Perché spio una famiglia di aquile dell’Iowa

Due giorni fa è successa una cosa notevole al nido di aquile testabianca di Decorah, in Iowa: tutta la famiglia ha mangiato insieme. Genitore 1 (non so quale sia il maschio e quale la femmina) dava del pesce, probabilmente una trota presa dal vicino allevamento, ai due aquilotti, mentre genitore 2 mangiava il cadaverino di un qualche mammifero non più riconoscibile. A un certo punto uno dei due aquilotti ha pure prodotto una deiezione – si è vista benissimo la parabola – in modo simile ai neonati che fanno pipì mentre gli si cambia il pannolino.

 

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Sempre due giorni fa a Charlo, in Montana, un’oca selvatica ha occupato il nido di due falchi pescatori. Poi ci ha deposto un uovo. Intanto tirava un vento fortissimo.

La vita sembrava molto più monotona per i falchi pellegrini che avevano deposto tre uova in cima al Pirellone, a Milano: continuavano a darsi il cambio alla cova e basta. Ogni tanto c’erano quei pochi minuti in cui le uova rimanevano scoperte, tra il momento in cui quello che covava prendeva il volo e quello in cui l’altro atterrava e si metteva in posizione. All’inizio temevo di aver assistito a un abbandono della prole, ma poi ho visto che si regolano sempre così. Oggi comunque le cose sono cambiate: non ho visto il momento esatto, ma una delle tre uova si è schiusa e c’è anche un mini falco tutto bianco sotto il falco genitore che cova.

Potrebbero diventare una metafora della vita coniugale casalinga di questi giorni, i falchi pellegrini, ma anche gli altri rapaci che sto osservando da giorni grazie ad alcune live webcam in giro per il mondo: tutti costretti a passare quasi tutto il tempo fermi nel nido, sempre un po’ all’erta.

Mentre lavoro tengo le pagine dei live aperte, col volume basso, e vado a dare un’occhiata quando si sente che c’è un po’ d’agitazione. Se si guardano i video da Explore, che raccoglie innumerevoli live webcam di animali, si possono anche vedere alcune notifiche che segnalano quando sta succedendo qualcosa di interessante in un’altra pagina del sito: è stato così che ho scoperto del golpe delle oche. Coi falchi pellegrini del Pirellone invece si può attivare una miniatura da tenere in basso a destra nello schermo: non sono una gran distrazione, come dicevo, stanno fermi la maggior parte del tempo.

Non so niente in particolare delle abitudini e dello stile di vita di questi animali, cioè, nulla di più di quello che si può imparare da Wikipedia, ma so che non bisogna umanizzarli troppo. Ogni tanto però è inevitabile: ad esempio quando le aquile al turno di cova sembrano scocciate perché piove, quando sembrano impazienti che la compagna torni per fare la sua parte o quando il falco pellegrino impegnato nella cova si risistema per bene le uova sotto di sé. Sembra un po’ goffo nel farlo, per quanto meticoloso; mi ha fatto pensare a un genitore ancora inesperto che rimbocca le coperte a un bambino.

Vorrei avere un animale domestico in questi giorni e mi sarei accontentata anche di fare il lievito madre, se fossi riuscita a trovare la farina. Questi animali selvatici che spio da lontano però soddisfano un bisogno, simile a quello che soddisferebbe un animale domestico: osservare qualcuno che percepisce il tempo in modo diverso da noi. Anche se come, esattamente, non si sa. Fa bene sapere che il tempo può essere anche qualcos’altro, e avere attorno un animale ce lo ricorda. Gli animali che spio sono la migliore approssimazione che ho trovato.

I falchi pellegrini del Pirellone si trovano a circa mezz’ora di cammino dalla casa in cui sto. Me lo ricordano soprattutto i suoni delle ambulanze che ogni tanto sento arrivare non dalla strada ma dallo loro webcam. Ieri sera, tra una e l’altra, si è sentito anche l’inno nazionale.

Ogni tanto do un’occhiata anche a una piccola di albatro, una soffice palla bianca, che passa la maggior parte del suo tempo ad aspettare i genitori e a dormire nel sud della Nuova Zelanda. È sempre notte quando qui è giorno e tira un gran vento. La piccola sembra estremamente sola, al buio e nel vento. Ma so che attorno a lei, fuori dall’inquadratura, ci sono altri nidi, altre sgraziate palle di piume bianche. Sul canale di YouTube del Cornell Lab of Ornithology ci sono infatti anche alcuni brevi video dove si possono vedere i momenti più interessanti filmati dalla webcam, con il sole che illumina la baia su cui è affacciato il nido: in uno, del 3 aprile, si vede uno dei genitori della piccola che arriva a nutrirla; in un altro un gruppo di giovani albatri che ancora non si sono accoppiati che si studiano a vicenda attorno al nido, cosa che lei non sembra gradire particolarmente.

Ho cominciato a guardare le live webcam degli animali dopo aver letto un tweet di Jenny Odell, un’artista americana che da qualche anno si è molto appassionata agli uccelli e ha anche scritto un bel libro sul nostro rapporto col tempo. Si intitola How to do nothing, cioè “Come non fare niente”, e il sottotitolo è Resisting the attention economy, “Opporsi all’economia dell’attenzione”. È un saggio che invita a staccare dalle ansie della produttività e degli aggiornamenti e delle notifiche dei social network facendo cose nel mondo reale che apparentemente non hanno valore, ma che possono farci stare meglio con noi stessi e con il mondo oppure, nel caso dell’attivismo, farci migliorare le cose attorno a noi. Non viviamo più nel mondo che Odell propone di cambiare, quello in cui ci trovavamo fino a qualche settimana fa, ma cambiando alcune coordinate la riflessione del libro è ancora valida, almeno per i privilegiati come me a cui la situazione attuale finora non ha causato grossi problemi.

La mia copia di How to do nothing non è nella casa in cui sto ora, ma tra le foto del mio telefono ho trovato un estratto da una pagina, probabilmente all’inizio del libro. Tradotto, dice così:

In tempi come questi, trovare rifugio in momenti e spazi per “non fare niente” è della più grande importanza, perché senza di essi non abbiamo modo di pensare, riflettere, rimetterci in sesto e aiutarci a stare saldi, individualmente o collettivamente. C’è un tipo di niente che è necessario per poter, alla fine della giornata, aver fatto qualcosa. Dato che l’iperstimolazione è diventata parte delle nostre vite, propongo che re-immaginiamo la FOMO [la paura di perdersi qualcosa, dall’inglese fear of missing out] come NOMO, la necessità di perdersi qualcosa, o, se così vi da fastidio, in NOSMO, la necessità di perdersi qualcosa ogni tanto.

Sempre dai tweet di Odell ho scoperto che quella mossa che i falchi pellegrini fanno per sistemare bene le uova sotto di loro è ben nota a chi osserva questi animali: chi si occupa della webcam dedicata a due falchi che nidificano all’Università di Berkeley, in California, ha addirittura pensato a un verbo per descriverlo, enfluffelling. È una parola che non esiste, ma pensare a un modo per tradurla in italiano potrebbe essere un altro modo per usare questo tempo che abbiamo non facendo niente.

Cosa si intende per enfluffelling:

Sempre a proposito del tempo e degli animali: è un albatro anche l’uccello selvatico vivente più vecchio che conosciamo, una femmina. Fu inanellata nel 1956, quando era già adulta; si stima che abbia almeno 69 anni. Quasi ogni anno, da quando è osservata, ha deposto un uovo e cresciuto un piccolo sull’atollo di Midway, nel nord dell’oceano Pacifico. Si chiama Wisdom, “Saggezza”.