Altri tempi
Una newsletter di
Altri tempi
Michele Serra
Martedì 24 marzo 2026

Altri tempi

«Bisognerebbe inventarsi un altro dopoguerra senza passare per la guerra. Per ripartire non dalle macerie e dalla morte, ma direttamente dalla voglia di una nuova vita»

Il ministro Carlo Nordio, e i sottosegretari Andrea Delmastro e Augusta Montaruli (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)
Il ministro Carlo Nordio, e i sottosegretari Andrea Delmastro e Augusta Montaruli (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

Uno degli argomenti più forti di quelli che, come me, hanno votato No, diceva più o meno così: la Costituzione è stata pensata, discussa e scritta da una élite politica di primo livello, Parri, De Gasperi, Pertini, Calamandrei, Valiani, Iotti, Nenni, Terracini, Saragat, Togliatti, la classe dirigente antifascista quasi al completo, molti rientrati da poco dall’esilio o dal confino, usciti dalle galere o dalla clandestinità. I nomi che ho citato sono nei libri di storia; con qualche retorica e con molto fondamento sono considerati Padri della Repubblica (le Madri erano pochine: 21 su 556). Come può essere riformata (manomessa, secondo i più severi) la Costituzione della Repubblica dai Delmastro, dai Salvini, dai Gasparri, dalle Santanchè?

Mi sono abituato a considerare con sospetto – un sospetto metodologico – tutti i ragionamenti e i pensieri che vertono sulla decadenza dei tempi, sull’“era meglio prima”. Questa newsletter è nata anche dalla voglia di mettere in discussione le certezze generazionali e le pigrizie sentimentali connesse: tipo “vuoi mettere i Beatles, Dylan, gli Stones e la musica degli anni Sessanta e Settanta con questi che ci sono adesso?”. (È grazie ai miei lettori più giovani, è grazie a Ok Boomer! che ascolto Rosalía e Taylor Swift molto più spesso dei Beatles e di Dylan).

Dunque mi sono domandato: ci saranno stati i mediocri, gli imbucati, gli indegni, i non all’altezza anche tra i 556 costituenti? Non li avremo mitizzati, monumentalizzati oltre i loro meriti? Possibile che l’attuale classe dirigente sia così clamorosamente inferiore, per cultura e per etica, a quella del Dopoguerra? Possibile che gli italiani, negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, con il 13 per cento circa di analfabeti (censimento del ’51), una guerra rovinosa alle spalle, città piene di macerie e campagne ancora sottomesse alla doppia arretratezza del patriarcato-quello-vero e di una Chiesa ottusa e reazionaria, neppure immaginabile in rapporto a quella dei nostri giorni; possibile, dicevo, che quel paese povero e assoggettato potesse contare su una classe politica così clamorosamente migliore della attuale?

Non valgono e nemmeno reggono, ovviamente, le risposte di tipo “antropologico”: così come non esistono “generazioni migliori” e “generazioni peggiori” (in ognuna, per statistica o anche per sola logica, possiamo dire che ci sono le grandi e le piccole persone, e tutte le gradazioni intermedie), non può esistere una spiegazione anagrafica che ci autorizzi a valutare una classe dirigente di quasi un secolo fa come esemplare, e questa qui come sciagurata e indegna. E però rimane il fatto che, per dirla semplice, una cena o una passeggiata, quasi tutti noi, di qualunque età, la faremmo più volentieri con Calamandrei che con Delmastro, con De Gasperi che con Santanchè. Non è la suggestione dei “personaggi storici”, è proprio il taglio umano che immaginiamo in quelle persone e in queste a far valere la preferenza “passatista”.

Provo, allora, a dire in breve le due ragioni fondamentali che ci fanno pensare a “quelli là” con più rispetto, più interesse, meno impazienza rispetto a “questi qua”. Sono una ragione storica e una ragione culturale. Entrambe, a ben vedere, molto vantaggiose per “quelli là”, e a svantaggio di “questi qua”.

La ragione storica: nell’Italia dei nostri genitori e nonni, quella appena uscita dalla guerra e dal fascismo, tutto era distrutto, materialmente e moralmente, e dunque tutto era da inventare. Tutto era nuovo, e in quanto nuovo sorprendente, eccitante. Si ripartiva, ricominciava la vita, c’erano da mettere uno sopra l’altro i mattoni del futuro. Un lavoro meraviglioso, in grado di svegliare anche i tonti, coinvolgere anche gli ignavi e, in fin dei conti, rappacificare i diversi. Per quanto l’odio ideologico fosse ben più impetuoso di quello (refluo, maleodorante) dei nostri giorni, la costruzione di una casa nuova, che avrebbe accolto tutti, era un’impresa troppo straordinaria perché ci si lasciasse condizionare più di tanto dall’avversione politica.

