Serve una bilancia per gli imbecilli

C’è una domanda quanto mai attuale che prima o poi chi si occupa di ambienti digitali, chi li vive e chi li anima, dovrà iniziare a porsi. E la domanda è: quanto pesano le offese? E di seguito: quanto contano? Quanto sono rappresentative di una tendenza generale? Quanto sono in grado di descrivere una società nei suoi tratti peculari?

Ci servirebbe insomma una bilancia ma al momento la bilancia o non c’è o è truccata.

Quanto conta l’offesa di uno o cento imbecilli a Laura Boldrini? Quanto contano gli auguri di morte di questi giorni a Giorgio Napolitano?

Oggi accade che quelli che leggono i chilogrammi del peso effettivo di simili odiosi fenomeni sociali, in un numero molto rilevante di casi, sono persone che hanno il culo direttamente appoggiato sulla bilancia.

Il senatore Michele Anzaldi, immagino a nome dei molti che lo hanno portato in Parlamento, scrive al capo della polizia Gabrielli una lettera nella quale chiede di attivare la Polizia Postale perché identifichi e punisca tutti quelli che nelle ultime ore hanno augurato la morte di Giorgio Napolitano. Anche Laura Boldrini qualche anno fa, offesa e minacciata in rete, fece più o meno lo stesso. Scrive Anzaldi – che è da tempo una sorta di Codacons della politica italiana, rimbrottando a giorni alterni contro tutto e tutti – in una parte della lettera al capo della polizia poi generosamente allungata alle agenzie di stampa:

attivare la specialità della polizia postale e di verificare la presenza di eventuali reati in quei macabri auspici nonché di attivare le procedure di rimozione degli insulti e degli auspici di morte rivolti in rete al presidente emerito Napolitano.

Commenti inumani che cadono tra l’altro in una giornata simbolo della nostra democrazia e che sono stati ripresi dagli organi di informazioni. Per il barbaro linguaggio usato andrebbero quanto meno rimossi. Purtroppo, invece, la rete appare una sorta di zone franca dove tutto appare lecito.

Quanto pesa l’editoriale di Pierluigi Battista che, sul Corriere, prima elenca per la centesima volta tutta la batteria di usuali aggettivi e luoghi comuni sulla melma maleodorante, sul drappo lercio dell’esibizionista, sull’anonimato dei vigliacchi e poi dedica due righe due all’unica cosa sensata che andrebbe fatta in questi casi (ma che lui si guarda bene dal fare) e cioè:

Sarebbe meglio ignorarli, questi poveracci del risentimento. Non dare loro importanza. 

Per poi, subito dopo, ricordarci il sacro ruolo del cronista che, in una simile melma, dovrà comunque immergere le mani.

A patto di sapere come sono fatti, e come sia vana ogni speranza di cambiarli, immersi nella fanghiglia in cui si dibattono, senza via d’uscita.

Ma al di là della palese contraddizione fra ignorare e stigmatizzare il punto resta quello precedente. Quanto pesano le offese al politico di turno? Quando possiamo attribuire loro il ruolo simbolico che gran parte del giornalismo e degli intellettuali italiani gli assegna in via automatica dopo aver dato un’occhiata a una pagina web per cinque minuti? Perché è il peso che rende notiziabile la nostra imbecillità, non l’evidenza documentale della sua esistenza in rete, non uno screenshot con una decina di facce o nomi esposti al pubblico ludibrio.

I numeri contano, sono i chilogrammi sul piatto della bilancia. Quanti commenti a un post di Salvini sui migranti (uno delle centinaia) servono per dichiarare ufficialmente razzista l’intera nazione? Quanti like a Beppe Grillo che chiede ai suoi fedeli “voi alla Boldrini cosa le fareste” ci consentiranno di affermare con certezza che il Paese è definitivamente in mano a una banda di sessisti? In altre parole: che giornalismo è quello che utilizza piccoli segni digitali per trarre ogni volta certissime conclusioni che riguardano tutti?

Quello che succede al momento è che nelle dinamiche d’odio (verso la politica e non solo) il peso maggiormente rilevante nella loro diffusione, nei meccanismi di emulazione e in quelli della continua indignazione che genera tanti click, lo ricoprono i grandi media. Né sarà sufficiente appellarsi ogni volta al dovere di cronaca perché tutti sanno che un simile atteggiamento è una scorciatoia pigra al cattivo giornalismo e non una prerogativa di chi è animato dal sacro fuoco di informare il lettore sulle cose rilevanti che accadono in rete. Ovunque sarà possibile trovare un imbecille (talvolta molti imbecilli) che sono fuoriusciti dal famoso bar di Eco e impestano l’aere intorno in attesa di qualcuno che dia loro importanza. Ne basteranno un paio per un bel titolo a nove colonne. Allo stesso tempo oltre 30 milioni di italiani sono in rete in questo momento.

Evidentemente servirà ancora un po’ di tempo per comprendere che la soluzione è ignorare gli idioti, toglierli dalla nostra visuale, filtrare i nostri flussi informativi escludendoli (un promemoria per noi e per i media che costruiscono la nostra dieta informativa) e non affidarsi al gendarme di turno perché riporti l’ordine in un ambiente che, per sua architettura e sua storia, quell’ordine tende a rifiutare.

Certo è molto più semplice farsi avvolgere dal circolo vizioso di Anzaldi e Battista, delegare sempre a qualcun altro i tratti fondamentali della nostra educazione sentimentale, restarcene pigramente sul divano mentre gente a caso fa i conti e decide per noi. Ma prima ancora di questo almeno potremmo provare ad affidarci ad alcune grossolane convenzioni.

Diciamo allora che servono due milioni di cuoricini a un tweet di Salvini per poter dichiarare che gli italiani sono razzisti, tre milioni di commenti entusiasti nel blog delle Stelle per ammettere di essere travolti dal populismo, centomila imbecilli contati uno ad uno che inneggino alla morte di Napolitano per trasformare quella melma maleodorante in una notizia.

Sotto simili cifre, se il piatto della bilancia, nonostante tutto, da solo non peserà abbastanza, mi spiace dirvelo ma il problema siete voi.

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