Coronavirus: i dati e le persone

Si potrebbe dire che il coronavirus ci ha sommerso di dati. Oltre che di una grande quantità di altre cose. Inoltre ha dato voce alle persone. Perché le persone quando hanno paura, quando sono colpite nel profondo da notizie angoscianti e improvvise, per prima cosa parlano.

Da settimane osserviamo le curve di diagrammi complicati, ascoltiamo con attenzione le opinioni di esperti che mai avremmo creduto essere per noi interessanti, leggiamo paper di epidemiologi e virologi: cerchiamo insomma di farci un’idea. Stiamo sotto il temporale, bagnati, immobili e con le orecchie dritte.

A proposito di dati e persone, breve aneddoto personale di qualche settimana fa. Un amico fidato, di cui conosco serietà e puntiglio (non a caso è un matematico) mi segnala che ha chiamato il 112 (il numero gratuito per il coronavirus) per segnalare una situazione di pericolo legata ai primi giorni della pandemia e che prima di riuscire a prendere la linea ha dovuto attendere oltre 10 minuti. Segnalo la cosa su Twitter e nel giro di poco vengo raggiunto dalla risposta di uno sconosciuto che mi invita bruscamente a non diffondere fake news e snocciola una serie di dati secondo i quali il 112 risponde sempre entro 5 secondi. Domando chi sia e da dove vengano simili numeri, visto che non ho motivo di dubitare delle parole di una persona che conosco bene. Il mio commentatore dichiara essere il capo ufficio stampa della Regione e che tali dati erano quelli ufficiali sulla sua scrivania. Quando dopo una serie di messaggi e dopo aver chiesto al mio amico la disponibilità a fornire prove dell’accaduto (nome cognome, dati della chiamata ecc) chiedo di mandare le informazioni necessarie il cacciatore di fake news scompare. Morale della favola: contano di più i dati o le persone? La risposta esatta è: contano entrambi, a certe condizioni.

Noi i dati non li sappiamo raccogliere. E anche con le parole facciamo molta fatica.

Questo è il messaggio che in un giorno drammatico l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale ha messo sulla sua pagina web appena abbattuta da troppi accessi e da gravissimi disservizi, poi infantilmente attributi ai soliti hacker:

“Al fine di consentire una migliore e più efficace canalizzazione delle richieste di servizio, il sito è temporaneamente non disponibile. Si assicura che tutti gli aventi diritto potranno presentare la domanda per l’ottenimento delle prestazioni”

Il linguaggio utilizzato, che non viene da un film di Alberto Sordi ma dalla pagina web di uno dei principali siti web statali italiani nell’aprile del 2020, dice moltissime cose (qui, se vi interessa, l’analisi di quel breve testo di una grande esperta, Luisa Carrada). E per chi si intende un po’ di codice anche il sorgente della pagine – nel suo piccolo – ne dice altrettante. Di tutte le cose che dice la più importante è che i dati e le persone sono inscindibili, che difficilmente gli uni si potranno discostare troppo dalle altre. I dati e le parole delle persone svelano di loro molte cose. Della loro attenzione ai particolari, della loro precisione, della loro leggerezza, della loro onestà. Se parli male, parafrasando Nanni Moretti, con ogni probabilità anche il tuo sito web sarà un disastro.

Da alcune settimane ogni sera alle 18 la Protezione Civile tiene una conferenza stampa per informare i cittadini dell’andamento della pandemia in Italia. Non è strano che sia diventato un appuntamento angosciante e da tutti comunque molto atteso. I dati offerti anche in questo caso sono casuali e molto imprecisi. Spesso sono dati non omogenei, talvolta mancano i numeri dei decessi di intere Regioni, spesso le indicazioni offerte dagli esperti nelle risposte ai giornalisti sono in contrasto con i decreti appena approvati. Anche da quelle parti sembra trionfare la cattiva cura, un po’ di sfrontatezza che da noi non manca mai, alcuni numeri irrilevanti esposti intenzionalmente per calmare l’opinione pubblica. Il tutto in un sentimento complessivo di scarso rispetto sia per i dati che per i cittadini. Che poi, esattamente come per il sito dell’INPS, sono due facce della medesima tendenza a non saper fare le cose bene. Se i dati sono palesemente irrealistici non sarebbe meglio non darli?

Per fare un altro esempio collegato a questa vicenda. Un singolo giornalista dell’Eco Di Bergamo, Isaia Invernizzi, in settimane di lavoro solitario ha raccolto dati totalmente differenti da quelli diffusi dalla Protezione Civile, li ha messi in un grafico disponibile a tutti, pubblicati sul suo giornale. In queste settimane il giornalista ha ripetuto, a voce bassissima, una sola cosa: attenzione che quei numeri che state annunciando sono ampiamente sottostimati: la realtà, a Bergamo, è molto più tragica di quella annunciata ogni sera alle 18 a Roma. Lo dicevano lui e qualche giornalista sul campo: ora lo dicono tutti, compresa l’ISTAT. Tutti tranne la Protezione Civile.

Servono i dati e servono le persone. Servono dati certi, che già l’epidemia è complicatissima e orientarsi è difficile per chiunque: servono persone umili e di buona volontà, innamorate delle cose fatte bene. Servono (servirebbero, per questa volta ormai è tardi) siti web di interesse pubblico che non siano rimasti a vent’anni fa per le solite ragioni che sappiamo, e persone che li sappiano far crescere e funzionare, specie quando in ballo ci sono milioni di italiani in comprensibile angoscia per il loro stipendio vaporizzato.
Servono dati nuovi e gente nuova. Gente che, se per caso gli viene in mente la parola “canalizzazione”, sia capace di pensarci un attimo e dire no, “canalizzazione” no.

Sembra poco ma in Italia oggi sarebbe moltissimo.