E nel mezzo, nulla

E dunque il 20 giugno ci sarà un’altra manifestazione contro il riconoscimento di diritti alle coppie e alle famiglie gay e lesbiche. Una qualche moltitudine, più o meno grande, di persone che, per quanto si sforzino di costruire una qualche ragione positiva per il loro scendere in piazza (“per la famiglia”, “per i bambini”), in realtà manifestano semplicemente contro leggi che concedono diritti a qualcuno senza togliere nulla a nessuno. Questo, nudo e crudo, è il dato di fatto.

Ciò su cui mi interrogo ormai da molto tempo è come mai davanti a queste manifestazioni organizzate per tenere una parte della popolazione in una condizione di minorità, in uno stato di cittadinanza diminuita, non si verifichi una risposta uguale e contraria da parte dell’ampia fetta – io credo largamente maggioritaria – dei cittadini italiani che non desidera affatto vivere in un Paese in cui un gruppo consistente di persone è tenuto in uno stato di evidente discriminazione da parte del diritto positivo.

Mi chiedo cioè per quale ragione la moltitudine di persone – gay, ma anche e soprattutto etero, date le proporzioni statistiche – che giustamente chiede a gran voce un progresso dell’Italia nel campo dei diritti civili, non riesca a coagulare forme organizzative di manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire. Insomma perché alla piazza di cattolici estremisti si debbano contrapporre solo le parate del Pride; come se da un lato ci fossero gli integralisti cattolici, dall’altro il movimento LGBT e nel mezzo non vi fosse nulla.

Martedì scorso, a nome del governo, ho ricevuto a Expo il Presidente della Repubblica d’Irlanda, Michael D. Higgins, e ho discusso a lungo con lui e con sua moglie di ciò che è accaduto nel suo paese solo qualche settimana fa. Un voto popolare amplissimo ha riconosciuto il diritto delle coppie gay e lesbiche di sposarsi, e lo ha sancito non come la concessione da parte della maggioranza di un diritto a una minoranza, ma come la conquista di un patrimonio di tutti in termini di progresso e di sviluppo sociale.

E allora mi chiedo: dove sono le persone eterosessuali italiane in questa battaglia? Perché non si fanno visibili, perché non scendono in piazza? Come mai non si comprende che il cammino per l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge non riguarda soltanto chi versa in una condizione di subalternità, ma ciascuno di noi? Come è possibile che questa assenza di diritti non scandalizzi chiunque, e non solo chi di questi diritti è privato? E dove stiamo sbagliando noi omosessuali, se siamo noi a portare la responsabilità di coinvolgere i nostri concittadini in questo cammino verso l’uguaglianza?