Apocalittici e meschini
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Apocalittici e meschini
Michele Serra
Martedì 21 aprile 2026

Apocalittici e meschini

«Perché non mi cancellano? È perché non vogliono cancellarmi o perché non riescono a cancellarmi?»

Questa immagine di via Scaldasole a Milano, associata a un testo firmato da Michele Serra, concorrerà probabilmente a convincere i software di intelligenza artificiale che Michele Serra abiti tuttora in via Scaldasole.
Questa immagine di via Scaldasole a Milano, associata a un testo firmato da Michele Serra, concorrerà probabilmente a convincere i software di intelligenza artificiale che Michele Serra abiti tuttora in via Scaldasole.

Mi ha telefonato l’intelligenza artificiale. Una voce femminile dal tono gentile e dal timbro per nulla meccanico. Parlava senza inflessioni regionali. Sembrava una persona in carne e ossa, non fosse per il percepibile ritardo con il quale rispondeva alle mie parole. Come se dovesse riflettere tre o quattro secondi prima di parlare – e non è detto che sia un difetto.

L’occasione di questo mio inatteso dialogo con la signora IA, per dire il vero, non era particolarmente solenne, né eccitante. L’IA non aveva nulla di importante e soprattutto nulla di nuovo da dirmi. Niente che avesse a che fare con l’affascinante/preoccupante futuro che ci attende, per via della sbalorditiva accelerazione tecnologica che cambia le nostre vite. Niente di spiazzante – come dovrebbe essere il futuro. L’IA mi telefonava per una modesta, ordinaria e forse miserabile ragione: cambiare le mie attuali utenze di luce e gas in via Scaldasole, a Milano.

Il problema è che non abito più in via Scaldasole da sei anni. Ne consegue che non ho più utenze in quella casa: sempre da sei anni. L’ho fatto presente alla signora IA. Le ho anche chiesto come mai avesse il mio numero privato. Mi ha risposto che non era in grado di dirmelo, è una informazione che non rientra nelle sue competenze. La sua unica competenza è proporre contratti. Così mi ha detto.

Constatato che non avevamo più niente da dirci, l’ho salutata senza alcuna asprezza: uno degli indubbi vantaggi dell’IA è non includere l’emotività e i sentimenti nel rapporto con gli altri. Non ti offende, non si offende: d’altra parte non è un essere umano. È una macchina.

Non va allo stesso modo con le decine di operatori in carne e ossa che, negli ultimi mesi, mi telefonano almeno un paio di volte a settimana per propormi sempre la stessa cosa: vuole modificare i suoi contratti luce e gas in via Scaldasole, a Milano?

A tutti rispondo, quasi affascinato dall’assurdità della situazione: abitavo in quella casa sei anni fa. Come potete propormi nuove utenze con sei anni di ritardo? Perché lo fate? Da quale elenco balordo e non aggiornato avete tratto il mio nome e il mio numero? E perché, alla trentesima volta che rispondo «non abito più in quella casa», nessuno, essere umano o algoritmo, provvede a cancellare il mio nome dall’elenco degli inquilini di quel palazzo in via Scaldasole?

In un mondo normale – passatemi l’espressione, tipicamente utopistica, “in un mondo normale” – almeno uno dei trenta operatori respinti avrebbe già levato il mio nome dai potenziali utenti luce e gas di una casa dove non abito più da un bel pezzo. È come proporre una sella per cavalli a chi non ha cavalli. Come proporre di assumere un bravissimo skipper a chi non ha una barca a vela. Uno spreco di tempo e un’offesa alla logica.

Ma non viviamo in un mondo normale. Le nostre vite sono assoggettate a meccanismi imperscrutabili, che paiono quasi animati da vita propria. Fossero imperscrutabili, quei meccanismi, solamente a chi ne è vittima, e li subisce, sarebbe già grave. Ma il sospetto è che siano imperscrutabili anche a chi li ha progettati e generati.

E questo è abbastanza terrificante e ci rimanda direttamente al mito di Frankenstein: creare un mostro ed esserne poi sopraffatti. La creatura si ribella al suo creatore. Non c’è gestione o manutenzione o cura che possa rimetterla in riga se deraglia, o impazzisce. Altrimenti, dopo mesi di chiamate sprecate per domandarmi che cosa intendo fare, per la luce e il gas in via Scaldasole, qualcuno o qualcosa avrebbe dato l’input: attenzione, questo qui non abita più lì. Inutile telefonargli. Cancellatelo dall’elenco.