Oggi il futuro è un’ombra vaga, i più pessimisti pensano che sia già passato: direi dunque che disponiamo di una politica depressa che si rivolge a cittadini depressi. Difficile, nell’umore diffuso, trovare quelle ragioni di entusiasmo che mossero, invece, i costituenti. L’idea, mortificante, che tutti portiamo dentro è: ormai non possiamo inventarci più niente di nuovo (a parte la tecnologia, che comunque procede per i fatti propri).

La ragione culturale: in quell’Italia vigeva un rapporto popolo-classi dirigenti oggi svanito, sbriciolato. Non solo chi governava, anche chi insegnava (dalla maestra elementare al professore universitario) godeva di un prestigio sociale indiscusso. Che questo prestigio fosse spesso malposto, e quell’ordine gerarchico spesso iniquo e baronale, è sicuramente vero. Ma oggi lo guardiamo, il principio di autorità, dal fondo della lunghissima scalinata che lo ha visto rotolare giù fino a schiantarsi.

Le classi dirigenti di quell’epoca poggiavano su una concessione di credito che sembrava illimitata. Fosse per infeudamento, fosse per militanza ideologica, fosse per devozione alla Chiesa, il popolo concedeva ai suoi capi un potere di rappresentanza oggi impensabile. Votavano nove italiani su dieci. I costituenti poterono lavorare nella certezza, motivata, di rappresentare per davvero il popolo che li aveva eletti. Questo li rese, al tempo stesso, più liberi e più potenti. E li stimolò a dare il meglio di se stessi.

In conclusione, a ben pensarci: sfortunato chi fa politica adesso, che “uno vale uno” e infine niente vale più di zero. Fortunato chi la fece in quegli anni fervidi, energici, appassionati. Magari c’erano i Delmastro e le Santanchè anche allora, ma i tempi, la cultura sociale, i vincoli etici li tempravano, li mettevano nelle condizioni di dare il meglio e non il peggio. E magari ci sono i Nenni e i Valiani anche adesso, ma non hanno modo di mettersi alla prova, di farsi valere. È molto più difficile essere scintillanti in tempi opachi.

Bisognerebbe inventarsi un altro dopoguerra senza passare per la guerra. Per ripartire non dalle macerie e dalla morte, ma direttamente dalla voglia di una nuova vita. Chissà, magari le ragazze. Magari i ragazzi. Magari qualcosa di determinante cambierà, prima che la depressione faccia più danni, molti più danni di una guerra.

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Per dire quante cose belle, insieme alle tante cose brutte, hanno messo al mondo gli americani, nello scorso Ok Boomer! avevo citato la piuma di Forrest Gump (uno dei film che mi hanno preso il cuore, e non lo lasciano più). Quella piuma, volteggiante nel sole davanti alla panchina di un parco, deve avere poteri straordinari. Basta evocarla e succede qualcosa. Per esempio ha prodotto questa mail, che è un romanzo in poche righe. Leggerla mi ha emozionato e mi ha dato gioia, la gioia del lieto fine: alla Forrest Gump. Impossibile tenerla per me.

“Quest’anno faccio le mie nozze di argento con questo bel paese, siamo arrivati all’aeroporto di Bologna la sottoscritta con quattro figli e sei valigie, era un primo di aprile, forse era uno scherzo senza saperlo. Arrivammo dal lontano Cile sentendoci già un po’ italiani, mio nonno era nato in Liguria, a Corniglia nelle Cinque Terre, fu un immigrato in Cile dopo la grande guerra. Là fece la sua vita, si sposò con un’altra ligure immigrata, così nacque mio padre nel 1941. All’età di 12 anni ebbi anche il passaporto italiano e mio padre mi disse: ora sei anche tu italiana. Io pensai: ma perché? Io sono cilena.

Questo passaporto mi tornò utile quando decisi di partire dal mio amato Cile con l’unico obbiettivo di fare studiare i miei figli, il più piccolo aveva sei anni, la più grande sedici. Anche se la scelta di lasciare la mia terra è stata per me molto dolorosa, ne è valsa la pena. In Cile mi ero sposata molto giovane, avevo sempre seguito in tutto e dappertutto il terribile uomo che avevo sposato, la mia vita era stata come la piuma di Forrest Gump, mi lasciavo portare dagli altri senza mai far prevalere quello che volevo io.

Sono arrivata in questo paese un po’ per necessità, un po’ perché mi sono sentita più protetta da uno Stato che mi dava la possibilità di fare studiare i miei figli e di avere un lavoro tutto mio, con un contratto indeterminato che nel 2000 aveva ancora il suo valore. Sono riuscita a lasciare quel malato mentale di marito, psicopatico e bugiardo come Trump, violento e spaccone. Quelle tre sicurezze hanno reso possibile che io prendessi il controllo della Piuma, ovvero di prendere la mia vita nelle mie mani, di andarmene via da casa con i quattro figli e mantenerli da sola con il mio lavoro. Alla fine del mese, se andava bene, avanzavano 50 euro per l’ultima settimana di spesa, però non ci siamo mai sentiti così felici e liberi!

