Perché ho segnalato il Ministro a Twitter

Al momento direi che in Italia esistono tre differenti livelli di disinformazione sui social media.

Per semplificare molto e non perdermi in discussioni lunghissime escluderò ogni accenno ai molto probabili contesti organizzativi delle notizie false in rete. Anche se sappiamo tutti che non è così, immaginiamo per un istante che ciascun soggetto disinformi da solo.

Come seconda ulteriore premessa aggiungo che quando scrivo “disinformazione” non mi riferisco alla propaganda politica estrema e polarizzata che quasi tutti oggi praticano. Alludo invece a messaggi manifestamenti falsi o controfattuali; mi riferisco, quando possibile, a soggetti che non esprimono un punto di vista improbabile, partigiano e incidentalmente falso ma di gente che mente sapendo di mentire.

Il primo livello disinformativo, quello più sfuggente e pericoloso, riguarda bot e profili falsi. Twitter è pieno di profili di dubbia origine che tentano di orientare la discussione pubblica sui temi della politica. Quello che noi singoli utenti possiamo fare a questo livello è sapere che simili dinamiche esistono e, per quanto possibile, identificarle e cercare di ignorarle. Il controllo di simili utilizzi distorti dei social network è oggi in gran parte un tema tecnologico che riguarda la piattaforma che li ospita (nei giorni scorsi per esempio Twitter ha cancellato milioni di simili profili dalla propria rete) e, in misura minore, le autorità preposte quando si configurino possibili reati.

Il secondo livello è quello dei militanti digitali. Si tratta di persone in carne e ossa, talvolta nascoste dietro un nick ma spesso senza grandi velleità di mimetizzazione. Sono particolarmente visibili ed attive nei momenti di grande rivoluzione del consenso politico come quello attuale. Molto spesso il tono dei loro commenti è ripetitivo, spesso arrogante, in qualche caso particolarmente offensivo. Da un punto di vista della sociologia dei nuovi media sono una forma limite di narrazione politica e la disinformazione che contribuiscono a diffondere non è sempre intenzionale. Simili forme di comunicazione possono essere contrastate semplicemente donando un poco del proprio tempo e un po’ della propria coscienza civica: vale a dire replicando punto a punto. Uno dei ruoli etici dei singoli sulle reti sociali oggi è quello di farsi carico di simili fenomeni, non lasciar passare le piccole bugie ma contestarle, educatamente e con i fatti.

Il terzo livello è quello della disinformazione da parte dei grandi emettitori. Il tema è tutt’altro che inedito, visto che negli ultimi mesi si è discusso, specie sui media americani, dell’opportunità o meno di limitare il campo d’azione del più consistente disinformatore che gli ambienti digitali abbiamo mai conosciuto: Donald Trump. I risultati, ad oggi, non sono stati troppo brillanti.
La disinformazione dei grandi emettitori ha due caratteristiche fondamentali:

1) legittima le falsità con una potenza di fuoco che i singoli utenti non potranno controbattere
2) complica la gestione della conversazione che non potrà mai essere fra pari come normalmente è previsto dai meccanismi di autoregolamentazione che sono implementati dalle piattaforme sociali.

Detto in altre parole il commento di replica di un singolo utente ad un post di un grande emettitore servirà a poco. Cosa sarà possibile fare allora al riguardo, anche considerando che simili bufale poi debordano dai social network per andare ad affollare le pagine dei giornali, di radio e TV che ne amplificano ulteriormente gli effetti? La mia idea, una delle poche possibili, è che simili contenuti su Twitter, su Facebook o altrove in rete vadano segnalati alla piattaforma.

 

Ieri Erika Stefani, Ministro leghista per gli affari regionali e le autonomie, ha pubblicato su Twitter un post molto discutibile. Visto che le notizie contenute in quel post erano comunque errate, ho pubblicamente domandato al Ministro di informarsi meglio e rettificare, aggiungendo che se non lo avesse fatto avrei segnalato il post a Twitter. Non mi sfugge che le segnalazioni anonime e coordinate sono già ora un’arma utilizzata in rete per zittire voci scomode e non volevo che accadesse nulla del genere. Mi interessava marcare una mia presa di responsabilità chiara e personale.

I livelli minimi di etica della comunicazione politica si sono abbassati molto ovunque nel mondo. Il processo di identificazione del politico nella “persona comune” ha reso plausibile l’idea che un Ministro della Repubblica, esattamente come un cittadino qualsiasi che nella vita quotidiana si occupa d’altro, possa scrivere in rete la prima cosa che gli passa per la testa. Non è così. Il passo successivo di questa discesa verso il basso della qualità informativa è l’utilizzo degli strumenti di rete sociale per tecniche della disinformazione nella propaganda politica sui social network anche da parte dei grandi emettitori.

Gli strumenti per controbattere una simile decadenza non sono molti. L’informazione professionale potrebbe fare la sua parte e invece è spesso parte attiva del meccanismo disinformativo. E i cittadini? I cittadini possono ricordare a chi gestisce Twitter e Facebook che la piattaforma ha le sue responsabilità. E che benché la scelta sia difficile e certamente per loro antieconomica almeno le bugie dei grandi emettitori (che sono pochi e facilmente identificabili) potrebbero essere gestite con la responsabilità che meritano.

Così è passato un giorno e poiché il Ministro non ha dato segno di sé, nemmeno per riaffermare o giustificare il contenuto del suo tweet, ho segnalato il post a Twitter.

 

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