London’s burning

Luca Sofri

Giornalista e direttore del Post. Ha scritto per Vanity Fair, Wired, La Gazzetta dello Sport, Internazionale. Ha condotto Otto e mezzo su La7 e Condor su Radio Due. Per Rizzoli ha pubblicato Playlist (2008), Un grande paese (2011) e Notizie che non lo erano (2016).

La lunga e intensa storia dei “riots” anglosassoni (che da noi è per fortuna così povera da costringere a traduzioni anacronistiche: “tumulti”, “sommosse”) ha creato ovviamente un’intensa letteratura anche nella musica. La sera che le violenze di Londra si sono estese e hanno toccato per prima la città di Birmingham, è stato impossibile non ricordare i versi iniziali di “Panic” degli Smiths: “Panic on the streets of London, panic on the streets of Birmingham”. E altrettanto a proposito suonava “London’s burning! London’s burning!” dei Clash, anche se nessuna delle due era esattamente dedicata a dei riots “sociali”.”The guns of Brixton” dei Clash venne prima degli scontri di Brixton degli anni Ottanta ma descriveva già l’aria che tirava. Invece Bob Marley predicava roghi e saccheggi contro le ingiustizie in “Burnin’ and lootin’”. E poi la leggendaria “Ghost town” degli Specials, che solo un mese fa – per il trentennale – la BBC aveva definito “la canzone che descrisse un’epoca” e diceva “il governo sta accantonando i giovani”.  Più di recente i Kaiser Chiefs citavano la tipica scintilla di molti scontri degli ultimi decenni in Inghilterra, le violenze della polizia, in “I predict a riot” (anche gli UK Subs, prima, avevano cantato “We want a rito”, contro la polizia), e c’era il racconto degli Arctic Monkeys di “Riot van”. Per varietà geografica cito anche “Panic in Detroit” di Bowie (lì le sommosse erano avvenute alla fine degli anni Sessanta). Vediamo se qualcosa di buono esce da questa volta.