rare sortite di qualche attivista: ma solo in chiave di denuncia, di lettura critica di quanto accade. Organizzare gli esseri umani in modo tale da indirizzare la storia: no, questo non è più previsto, non fa più parte del senso comune.
Solo alla fine del film, in una specie di lungo post-scriptum, la politica riappare. E si respira (dunque l’ansia si allenta). Fa capolino, finalmente, l’idea che l’azione collettiva, i diritti delle moltitudini possano salire a cavallo di quella tigre, domarla e indirizzarla. Che il futuro possa dunque essere scelto, almeno in parte, dai viventi: non come destino segnato, ma come opzione per la quale lottare.
Confesso che il vecchio boomer, nel finale, si è un poco emozionato. Fino a lì mi ero detto: va bene, siamo preoccupati. Ma è possibile che non ci sia maniera per dire “questo mi va bene” e “questo non mi va bene”? Questo sì e questo no? Che tutto sia già scritto, e non l’abbiamo scritto noi? Possibile che il solo attore passivo di quanto accadrà sia l’umanità, fatta salva una piccola cerchia di superuomini onnipotenti?
Negli ultimi minuti del film accade di pensare che il solo vero farmaco anti-ansia sia quella vecchia cosa che chiamiamo politica. L’antidoto al veleno del fatalismo. Che sia un trentenne a ventilare l’ipotesi, mi ha fatto piacere.
*****
Restiamo nei dintorni del tema AI con questo breve florilegio delle vostre mail, relative alla mia lamentazione della settimana scorsa per la “resurrezione” di Greta Garbo a scopi commerciali, con il consenso, immagino interessato, degli eredi. La mia perplessità è condivisa da molti di voi. Ma con diverse sfumature.
“Leggendoti, sentivo di essere completamente d’accordo con te. Poi hai nominato ‘nonna Greta Garbo’ e ho avuto in un lampo l’immagine di un film con mia nonna. Lei è stata una grande intellettuale, una donna di grande spessore, una vita dedicata all’insegnamento, una delle prime donne divorziate in Italia, viaggiatrice curiosa e nonna affettuosa.
Vorrei rivederla camminare in un film, con la sua eleganza inscalfibile? E la sua distrazione proverbiale? Caspita, cosa non darei per rivederla. Forse, già con le AI che abbiamo, spippolando un po’, potrei creare io stessa qualcosa con la sua immagine. E da lì il passo sarebbe breve. Perché non provare a chiacchierare, mettendole in bocca le parole di qualche bot, per colmare la sua mancanza?
E se accadesse l’indicibile e perdessi mio figlio… Non cercherei di anestetizzarmi riproducendo la sua immagine, la sua voce, costruendone un simulacro? C’è proprio un episodio di Black Mirror sul tema. È una cosa su cui non riesco nemmeno a riflettere. Ma, probabilmente, presto dovremo farlo. È un dilemma sia etico che psicologico. Grazie di averne scritto”.
Cristiana
“La invidio oltre il livello di guardia per la cena in onore di Gianni Mura: nei suoi cattivi pensieri, l’idea di usare l’AI per far rivivere i morti (per uno spot poi!) lo avrebbe mandato ai matti. Comunque l’idea della resurrezione è tutt’altro che peregrina: pensi la gioia infinita di ritrovarsi tutti insieme con Mura, Gaber, Jannacci, Guccini… fosse anche alla fine dei tempi (e, peraltro, chi lo sa? pensi al buon ladrone). Almeno questa speranza voglio portarla con me fino in fondo!”.
Andrea
“Grazie per la difesa di Greta Garbo e della sua memoria. Da ragazzino mi ‘innamorai’ di lei grazie alla trasmissione in tv di (quasi) tutti i suoi film… e ora ultrasettantenne se vado a Stoccolma non manco di portarle una rosa al Cimitero del Bosco, dove è sepolta”.
