A incasinare le cose, le cose si incasinano

La distinzione tra realtà, realtà filtrata dalle intercettazioni, opinione dei magistrati e commmenti e costruzione dei giornalisti, è ormai perduta negli articoli di Repubblica sul caso Bisignani: al giornale hanno ormai creato un vero genere letterario-giornalistico legato più ai criteri di scrittura delle sceneggiature di successo che a quelli di comprensione della realtà. E lo dico senza moralismi (non che non li abbia, ma faccio il possibile per trattenerli): credo infatti da tempo che ormai il giornalismo stia andando in molte nuove direzioni e l’unica cosa buona da fare è comprenderle e saperle decifrare, sapendo di muoversi spesso nella letteratura, ma che anche la letteratura è capace di farci capire delle cose quando le prendi le misure.

Ma è un discorso che meriterà analisi più approfondite. Adesso volevo segnalare una cosa piccola, una bizzarria figlia di tutto questo e di altre novità nell’informazione. Nell’articolo sulla capacità di Bisignani di far girare notizie e articoli desiderati – dentro cui pare avere un ruolo notevolissimo Dagospia – per i pochi che ancora gli attribuissero una qualche credibilità o che prendessero con leggerezza divertita le sue scelleratezze – Carlo Bonini e Corrado Zunino a un certo punto sono costretti a rivelare che persino il loro giornale si fece mezzo delle “comunicazioni” di Bisignani.

Lirio Abbate, collega de “l’Espresso”, da tempo sotto tutela perché minacciato da Cosa Nostra, ha la colpa di fare il suo mestiere e di lavorare con un’inchiesta, poi acquisita al fascicolo istruttorio dalla Procura di Perugia, al ruolo del giovane rampollo protetto da Oltre Tevere. Simeon chiama il “Coach”. Sbraita. E’ fuori di sé. Vuole, evidentemente, che “Gigi” (capace per altro – annotano i pm di Napoli – di fare scivolare on-line un comunicato-velina su vicende che stanno a cuore al ministro Prestigiacomo anche su “Repubblica. it”), si muova. Dice: “Quello dell’Espresso è un articolo di merda e nessuno lo ha accorciato”.

GIGI, BOCCHINO, I LIBICI E “DAGOSPIA”
“Dagospia” è Luigi Bisignani. Roberto D’Agostino è un suo amico. Una parola di “Gigi” può fare del sito un pit-bull, o un barboncino da salotto. Ai pm napoletani lo racconta Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera. Interrogato e sollecitato dall’ascolto di un’intercettazione, spiega: “Rilevo che è lo stesso D’Agostino a chiedere a Bisignani se pubblicare o meno le notizie. E rilevo, tuttavia, che Bisignani in qualche modo blocca il D’Agostino che voleva attaccarmi”.

Questo si legge sull’edizione cartacea di Repubblica di oggi. Mentre se lo leggete online il passaggio ha un arricchimento.

Lirio Abbate, collega de “l’Espresso”, da tempo sotto tutela perché minacciato da Cosa Nostra, ha la colpa di fare il suo mestiere e di lavorare con un’inchiesta, poi acquisita al fascicolo istruttorio dalla Procura di Perugia, al ruolo del giovane rampollo protetto da Oltre Tevere. Simeon chiama il “Coach”. Sbraita. E’ fuori di sé. Vuole, evidentemente, che “Gigi” (capace per altro – annotano i pm di Napoli – di fare scivolare on-line un comunicato-velina su vicende che stanno a cuore al ministro Prestigiacomo anche su “Repubblica. it”), si muova. Dice: “Quello dell’Espresso è un articolo di merda e nessuno lo ha accorciato”. 

(Nota della redazione di Repubblica.it. I pm si riferiscono probabilmente all’articolo sulla bocciatura del candidato della Prestigiacomo all’agenzia nucleare, in cui peraltro non c’è traccia di “veline”).

GIGI, BOCCHINO, I LIBICI E “DAGOSPIA”
“Dagospia” è Luigi Bisignani. Roberto D’Agostino è un suo amico. Una parola di “Gigi” può fare del sito un pit-bull, o un barboncino da salotto. Ai pm napoletani lo racconta Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera. Interrogato e sollecitato dall’ascolto di un’intercettazione, spiega: “Rilevo che è lo stesso D’Agostino a chiedere a Bisignani se pubblicare o meno le notizie. E rilevo, tuttavia, che Bisignani in qualche modo blocca il D’Agostino che voleva attaccarmi”.


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