Vecchi e nuovi lobbisti del copyright

Il regolamento europeo sul copyright di cui si discute animatamente in questi giorni è un cattivo regolamento. Lo è esattamente per le medesime ragioni per cui, dal Sonny Bono Act americano e anche da prima, ogni nuovo tentativo di tutelare la proprietà intellettuale di scrittori, artisti e creativi ha scelto di tutelare non i loro ma altri interessi. Sempre gli stessi: quelli dell’industria editoriale.
Negli ultimi 100 anni l’estensione delle tutele sui diritti è aumentata negli USA di una ventina di volte, per una ragione molto banale che con i diritti degli autori aveva spesso poco a che fare: per garantire i denari degli intermediari, per trasformare il loro diritto temporaneo alla riscossione di tributi per il lavoro artistico in un diritto di proprietà.

Ogni volta che si annunciano nuove norme sul copyright parte il medesimo teatrino. L’ultima versione prevede che per gli editori, che hanno anche a questo giro commissionato la nuova norma europea sul copyright, il bersaglio da colpire sia quello dei nuovi ricchi che gli stanno rubando il lavoro: Google, Facebook e compagnia. Così oggi quella che chi gioca a Bruxelles (e ovunque nei centri decisionali nel mondo) è una semplice battaglia fra due tipi di lobbisti differenti. I vecchi lobbisti (quelli che per ora vincono) e i nuovi lobbisti (quelli che per adesso perdono). Noi siamo come al solito nel mezzo a chiederci come è stato possibile – come ogni volta – aver eletto rappresentanti politici tanto smidollati e proni ad esigenze che non siano le nostre.

Tutte le sciocchezze che state leggendo da anni e in questi giorni sul rapporto fra piattaforme di rete ed editori di giornali che perdono soldi per colpa di Google News è un gioco delle parti che non resisterebbe ad un contraddittorio di 30 secondi. Basterebbe una riga di testo nel codice dei propri siti web per non essere indicizzati da Google: eppure si tratta di una ipotesi tecnica che gli editori non considerano nemmeno. Odiano Google ma preferiscono frequentarlo. Preferiscono piangere nelle sedi opportune e additare al legislatore il gigante tecnologico cattivo che sul calare della sera ruba il loro lavoro. Vogliono una quota dei suoi soldi, cercano di tamponare la crisi di un business declinante con piccoli stratagemmi: l’unica maniera possibile per ottenerlo questa volta è stata inventarsi la sciocchezza pericolosa del “diritto di link”. Un arabesco tecnologico potenzialmente in grado di aprire la porta a un numero molto vasto di asimmetrie di diritti e conoscenze. Agli editori ovviamente tutto questo non interessa: rischiano di rompere Internet per portare avanti la propria battaglia economica? Chissenefrega, è la loro risposta.

L’altro articolo del regolamento di cui si discute riguarda il cosiddetto content management, le tecnologie da utilizzare per analizzare cosa abbia titolo di essere pubblicato in rete e cosa no. Ovviamente Internet non funziona così. Nemmeno lontanamente. Il giorno in cui qualcuno (un algoritmo, un censore in bretelle, un rappresentante della SIAE) dovesse valutare il tipo di bit da fare circolare in rete, Internet semplicemente sarebbe morta. Per fortuna questo non accadrà, almeno per un po’. Di sicuro non in ragione di questo comma dettato alla politica dal solito lobbista amico di bevute.

La presa di posizione pubblica del ministro Di Maio al riguardo del regolamento (il M5S è stato uno dei pochi movimenti a votare contro alla direttiva in aula a Bruxelles) è comunque una buona notizia. Non ho idea se si tratti di una scelta incidentale o rappresenti una strategia che vedremo dispiegarsi nei prossimi mesi. In ogni caso oggi è piuttosto chiaro che gli interessi dei cittadini dentro gli ambienti digitali non sono quelli degli editori e non sono quelli degli OTT. Sono quelli, mille volte ripetuti, da una parte di un copyright riformato, ridotto di estensione e adattato ai contesti digitali, dall’altra di un maggior controllo sui nostri dati e sul loro utilizzo selvaggio da parte delle piattaforme di rete. Finché non saremo in grado di progettare una politica delle reti a misura di cittadino le normative al riguardo sfornate a Bruxelles o a Roma saranno sempre di questo tipo. Esercizi di stile di vecchi e nuovi lobbisti. Seguiti poi, a lavoro fatto, da divertenti comunicati stampa delle parti in commedia.

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