Opposti estremismi web

In queste ultime settimane vedo grandi discussioni sul rapporto fra Internet e mondo reale. Ne parla per esempio, con discreta acredine, Roberto Calasso nel suo ultimo bel libretto “L’impronta dell’editore“, ne dà uno spaccato The Verge che ha furbescamente seguito per un anno un suo redattore scollegato da Internet, ne hanno scritto, da posizioni immagino opposte (immagino, che io che non li ho ancora letti) Riccardo Luna, autore di “Cambiamo tutto” e Gianni Riotta che ha pubblicato “Il web ci rende liberi?” (dove il punto interrogativo è forse il centro del ragionamento). Ne ha scritto, infine, qualche giorno fa Nicholas Carr in un post molto bello (ma anch’esso acidissimo) sul suo blog nel quale ridicolizza Facebook, e le sue campagne in TV, afflitte, a suo dire, dalla paranoia comunicativa di pubblicizzare il proprio prodotto attraverso l’apologia della vita reale. Tipo uno spot di Marchionne in cui tutti si spostano in bicicletta.

Alcuni commentatori americani con aspirazioni sociologiche si sono cimentati, in particolare, su uno degli spot televisivi che Facebook sta proponendo in questi giorni. Si intitola “Dinner” ed oltre che scatenare i lazzi di Nicholas Carr ha spostato di alcune tacche verso il basso la discussione fra analogico e digitale, riducendola al dilemma se sia lecito o meno utilizzare la tecnologia per sottrarsi alle barbose discussioni dei parenti durante un pranzo in famiglia. Uno spot che ha indignato alcuni ed entusiasmato altri che lo interpretano come una sorta di The times they are a-changin” senza Bob Dylan ma in salsa onirica e midwest.

Molte di queste discussioni sono da tempo inutili e a rischio sbadiglio: in alcune occasioni perfino un po’ capziose. Non occorre mandare un volonteroso hacker 25enne fuori da Internet per un anno a leggersi i Miserabili per scoprire che Internet in fondo serve, così come non sarebbe stato necessario scollegarlo bruscamente per comprendere che se abbiamo 100 pagine da leggere senza Twitter le leggeremo meglio e più in fretta.

Le discussioni sul dualismo Internet grande occasione/ Internet grande rischio sono tutte, perfino quelle più brillanti, destituite di fondamento se il tema sul tavolo è quello di una ipotetica decisione da prendere al riguardo: ciascuno di noi, pensosamente solo, di fronte al grande dilemma, chiuso nella propria cameretta. Non ci sono decisioni da prendere, né dilemmi da sciogliere, solo prassi da consolidare e nuove usanze da codificare e migliorare. Se dall’enorme cicaleccio sulla rete che ci salva o ci affonda riuscissimo ad allontanare il baccano degli entusiasti e le meditazioni seriose degli appuntitori di matite, ci troveremo forse e finalmente ad occuparci delle tante cose che ci sono da fare.

Perché agli opposti estremismi del ridicolo troviamo con grande facilità da un lato il geniale Mark Zuckerberg che racconta Facebook attraverso gli oggetti materiali della nostra vita quotidiana (le sedie, gli aerei, i campanelli, perfino i vecchi telefoni in bachelite) e dall’altro il più raffinato editore italiano che si professa incapace di immaginare un mondo nel quale le copertine dei libri non siano una sorta di luogo della mente, ex voto sacramentale intorno al quale tutto ruota. Darsi una calmata potrebbe essere utile.

Qui non si tratta di affidarsi con entusiasmo al marketing dei sentimenti di Facebook (che comunque sta mutando in concreto alcune delle nostre usanze sociali) e nemmeno di seguire la melanconia impotente di Adelphi che, in quanto produttore di grandi fascinose copertine con un sacco di belle parole dentro, lancia la propria personale fatwa contro libri elettronici, tablet e ogni altro succedaneo del frusciante cartoncino pastello. Si tratta, invece, di iniziare a immaginare il passo successivo, quello di chi ha preso atto, vuole capire meglio, sfruttare meglio.

Cambiare, magari anche non tutto ma qualcosa, per dirla con un Riccardo Luna moderato, non invocare subito i massimi sistemi (democrazia, libertà, conoscenza ecc) applicati al web, ma occuparsi di questioni più terra terra, per rivedere il titolo di Riotta, ma soprattutto iniziare a guardare la tecnologia che ci cresce accanto anche con occhi diversi dai nostri. Io questa sera mi affido ad un messaggio ricevuto da mia figlia decenne mentre la settimana scorsa ero fuori casa. Leggere per la prima volta Harry Potter su Kindle? Ecco perché. E per favore non ditelo a Roberto Calasso.