Lungimiranze anti-nube: sposare una texana

Scrivo questo primo post per il mio nuovo blog sul Post mentre l’eruzione del vulcano Eyjafjallajokull (ma chissà come si pronuncerà?) mi ha intrappolato al di là dell’Atlantico, facendolo diventare improvvisamente un aldiquà. È una esperienza piuttosto bizzarra.

Ero a Montreal per la “Conferenza degli Europeisti” che raccoglie studiosi da entrambe le sponde dell’Atlantico. Sono arrivato in Canada mercoledì e subito sono stato raggiunto dalle email di colleghi scorati che, avendo deciso di partire un giorno dopo, hanno dovuto rinunciare al viaggio a causa della sopraggiunta eruzione. Abbiamo superato la notizia del vulcano, e ci siamo immersi nelle discussioni accademiche: capitalismo, disuguaglianza, crisi economica, disoccupazione, società felici e meno felici, stato sociale, imprenditori e lavoratori, eccetera.

Su di noi aleggiava il timore di rimanere bloccati in America – timore che tuttavia nessuno sembrava voler prender sul serio, sperando che, ignorandola, la minaccia semplicemente svanisse: un po’ come i protagonisti scemi di un B movie che non riconoscono l’alieno cattivo tra di loro nonostante le visibili orecchie a punta. Dopo due giorni così, ci siamo alla fine resi conto di essere – speriamo momentaneamente – senza vie di uscita. O meglio, con grandissime vie d’uscita: le sterminate distese di ghiaccio del Canada, le foreste del New England, i Grandi Laghi, e poi le praterie del Midwest e tutto il continente americano. A noi tuttavia interessava solo la piccola striscia di mare verso il vecchio continente che, per ora, non si può sorvolare.

Preso collettivamente atto della situazione, c’era chi andava in aeroporto, chi si rassegnava e ordinava da bere, chi cercava di trovare una soluzione: decine e decine di allegri conferenzieri europei bloccati in una specie di bolla spazio-temporale, ad agitarsi tutto sommato senza costrutto. I voli venivano infatti riprenotati a distanza di una settimana o dieci giorni, assumendo senza certezza alcuna che le ceneri si diradassero abbastanza in fretta: che fare nel frattempo?

Essendo previdente, tre anni fa ho sposato una cittadina americana e dunque mi sono diretto dai suoceri in Texas, in attesa che lo spazio aereo atlantico si riaprisse: dovendo aspettare dieci giorni, meglio aspettare da casa (dei suoceri, appunto).

Poi mi sono chiesto: cosa succederebbe al mondo se questa eruzione durasse per mesi, o per anni? Io sicuramente cercherei un cargo, magari battente bandiera liberiana, per tornare dalla mia famiglia. In effetti, per ragioni noiose da spiegare, questo sembra uno scenario poco probabile. Ma se davvero non si potesse più volare tra l’Europa e il Nordamerica, le conseguenze politiche ed economiche sarebbero imprevedibili. Sarebbe necessario ridisegnare gli atlanti da appendere alle pareti che, appunto, hanno l’Atlantico al centro. I traffici di alcune merci e delle persone prenderebbero altre direzioni, le specializzazioni dei paesi cambierebbero, si aprirebbero opportunità impensabili fino a ieri. Sarebbe molto difficile mangiare fagiolini in Inghilterra.

È utile ricordare come la spinta alla scoperta di nuove vie, e lo stesso viaggio di Colombo alla fine del 1400 (quasi milleccinque), che come è noto non voleva andare in America, venne proprio dalla sopraggiunta impossibilità di raggiungere l’Oriente dal Mar Nero, dopo la caduta di Costantinopoli in mani turche.

Ecco, facendo le debite proporzioni, in un paese bloccato come l’Italia, in cui il sistema dell’informazione contribuisce senza eccezione alla depressione diffusa, a me il Post pare un tentativo di raggiungere le Indie prendendo una nuova strada.

Una strada che si può tentare grazie all’invenzione della rete Internet – che come la caravella è semplice e inaffondabile – e che deve essere diversa dalle altre perché le vecchie vie sono infestate di complicità, pressapochismi, poteri antichi e poteri riverniciati, Ghini di Tacco senza talento, poco potere, e molta prepotenza. È probabile che si finirà per tracciare rotte diverse da quelle previste, che stupiranno l’equipaggio e gli osservatori. Ad ogni modo, che ci si trovi da questa o dall’altra parte dell’Atlantico, quando una caravella riesce a salpare, essere a bordo è un privilegio.