Il talento visionario di Gianroberto Casaleggio

Alcuni di voi sapranno come funziona il racconto dell’innovazione digitale alle aziende. Altre aziende, in genere società di consulenza, professionisti di varia estrazione e competenze, prendono un appuntamento e vanno a spiegare il mondo che cambia a dirigenti e direttori marketing. Quando va bene gli “esperti” se ne tornano a casa con un bel contratto per traghettare l’azienda in questione verso nuovi lidi, per metterla al passo coi tempi e accreditarla (oggi) nel nuovo complicato universo dei social media (una volta erano i blog, prima ancora erano i siti web in html).

Narrano le cronache che Gianroberto Casaleggio, morto oggi dopo una lunga malattia, abbia fatto qualcosa del genere con una azienda un po’ particolare gestita da un comico e che quel contratto di consulenza abbia generato il più interessante fra gli esperimenti politici italiani degli ultimi decenni.

Da questo dobbiamo partire per capire qualcosa nel rapporto simbiotico che ha unito in questi anni Casaleggio Associati e Beppe Grillo: una comunione di intenti che nasce, all’origine (e secondo molti si mantiene nel tempo, al di là delle complicità fra i due), come una banale relazione commerciale.

Ma se la storia della nascita del grillismo e poi, in seguito, del Movimento Cinque Stelle, è stata fin da subito fortemente sbilanciata fra il grande pathos dei simpatizzanti e un approccio maggiormente utilitaristico nel nucleo originario dei fondatori, e se simili contraddizioni fanno parte di tutta la storia del movimento dalla sua nascita fino ad oggi (vedasi la vicenda recentissima dei contratti fatti firmare dalla Casaleggio ai candidati 5S a sindaco a Roma), l’aspetto certamente più significativo è probabilmente un altro: quello del rapporto fra Casaleggio e Grillo prima e fra il Grillo divulgatore ed i suoi tanti accoliti poi.

L’apparato ideologico che Casaleggio racconta a Grillo, quella sera di un decennio fa quando va a presentarsi per la prima volta nel camerino dello spettacolo teatrale del comico (ai tempi in cui Grillo curiosamente distruggeva computer sul palco) è uno strano riciclo di miti, sogni luccicanti e intuizioni sull’universo digitale presi pari pari dall’interpretazione libertaria americana del nuovo contesto digitale di un decennio prima. Temi che nel frattempo, oltreoceano e nei circoli culturali europei, erano già stati opportunamente accantonati e considerati impraticabili praticamente da chiunque, il più spettacolare dei quali, quello del governo diretto dei cittadini attraverso gli strumenti digitali, è ancora oggi, nonostante le molte smentite pratiche, il punto centrale dell’ideologia del M5S. Un’idea che forse poteva sembrare verosimile ai tempi lisergici della Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio di Barlow ma poi da tutti più o meno silenziosamente ripudiata.

Casaleggio, come ogni consulente che rivende con abilità quello che ha annusato in giro, di tutto questo non si cura, forse ci crede sul serio, oppure semplicemente non gli interessa. Ha scovato un’idea che gli sembra affascinante e trova qualcuno a cui venderla.

Questo della buona fede di Casaleggio nei confronti del racconto che ha sostenuto per molti anni, è un aspetto interessante ma tutto sommato non così rilevante. Il punto centrale è che Grillo – che è un vero illetterato digitale come moltissimi italiani– a questi racconti superficiali crede. Oppure, nella versione più cinica e speculativa, fa finta di crederci, intravedendo quello che, a partire da un simile frame letterario, sarebbe stato possibile vendere agli spettatori dei suoi spettacoli o a chiunque altro capitasse nei pressi.

Il sodalizio Grillo-Casaleggio nasce insomma dentro questa sostanziale incultura digitale ed è questo il vero motivo del successo del grillismo. E anche il passo successivo ha le medesime caratteristiche.

Il clamoroso trionfo del blog di Grillo fra i suoi lettori, la costruzione passo dopo passo di una sorta di vademecum digitale della politica che vede i cittadini attori e controllori dell’azione dei governanti, la successiva nascita del M5S, non hanno corrispondenze da nessuna parte nel mondo perché in nessuna parte del mondo come da noi, nei primi dieci anni del nuovo secolo, l’incompetenza digitale era di un grado tanto elevato ed il racconto della politica tanto superficiale. In nessun paese al mondo la narrazione del digitale che salva la politica avrebbe avuto possibilità di essere adottata con una simile convinzione. Dove si è provato a farlo – con la medesima ingenuità positiva di Casaleggio, per esempio nei lander tedeschi del Partito Pirata, i nodi della democrazia elettronica e delle sue molte complicazioni sono venuti al pettine quasi subito.

Il divario digitale degli italiani è stato uno dei fattori propulsivi del successo di Grillo e successivamente dei 5 Stelle poiché solo ad un elettorato tanto sprovveduto nella comprensione dei fenomeni di rete, tanto alieno ai temi della politica digitale e tanto assorto dentro il proprio universo intellettuale (i politici ladri, i cittadini tartassati ecc), era possibile vendere lo stesso racconto che Casaleggio vendette a Grillo quella sera.

Tutto quello che è accaduto dopo, a margine dell’avventura politica del Movimento Cinque Stelle, è figlio di questo elemento originario e ne è stata la prevedibile conseguenza.
Del resto uno dei miti infranti della comunicazione digitale, che guarda caso origina nello stesso periodo in cui in molti credevano al potere taumaturgico della democrazia elettronica, è esattamente quello dell’ecosistema che, per sua stessa natura, determina la prevalenza dell’intelligenza collettiva. Tutta la parabola digitale di Grillo, Casaleggio e del M5S (e moltissimi altri contesti simili altrove nel mondo) raccontano invece l’esatto contrario: il messaggio superficiale e urlato, lo slogan ad effetto, la bufala spacciata con noncuranza, ottengono negli ambienti di rete un’attenzione molto forte e tale attenzione è anche funzione del grado di cittadinanza digitale dei fruitori.

Nel giorno in cui tutti cercano aggettivi adeguati al lutto per la prematura scomparsa di Gianroberto Casaleggio, in molti hanno utilizzato per lui il termine “visionario”. Si tratta di una parola ambigua ma ugualmente interessante da molti punti di vista. Esiste il Casaleggio visionario nel senso che ha visto cose che non esistevano (avendone o non avendone coscienza), ma esiste anche il Casaleggio visionario che ha intuito con grande anticipo che attraverso quelle parole chiave, superficiali e modernissime, misteriose anche se superate, sarebbe stato ugualmente possibile ottenere l’attenzione degli italiani. Che sono da sempre sensibili al nuovo ed al racconto del futuro a patto che sia un orpello estetico da appuntarsi al petto nei giorni di festa, a patto che non crei eccessivi oneri e si porti su tutto, a patto che dia segno tangibile del perpetuo senso di insoddisfazione che hanno per loro stessi e del disprezzo che provano verso chi li governa.

Il grillismo in questi dieci anni è stato fondamentalmente questo: un canale di protesta che ha utilizzato i canoni della rivoluzione digitale come segno distintivo di sé. Il partito dell’uomo qualunque digitale nato e cresciuto moltissimo, contro ogni aspettativa, dalla visione di un consulente aziendale di talento.

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