Tre punti per la prossima Italia digitale

Quello che sta per insediarsi è il parlamento più giovane della storia della Repubblica. È una buona notizia e una piccola speranza. La situazione dell’Italia digitale che questi nostri rappresentanti si troveranno di fronte è difficile e deprimente. Lo è da tempo, per la verità, senza che governi, deputati e senatori che si sono succeduti nelle ultime legislature lo abbiano mai considerato un grosso problema. Lo è soprattutto oggi, nel momento in cui la trasformazione digitale del Paese è diventata una questione trasversale che riguarda ogni nodo dell’amministrazione. A questa precondizione (essere consci del nostro grande ritardo) – che non è per nulla scontata e che spero sarà invece considerata come merita da chi ci governerà nei prossimi cinque anni – aggiungo tre punti, schematici e un po’ brutali che rappresentano secondo me l’asse attorno al quale qualsiasi governo dovrebbe basare la propria strategia per rendere il nostro Paese meno distante dal resto dell’Europa digitale.

Divario culturale
Il principale problema digitale del nostro Paese riguarda le competenze dei cittadini. Esiste come sappiano una “eccezione italiana” fatta di grandi cautele e vaste prevenzioni nei confronti di qualsiasi aspetto della nostra vita che preveda una qualche trasformazione. Ogni innovazione è osservata da noi con grande diffidenza, mentre una vasta schiera di intellettuali, politici e giornalisti ci spiega quanto il digitale sia un rischio per le nostre vite. Le librerie sono stracolme di testi nei quali si spiega che Internet ci rende stupidi, che i social network ci friggono il cervello, che i nostri figli sono meno colti di noi per colpa dei loro adorati cellulari. Mentre questo spettacolo culturale di retroguardia si ripete, il digitale colonizza le nostre vite senza che noi, nel frattempo, abbiamo maturato le competenze minime per utilizzarlo con intelligenza. Siamo immersi nel digitale come bimbi che sfogliano un grosso libro senza saper leggere.

Cosa serve?
Serve un progetto vasto e a lungo termine di educazione digitale che parta dalle scuole. A differenza di quanto spiegano da anni certi divulgatori nostrani non basta l’utilizzo quotidiano degli strumenti digitali per esserne competenti. E spesso il divario culturale affligge i giovani esattamente come gli anziani. Serve uno sforzo importante sull’interfaccia digitale del Paese, per renderla semplice e intuitiva: oggi troppo spesso le piattaforme digitali dell’amministrazione replicano con esattezza le borboniche complicazioni e i vistosi fallimenti della nostra burocrazia. Servono nuovi strumenti informativi e di divulgazione, una nuova onda che arrivi a tutti con notizie meno angoscianti utilizzando strumenti nuovi.

Infrastruttura
Occorre un punto e capo rispetto ai disastri strategici del governo Renzi al riguardo. Serve una nuova mediazione fra tutti gli operatori, con il governo nel ruolo di pacificatore e di finanziatore della rete in fibra nelle zone a fallimento di mercato. La nascita di Open Fiber, che ha complicato di molto una situazione nazionale già molto conflittuale e caotica, è stato il risultato di una grande incompetenza e sottovalutazione della politica nei confronti di una infrastruttura nazionale molto più importante di qualsiasi autostrada o ponte sullo stretto. Il risultato attuale è che la società di Enel e TIM si fanno concorrenza dove la rete in fibra esiste già mentre la cablatura dell’Italia periferica è in grandissimo ritardo. Politicamente parlando un considerevole disastro.

Cosa serve?
L’interesse dei cittadini sarebbe quello di avere in tutto il Paese una sola infrastruttura di rete ma questo al momento sembra assai complicato. L’alienazione della rete di TIM, che non sia una semplice capriola da una società ad un’altra, sembra difficile, la vendita della rete troppo costosa, la fusione TIM – Open Fiber (cane e gatto dentro una medesima società per la rete) sembra davvero improbabile. L’unica strada attualmente percorribile, partendo dal caos attuale, sembra essere quella di una composizione politica a Palazzo Chigi degli interessi degli operatori e dei cittadini, delle aziende, delle amministrazioni e delle scuole che necessitano di connessioni veloci. Per farlo servono nuovi mediatori politici competenti e che abbiano a cuore l’interesse generale. Qualcosa di differente dalla lunga schiera di “esperti” che si sono succeduti fino ad oggi attorno al tema.

Ministro del digitale
Serve?
Forse sì. Serve un ministro. Magari un ministero subito no, ma un ministro forse sì. Una figura di raccordo, che partecipi a tutte le decisioni importanti del governo e che abbia ascolto e voce in capitolo. Oggi ormai qualsiasi tema economico, culturale, turistico, sociale ha implicazioni digitali. Serve una figura di coordinamento. È però chiaro che un nuovo ruolo del genere dovrebbe essere del tutto operativo. Serve una persona di grande competenze, che sia tenuta in grande considerazione dell’esecutivo, attorno al quale immaginare una nuova organizzazione della trasformazione digitale. Poi attorno al ministro del digitale sarà forse necessario riorganizzare le competenze che oggi sono distribuite a pioggia in organismi governativi articolati e molto differenti. Mi riferisco a Agid, all’attuale Team Digitale e a tutta la galassia di società che ruotano attorno agli ambiti governativi (spesso variamente inconcludenti). Per riassumere: serve un governo che abbia ben chiara (per la prima volta) la centralità del digitale, che produca un Ministro autorevole e competente al quale affidare la riorganizzazione delle strutture amministrative che fino a oggi si sono occupate di digitale. Ci sono molti progetti che sono faticosamente partiti in questi anni (Spid, Anagrafe digitale ecc) che meritano di essere portati avanti con maggior forza.

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