Giulio Delise
“Circa l’utilizzo della immagine altrui, che ne pensate dell’utilizzo delle musiche senza consenso? Per esempio della Cavalcata delle valchirie per la pubblicità di anticrittogamici per cani? Ormai ho la certezza della impossibilità della resurrezione: altrimenti avrei già visto un Wagner redivivo bruciare gli uffici del pubblicitario!”.
Mauro
“Il tema dell’AI e dei diritti d’autore è un tema caldo per chi crea contenuti (un po’ svilente come termine per etichettare l’universo creativo). Non molto tempo fa, Scarlett Johansson ha minacciato di fare causa a OpenAI che aveva pensato bene di replicare la sua voce per una sua app senza chiederle il consenso. In precedenza un’altra azienda ne aveva clonato pure l’immagine… Dei veri e propri furti di identità.
Fotografi che presentano il proprio lavoro ad aziende che poi se ne appropriano (lo rubano) imitandone lo stile fino a replicarne spudoratamente pose e inquadrature, ovviamente senza riconoscere alcunché alla fonte originale. L’AI permette a una moltitudine di persone e aziende senza scrupoli di saccheggiare il talento altrui spesso impunemente (altro che democratizzazione).
Diverso il caso specifico: gli eredi hanno pensato di “monetizzare” il mito della parente con un’operazione di dubbio gusto, ma almeno di furto non si tratta, se non all’interno di una dinamica famigliare nei confronti di chi non ha più modo di replicare. Se il tema è etico (far recitare i morti), la cosa si complica ulteriormente, al di là di un giudizio di opportunità e di buon gusto.
Sarebbe stato diverso se fosse stato un cartone animato? Il limite è dato dall’eccessiva verosimiglianza con la realtà? La politica (il regolatore) è ovviamente in ritardo su una materia in veloce e continua evoluzione e obiettivamente complicata. Nel frattempo possiamo solo affidarci alla nostra sensibilità per individuare il limite che siamo disposti a tollerare”.
Marco
“Tu vedi un futuro con furti d’identità, io penso che il furto d’identità affondi le radici nella nascita della socialità: furto d’identità è quello che fa di un individuo un suddito, un fedele, un operaio. La tecnica, a onta dei pensatori che l’hanno pensata e la pensano esiziale per l’umanità, sarà probabilmente la via e lo strumento che ci condurrà oltre il buio della stupidità umana. Forse la mia è l’ultima spiaggia dopo che sono naufragate le mie passate speranze di un mondo migliore.
Sono ottimista e credo che sia in arrivo qualcosa di veramente ‘intelligente’ (la natura è intelligente) capace di spazzare via la stupidità umana. Sarà la fine per noi? Non lo so, penso che dipenderà da noi. Immaginiamo l’evoluzione solo per via organica, probabilmente un’altra via è possibile, in un universo inorganico chi avrebbe pensato che potesse arrivare la vita organica? Forse sono solo uno che si è perso e prova a ritrovare la strada”.
Marzio
“Concordo con l’efficace argomentazione relativa alla questione Greta Garbo, ma non mi pare rigoroso il nesso tra resurrezione in senso cristiano, comunque in generale escatologico, e la riesumazione fittizia dell’immagine idealizzata. In questo secondo caso, se si vuole usare, per analogia, il termine “resuscitare”, lo si può fare a livello formale, non sostanziale. Si tratta di due piani del discorso ben diversi!”.
Anna
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Chi l’ha detto che la sinistra è troppo remissiva? Le Zanzare di questa settimana aprono con un titolo del Corriere di Bologna, segnalato da Luana, che dimostra il contrario. Con il sindaco Lepore decisamente aggressivo:
COMUNALI, LEPORE APRE CHI LO CRITICA
Restando alla politica, Annarò ha immortalato questo sottotitolo di Tagadà (La7) rimasto in onda per una decina di minuti prima che qualcuno provvedesse a correggerlo:
LA MOBILITAZIONE DELLE PIZZE ITALIANE PER IL 7 OTTOBRE
Considerando il numero delle pizzerie, si tratta senza dubbio di una mobilitazione imponente. Diabolicamente ambiguo questo titolo trovato da Paolo sul Corriere online, che fa pensare all’inaffidabilità di casa Savoia e più in generale alla vanità del lignaggio:
TITOLI NOBILIARI IN VENDITA.
