Far finta di essere inglesi

Sono in Inghilterra da un po’, ma questa è la prima volta che mi trovo qui durante le elezioni politiche, oltretutto vivendo in un collegio in bilico tra laburisti e conservatori, uno dei cosiddetti marginal seats. Dove abito io, nella parte nord del centro di Londra, il Labour ha una maggioranza di circa 3500 voti. Questo significa che basta uno spostamento del tre per cento dei voti (il famoso swing) a vantaggio dei conservatori perché questo collegio cambi colore. Tuttavia la candidata uscente del Labour è molto popolare – è radicata nel territorio, come si dice lì da voi – quindi la battaglia è serrata. Da italiano non posso votare per le elezioni politiche, ma domani si vota anche per le elezioni circoscrizionali a cui ho diritto di voto come tutti i cittadini UE.

Tre giorni fa suonano al citofono ad un’ora inconsueta: stavo preparando la cena, e chiedono espressamente di me. Era il segretario di sezione dei Tory che voleva parlarmi. Contento dell’attenzione, ma soprattutto di poter apprezzare la famosa campagna “door-to-door”, abusata da tanti dei nostri editorialisti, non me lo faccio chiedere due volte. Non lo faccio entrare, per darmi un contegno anglosassone che impone gentilezza ma anche un po’ di distacco, e scendo giù al portone. Mi spiega che i conservatori contano di vincere, che la mia circoscrizione è governata da loro e che ha le tasse più basse di Londra (la qual cosa mi fa molto piacere). Penso che il voto se lo deve guadagnare, e gli attacco un pippone interminabile sulla complicatezza delle regole stradali per chi gira in Vespa (si, giro in Vespa a Londra: ci sono più Vespa a Londra che a Roma), e le corsie preferenziali, e il parcheggio, signora mia, il sindaco (conservatore) deve fare qualcosa! Mi sono trovato spesso dall’altra parte della barricata, a fare campagna elettorale, e avendo davanti a me probabilmente un miliardario (la leggenda vuole che tutti i tories siano miliardari) me ne sono approfittato sadicamente finché non mi ha promesso un incontro col consigliere circoscrizionale. Che però peccato-ha-appena-finito-il-giro, ma mi scriverà un’email quanto prima. “Considererà la possibilità di votare conservatore?”, mi chiede prima di andare via. “Considererò!” rispondo io, con sorriso distaccato politically correct.

Due giorni dopo, sempre mentre preparavo la cena, ri-suona il citofono: era il Labour, e tutto il mio understatement va a farsi benedire. Il richiamo della foresta, o l’imprinting delle paperelle, non saprei dire, ha il sopravvento. Lo invito ad entrare, gli offro un tè, rompo il ghiaccio: io ho sempre votato Labour (cioè l’unica volta che ho potuto) ma è dura stavolta! Gli do un po’ di soddisfazione facendomi raccontare cose che conosco benissimo. È un ragazzetto giovane, con la barbetta sfigata di due giorni e la camicia a quadri, tutti i volantini e la cartellina in ordine, lo zainetto. Penso alla sconfitta che ha davanti e non posso non solidarizzare. Tra una settimana arriverà la delusione che ci si può aspettare, ma che non conosce ancora. Penserà alle settimane di studio saltate (a giugno ci sono gli esami), e dirà a se stesso che nonostante tutto è si è divertito ed è stata un’esperienza indimenticabile. Mandando definitivamente a mare il politically correct, gli do il mio biglietto da visita e mi metto a disposizione, non si sa mai gli servisse qualcosa, un giorno o l’altro.

Dopo un’ora arriva il capolista alle elezioni circoscrizionali del Labour che, avvertito dal segretario di sezione, viene a conoscermi e ringraziarmi. È uno studente di dottorato della mia università! Doppia solidarietà: manca quasi che mi offra volontario per un volantinaggio, ma non esageriamo (naturalmente i manifesti elettorali non esistono, ci sono solo gli orridi sei per tre dei conservatori). Sono pur sempre italiano, potrei essere controproducente se mi espongo troppo. Nel mio collegio i Lib Dem non sono pervenuti, come previsto: qui non hanno alcuna speranza di spuntarla.

A due anni dalla catastrofe finanziaria, e con l’ombra di un parlamento “bloccato” – che poi non sarebbe altro che un normale parlamento di uno stato europeo, in cui nessun partito ha la maggioranza assoluta e quindi bisogna fare qualche compromesso in più – il risultato di questa elezione è ancora incerto. L’unica cosa che sappiamo per certo è che si è trattato di una delle campagne elettorali più interessanti della storia recente di questo paese.

Io continuo a pensare che i tories alla fine spunteranno una risicata maggioranza. L’incertezza e la confusione delle loro politiche emergerà in maniera dirompente in un contesto di crisi economica, e non è detto che non si torni presto a nuove elezioni e a un governo laburista, magari con un esponente della nuova generazione a Downing street.

Cameron al momento è un puro prodotto delle tecniche di comunicazione, con gravi contraddizioni irrisolte nel suo stesso partito. Una sua vittoria, penso, chiarirebbe ancora maggiormente come la narrativa che fa vincere le elezioni è un ingrediente necessario a veicolare nella società moderna una sostanza politica solida e coerente. In assenza di quest’ultima, la buona comunicazione e la posizione di vantaggio dovuta ad anni di opposizione può forse garantire una risicata maggioranza elettorale (mai una vittoria a valanga), ma certo non anni di governo importante come quelli di Blair e Brown. E se avete dubbi su cosa intenda con “importante” basta chiedere a una madre single povera come le è cambiata la vita dal 1997 a oggi. Se poi scrive bene come J. K. Rowling, lo possono capire anche i bambini.