La maggioranza silenziosa

Luca Sofri

Giornalista e direttore del Post. Ha scritto per Vanity Fair, Wired, La Gazzetta dello Sport, Internazionale. Ha condotto Otto e mezzo su La7 e Condor su Radio Due. Per Rizzoli ha pubblicato Playlist (2008), Un grande paese (2011) e Notizie che non lo erano (2016).

Venerdì scorso Ivan Scalfarotto ha chiesto sul Post – nell’imminenza della manifestazione di oppositori ai diritti delle famiglie omosessuali che ci sarebbe stata domenica a Roma – come mai l’estensione dei suddetti diritti non sia richiesta più visibilmente dalle persone eterosessuali che la condividono e approvano.

Mi chiedo cioè per quale ragione la moltitudine di persone – gay, ma anche e soprattutto etero, date le proporzioni statistiche – che giustamente chiede a gran voce un progresso dell’Italia nel campo dei diritti civili, non riesca a coagulare forme organizzative di manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire.
(…) E allora mi chiedo: dove sono le persone eterosessuali italiane in questa battaglia? Perché non si fanno visibili, perché non scendono in piazza? Come mai non si comprende che il cammino per l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge non riguarda soltanto chi versa in una condizione di subalternità, ma ciascuno di noi? Come è possibile che questa assenza di diritti non scandalizzi chiunque, e non solo chi di questi diritti è privato? E dove stiamo sbagliando noi omosessuali, se siamo noi a portare la responsabilità di coinvolgere i nostri concittadini in questo cammino verso l’uguaglianza?

In quanto classificabile come “persona eterosessuale”, ho pensato a quello che chiedeva Scalfarotto, per capire quali fossero le mie risposte alle sue domande: o anche se invece non ne avessi, e quindi l’implicito retorico delle sue domande dovesse suggerirmi di “scendere in piazza”.
Ma credo di averle.

1. non è vero che non ci rendiamo visibili: il solo implicare che esistiamo da parte di Scalfarotto, vuol dire che siamo visibili, e che la “manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire” è palese. Scalfarotto sa che ci siamo e ne ha manifestazioni concrete e quotidiane, anche se non radunate in una piazza il mezzo pomeriggio di una domenica. La grande quantità di persone eterosessuali che ha idee progressiste su gay, matrimoni gay e unioni civili è nota ed è noto che sia crescente. Quindi fa evidentemente abbastanza cose ogni giorno per rendersi visibile, nei modi in cui si comporta, nel lavoro che fa, nei rapporti con gli altri, nelle cose che dice.

2. “scendere in piazza” non è per molti di noi una modalità proficua di manifestazione di questa volontà: ma piuttosto una legittima esibizione di forza di solito propria delle minoranze, che in altri contesti serve ed è servita, in questo caso non credo. Anzi.

3. la “manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire” è in ogni caso un mezzo, non un fine. Non ha ragione di essere di per sé, se non individua una propria utilità rispetto all’obiettivo. Ed è per esempio un mezzo efficacissimo nella vita di ogni giorno, quando si manifesta visibilmente la propria indifferenza verso gli orientamenti sessuali di chiunque, come in Italia sempre più persone fanno in questi anni.

4. molti di noi credono che – grazie ad altre forme di comunicazione, azioni, progresso, evoluzione civile – le cose stiano andando nella direzione che crediamo giusta, e che le manifestazioni “per la famiglia” siano colpi di coda (un tempo nessuno le avrebbe immaginate, non c’era bisogno), a cui lasciare i loro sempre più esigui e legittimi spazi senza cercare contrapposizioni e riattizzamenti.
Quando si legge che l’Italia è l’unico paese dell’Europa Occidentale a non avere regolato le unioni tra persone omosessuali, la notizia notevole non è che l’Italia non lo abbia ancora fatto: è che lo abbiano fatto ormai tutti gli altri. Negli Stati Uniti gli stati che permettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso sono ormai 37, ed è l’accelerazione di questi ultimi anni a essere impressionante e promettente: non è il Kentucky, dove è tuttora vietato, il caso esemplare. Nessuno guarda al Kentucky, fuori dal Kentucky. Non durerà, è solo il prossimo della lista.
L’Italia è il Kentucky.

I diritti e il rispetto per tutti, un po’ alla volta, stanno vincendo, nel nostro mondo, grazie a un sacco di cose che abbiamo fatto e che facciamo: lasciamo che chi vi si oppone vada in piazza con le proprie opinioni e si conforti per un giorno nella routine mediatica dei numeroni (un milione, eccetera).
È un suo diritto.