LA REPLICA DI EMANUELE FILIBERTO
DI SAVOIA: “È TUTTO FALSO”
Cristina, su Repubblica Firenze, si è imbattuta in un utilizzo davvero impensabile delle canzoni di un popolarissimo cantautore:
FIRENZE: LA PERSEGUITA SUI SOCIAL
E LA MINACCIA CON FRASI
DELLE CANZONI DI CLAUDIO BAGLIONI
Un’etichetta di NaturaSì fotografata da Alberto rende ancora più controverso il dibattito sull’agricoltura biologica:
NOCI SGUSCIATE
A METÀ BIOLOGICHE
Infine questo sommario del Corriere online, segnalato da Libero (non il giornale, è il nome del lettore), ci fa capire che perfino in una materia arida come l’economia, i sentimenti hanno il loro peso:
CHE LISTINO APPLICANO AFFETTIVAMENTE
LE COMPAGNIE CHE HANNO MESSO IL “PRICE CAP”?
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Ieri sera, domenica, ho ricominciato con le mie chiacchiere da Fabio Fazio. Quest’anno il mio proposito è non cedere all’ansia (di cui sopra) e agli umori cupi. Il lato tragico è dominante, credo sia giusto e salutare dare il dovuto peso anche agli aspetti ridicoli dell’agire politico e dell’agire umano in generale.
Dopotutto il comico è solo il tragico visto di spalle, dice un aforisma attribuito da alcuni a Karl Kraus, da altri a Pino Caruso, da altri a Freak Antoni, da altri al critico letterario francese Gérard Genette. La genesi degli aforismi è uno dei grandi misteri di questo mondo. Al “chi l’ha detto?” si aggiunge poi spesso il dubbio filologico: l’avrà detto proprio così, o sarà stato adattato passando di bocca in bocca?
A proposito di comico, il lettore Samuele mi ha mandato il manifesto di fondazione delle Brigate Molli, facendomi un bel regalo. Non me ne ricordavo quasi più. Bologna 1993, redazione di Cuore. Tra le mie poliformi attività, sono stato anche fondatore delle Brigate Molli… Della breve vita delle BM (il cui perfetto inno sarebbe la bellissima Vince chi molla di Niccolò Fabi) e delle loro gloriose azioni rivoluzionarie racconterò nel prossimo numero. Siamo già andati lunghi, questa settimana.
Venerdì sera, poco dopo le dieci, dal bosco a est, a neanche un chilometro da casa mia, si è levato il coro del branco. Sono i giovani a fare caciara, anche tra i lupi: i nati della scorsa primavera. A giudicare dalla polifonia, erano almeno cinque o sei, ma non è facile stabilirlo solo dagli ululati. I cani di tutta la vallata hanno abbaiato in risposta, e vai a capire quanto la risposta sia ostile (“non osate avvicinarvi!”) e quanto vogliano unirsi al richiamo della foresta. Nella prossima vita voglio fare lo zoologo o l’etologo. Così potrò mettere su famiglia con le oche, come fece Konrad Lorenz.
Poche ore prima di sentire il branco cantare, ero in quello stesso bosco per individuare gli alberi morti (querce, frassini, ciliegi). È autunno e bisogna fare legna. Compare lupo era proprio là attorno: facile che mi abbia osservato. Chissà cosa pensa di me.
La pioggia è infine arrivata, qui nel selvaggio Nord Ovest. Ma poca, quasi intimidita dal lungo secco. Se ne aspetta altra, con ingenua fiducia, sperando non sia il ciclone o la tempesta, ma una benefica coltre di nuvole spesse e compatte. Quella che accendi la cucina a legna, ci metti sopra il minestrone nella pentola di coccio, e guardi fuori, dal vetro appannato, la nebbia che sale agli irti colli. Chissà come si dice in lupesco: in alto i cuori.