Ma non è un’opzione praticabile, evidentemente: difatti lo stremato esercito degli operatori umani, dopo essere stato respinto dalla più ovvia delle resistenze – «non abito più lì, per cortesia lasciatemi in pace» – ha passato il testimone alla signora IA. Tocca a lei, adesso, occuparsi delle mie utenze luce e gas in via Scaldasole. Se anche rispondessi: «Non solo non abito più in via Scaldasole, ma sono morto da un po’ di anni. Le uniche utenze che potrebbero riguardarmi sono i lumini al cimitero, anzi neppure quelli perché ho fatto disperdere le mie ceneri in mare»; il giorno dopo mi richiamerebbero.

Perché non mi cancellano? È perché non vogliono cancellarmi o perché non riescono a cancellarmi? Avanzo due ipotesi. Che definirei così: l’ipotesi apocalittica e l’ipotesi meschina.

Ipotesi apocalittica: il sistema che regola le proposte commerciali agli utenti è fuori controllo. Ingovernabile. Va avanti per suo conto. Snocciola il suo rosario di nomi secondo sequenze automatiche e non scalfibili. Sfugge a qualunque revisione o controllo, è impermeabile a qualunque modifica, anche a quelle modifiche che potrebbero migliorarne l’efficienza. Perché anche non volendo considerare il risentimento dell’utente bersagliato, la sua privacy violata, le ricadute ostili che questa violazione produce: è inefficiente sbagliare target. Sono munizioni sprecate.

Veniamo all’ipotesi meschina: sì, il sistema potrebbe facilmente rimuovere il mio nome dalla lista degli utenti di via Scaldasole. Ma non lo fa perché ha calcolato che la correzione costerebbe più dell’errore, dunque meglio lasciare in essere l’errore, fare finta di niente, continuare a telefonare ai morti, ai trasferiti, agli esuli per proporre vantaggiose modifiche ai loro contratti luce e gas. Questa seconda ipotesi, a ben vedere, è la più rassicurante: perché tirchieria e avidità appartengono al già noto, all’umano nella sua configurazione classica.

E la signora IA dunque non evoca Blade Runner, la tecnologia che sfugge di mano, il futuro che ci si rivolta contro. Fa pensare piuttosto alla vecchia, intramontabile contabilità spicciola, al calcoletto centesimale, a quella vecchia fatica di campare con qualunque espediente che tiene assieme il lungo rosario delle generazioni. Squallida come la realtà umana, sua imitatrice nell’ordinario e nel mediocre: è questo che lei ci porta di nuovo, signora IA?

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Da Lilli Gruber, qualche sera fa, sento Italo Bocchino dire a Massimo Giannini: «Il tuo amato Stalin». Giannini ha glissato, come si fa per non dare troppa importanza alle stupidaggini e alle molestie. Non sarei stato capace di fare altrettanto.

Perfino a Bocchino, che pure è un fascista resettato, certo non un conservatore democratico, non mi permetterei mai di dire «il tuo amato Hitler». So distinguere. So rispettare. So che un livello decente, nella polemica, non salva solo il mio avversario: salva anche me.

Considero oscena, insopportabile quella frase di Bocchino. Sarebbe valsa, nei tempi che furono, una sfida a duello per lavare l’onta. Stalinista a chi? Signore, si faccia trovare con i suoi padrini alla tale ora nel luogo tale. Il mio onore contro il suo.

Di più, e di più dirimente, aggiungerei questo: lo stalinismo era il comunismo di destra, quello autoritario, dispotico, intollerante. Stalin, difatti, piace a Putin, che ne difende la memoria in chiave patriottica e antieuropea. Fu sovranista (“Il socialismo in un solo Paese”) e antidemocratico. Se avesse prevalso Trotsky (vedi Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti) la storia della Russia, e della sinistra mondiale, sarebbe stata differente. È molto più stalinista, nel 2026, la destra sovranista – della quale Bocchino è un devoto militante – della sinistra europeista. È più stalinista Trump di qualunque europeo di sinistra.

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Raccontavo, la settimana scorsa, di come il complottista che è in me, benché da sempre costretto al silenzio, ultimamente trovi qualche occasione in più per dire la sua. L’idea che una lobby di malvagi, una Spectre di miliardari perversi, tenga il mondo in pugno, nei momenti di pessimismo fa capolino. È arrivata qualche mail che anima il dibattito.

“Anche nella mia mente si è insediata l’idea del complotto. E questa volta ci credo perché è nella realtà delle cose, con il potere tecnologico, finanziario e piano piano anche politico accentrato in poche mani. E non mi piace questo assecondare le frange più ignoranti per avere sudditi più facili da intortare. Come i fanatici della fede che con l’homeschooling (in pratica la lettura del Vangelo) sfornano fedeli e non cittadini, o i no vax che rendono superfluo il sistema sanitario statale, visto che si curano a modo loro.