Oggi ho quattro ragazzi laureati, accompagnati o sposati, che mi hanno dato cinque meravigliosi nipoti. Il nostro mostro morì dieci anni fa, e siamo felici che nessuno dei nipoti lo abbia conosciuto. Sono stata un po’ lunga, forse anche noiosa con dettagli della mia vita, però, per concludere, penso che decidere di prendere il controllo della piuma e allontanarsi dal mostro è una cosa che spero farà prima o poi anche la UE, altrimenti sarebbe masochismo”.
Claudia Truffello Gàndara

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Due sole Zanzare, questa settimana, ma mi permetto di definirle di buona qualità. Soprattutto la prima, che Maurizio ha trovato in Sondrio Today:

PRECIPITA IN UN DIRUPO A LIVIGNO
SALVATO DA UN PASSANTE IN IPOTERMIA

Si immagina la fatica che l’eroico passante, benché assiderato, ha posto nelle operazioni di salvataggio. Invece Renato segnala, da Repubblica cartacea, questo qui pro quo che introduce nuove, impensabili varianti nella politica anti-inflazionistica europea:

RITOCCHI SUI TAXI
ASPETTANDO LA BCE

Speriamo si tratti dei tassi e non dei taxi: che se lo sanno i tassisti romani, che arrivano i ritocchi, come minimo fanno un blocco stradale.

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Be’, per non irritare i miei lettori “invernalisti”, che un poco si seccano quando scrivo che attendo la primavera con impazienza, questa settimana cambio registro. Dirò dunque che mi sto godendo la persistenza di un clima piuttosto rigido: non si suda, si accende ogni giorno la stufa a legna e si esce ancora con il giaccone. In compenso c’è luce, ormai, fino quasi alle sette di sera, e ogni giorno che passa i cani rientrano qualche minuto dopo. Domenica mattina al mercato del paese eravamo tutti ancora abbastanza imbacuccati (parola che amo assai, forse perché la usava molto mia madre: pare che derivi da “bacucco” che era il nome di un cappuccio o di un copricapo. A orecchio, mi suona arabo. Ora che ci penso, forse anche “vecchio bacucco” ha la stessa origine).

C’è una spettacolare fioritura di rucola selvatica, nei campi qui attorno, a ciuffi bianchi e compatti. Recisi e messi nell’acqua, i fiori durano anche quindici giorni. Il tarassaco copioso non fa notizia, il pan del cucco (muscari neglectum) nemmeno, se vedete dei minuscoli simil-giacinti blu punteggiare le ripe e le zone umide dei campi, è lui. Il suo blu è intenso come quello delle genziane di montagna e della speronella, ma per me il blu più spettacolare, il blu dell’infanzia, è quello dell’aconito (è così intenso che introduce al viola). Si aspettano le fioriture di aprile con ottimismo, già marzo ha fatto bella figura, ha piovuto molto e la natura ringrazia.

Nei campi coltivati qualche trattore prova a razzolare ma il terreno è ancora zuppo, meglio aspettare un poco di sole, e che il freddo decida di abbandonare le valli e i crinali del selvaggio Nordovest. L’altro giorno un lupo solitario (un solengo, un maschio vagabondo) ha attraversato la strada provinciale a fondovalle, scendeva dai vigneti e andava verso il fiume. Era vicino alle ultime case del paese, lo ha visto il mio amico Claudio, lo ha visto anche una mamma che spingeva la carrozzina a pochi metri, lei si è fermata e lo ha guardato, lui no. Lui tirava diritto, il muso aguzzo diretto al fiume e all’abbeverata, il passo rapido, lo sguardo giallo e nero.

Qui si parla spesso del lupo, un poco con spavento, un poco con ammirazione. Cerco, nei discorsi da bar, di incentivare l’ammirazione e attenuare lo spavento. I lupi sono come i ladri secondo Lucio Dalla: «Ci sono anche i delinquenti, non bisogna aver paura ma stare un poco attenti». Io non ho paura e sto attento, i miei cani pure. Sono in tre, più me fa quattro, quando c’è anche mia moglie cinque: è un branco non trascurabile. Se arriva il lupo, lo salutiamo cordialmente, ma con la necessaria fermezza territoriale. E lui cambierà strada.

Venerdì sarò a Peccioli, per chiacchierare con il peraltro direttore editoriale di canzoni e dintorni. Ho minacciato di presentarmi con la maglietta di Rosalía e il cappellino di Taylor Swift, ma non lo farò. Dopotutto ho una reputazione. In alto i cuori.