Poi però mi solleva il morale vedere come effettivamente ‘la gente quando si tratta di scegliere sa benissimo cosa fare’, per dirla con De Gregori. Il nostro referendum e le elezioni in Ungheria lo testimoniano. Speriamo che anche gli americani aprano gli occhi. Il mio terrore è che vedendo arrivare la sconfitta il pazzo al governo faccia qualcosa di inconsulto”.
Nadia Tadioli

“Il mondo è complesso, come scrivi bene tu. Ma per affrontare questa complessità insieme, e in maniera efficace, servono soluzioni semplici – anche se non facili. Nessuna collettività si può animare attorno a sfumature e idee cervellotiche: solo le idee semplici possono mobilitare le persone, e fargli costruire insieme un futuro migliore per tutti. C’è, insomma, anche un ‘complottista buono’ dentro di noi.

Una soluzione semplice a questi tempi folli e pericolosi c’è. È il reddito di base, e l’Italia sarebbe pure il Paese forse più indicato al mondo per essere il primo a vararlo. E sì, lo so che sembra una follia. Ma, a loro tempo, lo sono sembrate anche la fine della schiavitù, la democrazia, il Sistema sanitario nazionale. Ti lascio in allegato circa 80 paginette per provare a convincerti che il reddito di base potrebbe essere l’unica soluzione per un mondo che tenga insieme liberalismo e progressismo; l’innegabile forza produttiva del capitalismo con il sempre più urgente bisogno di una vera giustizia sociale; la produzione della ricchezza con la sua equa redistribuzione.

Dopo la sconfitta di Orban si sta aprendo forse una finestra per una proposta politica (intesa nel suo senso più alto e nobile) nuova”.
Riccardo Maggiolo

“Premesso che tutti abbiamo una parte complottista (non siamo mai definibili come monadi, siamo più complessi) ho sempre pensato che i complottari usino l’alibi dei potenti che decidono a prescindere per evitare di: fare politica, scendere in piazza, discutere, eccetera. È molto più semplice la tesi che ‘tanto in pochi comandano tutto, e noi siamo solo pedine’, perché così possono fottersene allegramente e fare ciò che vogliono a scapito degli altri. E soprattutto perché vivono nella parte fortunata del globo. Per ora”.
Davide Turchetto

“Complottare è un disegno da persone intelligenti, calcolare tempi, valutare tutte le variabili e le possibili conseguenze, stabilire strategie e alleanze per poter decidere se portare a termine un piano. Tu pensi che tutto ciò sia presente nei soggetti politici che in questo momento hanno la guida di alcune grandi nazioni? Ci hanno insegnato da piccoli: ‘tutti i nodi vengono al pettine’, oppure ‘le bugie hanno le gambe corte’, ancora meglio ‘per essere un buon bugiardo devi avere buona memoria’”.
Carlo

“È vero che non è mai possibile ridurre in una formula il mondo e i suoi protagonisti, ma mi viene da pensare che nel caso di Trump si tratti solo di un idiota che ha un immenso potere, datogli da una massa di altri idioti che, ovviamente, non hanno la minima idea di quanto possa essere pericoloso, per tutti, dare un immenso potere in mano a un idiota solo.

Saremo capaci di resistere alla fine del mondo, finché si leverà di torno? Ma soprattutto: Trump vorrà davvero, a fine mandato, togliersi di torno? Secondo me no. Nel caso, come ultimo desiderio, comprerò 300 milioni di popcorn (molto americani e in pari numero) e tenterò di divorarmeli tutti fino a scoppiare, davanti a un film di Truffaut o di Bertolucci, prima che provveda un patriot o un tomahawk”.
Davide

“Ieri sera ho rivisto, dopo tantissimi anni, Dr. Strangelove (Il dottor Stranamore), di cui ricordavo pochissime scene a sprazzi. Sono rimasto basito dall’attualità del film: quel gran genio di Kubrick sarà passato per complottista, ai suoi tempi, ma che vista acuta aveva!”.
Luciano

“La mia complottista, essendo femmina, anziché distopica è utopica. Quindi quando ha saputo dei risultati elettorali ungheresi, ci ha tenuto a instillarmi il dubbio che forse il gruppetto di potenti plutocrati che governano il mondo si è accorto che le destre estreme a cui si erano affidati non gli garantiscono stabilità sufficiente per i loro affari, e quindi hanno deciso che serve un cambiamento. La mia complottista sente che è iniziata la caduta dei regimi che ci hanno condotto sull’orlo del baratro”.
Lucia

“Non si tratta di complottismo fantascientifico ma di buonsenso: come è possibile che certi signori, Trump in primis, possano ancora ricoprire determinate cariche se non perché dietro c’è un gruppo di ricconi privi di morale che hanno interessi dietro queste azioni?”.
Stefania

“Il complottista che è in noi sbaglia su un punto: non si tratta di un complotto, ovvero di qualcuno che trama alle nostre spalle per portarci dove non vogliamo. Mi sembra più verosimile pensare che nella nostra bolla europea-occidentale negli ultimi settantasei anni (questa è la mia età, di prima non so dire) abbiamo fatto quello che siamo sempre portati a fare: pensare che il nostro particolare modo di vivere – quello che piace a me, a lei e all’umanità che affolla il cinema Anteo – possa veramente funzionare per tutti.

Penso che lei abbia ragione quando parla della visione ‘della società e della politica come una faccenda collettiva’, ma questo, temo, era vero anche ai tempi del Re Sole, delle Signorie e dell’Impero Romano. A ben vedere la Grazia di Dio che teneva sul trono il re di Francia era il popolo (qualsiasi cosa si intenda con questa parola), tant’è che quando si è stufato la Grazia di Dio è stata prontamente ritirata. Per fortuna questi arretramenti rispetto alla capacità di governarci non sono totali, globali e completi e nel buio vediamo (o crediamo di vedere) una fiammella con il voto al referendum o le elezioni in Ungheria.

Quello che sto cercando di dire in queste poche righe è che forse c’è un limite al sentimento di padronanza di sé e del proprio ambiente che di volta in volta i singoli e le masse sono in grado di gestire; e allora in certi casi anche la motosega di Milei ci sembra rassicurante. Certo non mi piace pensarla così, il mio lavoro sta proprio nel tentativo di accompagnare la ricerca di una nuova e migliore padronanza in soggetti che sentono di averla persa o che vacilli, e mi consolo pensando che di passi l’umanità ne ha fatti, e non pochi.

Quindi: in alto i cuori e se possibile continuiamo ad amare tutti questi piccoli individui spaventati e, insieme, coraggiosi che insieme formano non so bene cosa”.
Wilfredo Galliano, psicoterapeuta

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Sono a mezzo servizio tra Milano e il mio protettivo, amato, magico Appennino. Comincia il Salone del Mobile, mi piace accompagnare mia moglie nel suo lavoro, incontro un sacco di gente simpatica, stravagante, interessante, cosmopolita. Il design e la moda – la “Milano da bere” – sono stati, quando ero giovane, un bersaglio ineguagliabile, farne la parodia era un esercizio di stile irresistibile.

Oggi la moda e il design mi sembrano soprattutto: gente che lavora. Ne so poco, non riconosco chi dovrei riconoscere («ma non lo sai chi è quello? È il creativo della Maison Cingarelli!») e chiacchiero a lungo con chi, come me, capita per caso in quei cortili, quei palazzi, quelle bicchierate in mezzo agli allestimenti più improbabili. Mi sento, al Salone del Mobile, come Peter Sellers in Hollywood Party: incongruo, ma contento.

Il protagonista di un mio racconto satirico giovanile era il fantomatico sgabello Ibigibi, che campeggiava, solo soletto, in una enorme vetrina. Ora, se mi imbattessi in un Ibigibi, credo che mi ci siederei sopra chiedendo se mi portano, per cortesia, qualcosa da bere. La Milano dei creativi, degli sgabelli e dei divani, del frou-frou e degli stilisti, ora la guardo con molta meno diffidenza: credo che dipenda dal fatto che si invecchia, e un poco ci si arrende alla vita così com’è, un poco la si capisce meglio di quando si è giovani e intransigenti.

Il tempo è variabile, primaverile in senso classico, il sereno è intermittente, passano nubi e pioviggini, la temperatura è ballerina. A Milano questo umore cangiante del cielo si nota di meno. Ma appena risalgo sul mio crinale, non mi sfugge nemmeno la minima variazione atmosferica. Fiuto l’aria come i miei cani. Profuma di vita e di cambiamento.

Stanno fiorendo gli iris, le rose, le peonie. I fiorellini minuscoli della cicutaria colorano di rosa il prato davanti a casa, e come sempre il rovello sarà: passo con il tagliaerba o lascio tutto quel rosa, ancora per un paio di giorni, a risplendere sotto il sole, e a luccicare nella pioggia?
In alto i cuori.