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  • Mercoledì 4 novembre 2026

Cronaca di una storica vittoria dei Democratici

Il racconto minuto per minuto delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, con un'enorme sconfitta per Trump e i Repubblicani

I sostenitori del candidato Democratico James Talarico festeggiano la sua elezione in Senato a Austin, in Texas, il 3 novembre 2026 (AP Photo/Eric Gay)

Negli Stati Uniti ci sono state le elezioni di metà mandato, per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 del Senato. Il Post le ha seguite per oltre 24 ore con questo liveblog.

Liveblog

That’s all, folks!

Dopo oltre 24 ore di aggiornamenti in diretta, chiudiamo questo liveblog.

(AP Photo/Mariam Zuhaib)

Nei prossimi giorni troverete sul Post notizie, aggiornamenti e approfondimenti sull’esito delle elezioni di metà mandato, e su come tutto questo influirà sui due anni circa che rimangono di presidenza Trump.

Grazie dalla redazione del Post.

Cosa aspettarsi adesso

E come un parlamento controllato dai Democratici potrà limitare il raggio d’azione di Trump. Lo abbiamo spiegato estesamente in questo articolo:

Una vittoria dell’ala sinistra dei Democratici dove di solito non era competitiva

Uno dei risultati notevoli alla Camera è il settimo collegio del Michigan, che i Democratici avevano perso nel 2024 e che adesso si sono ripresi. L’ha vinto l’attivista per il clima William Lawrence.

È un buon risultato per l’ala sinistra del partito, che di solito fatica in contesti così e tipicamente andava meglio nelle grandi città o nei posti dove i Democratici avevano già in partenza buoni consensi.

William Lawrence ringrazia i sostenitori a Lansing, in Michigan, il 4 novembre

William Lawrence ringrazia i sostenitori a Lansing, in Michigan, il 4 novembre (AP Photo/Kristen Norman)

Probabilmente Lawrence ha beneficiato del traino di Abdul El-Sayed, il carismatico candidato eletto al Senato. È anche un segnale che i candidati dell’ala sinistra – in passato Lawrence si era definito Socialista – sono sempre più competitivi a livello nazionale.

Lawrence ha battuto il deputato Repubblicano in carica Tom Barrett, che è un veterano dell’esercito e aveva contestato il fatto che Trump muovesse guerra all’Iran senza passare dall’autorizzazione del Congresso.

In Mississippi la gara è ancora apertissima

Lo scrutinio è quasi finito: al momento è al 96 per cento dei voti scrutinati e il democratico Scott Colom è in vantaggio sulla senatrice repubblicana Cindy Hyde Smith con un margine risicatissimo, poche decine di voti.

Con un distacco così ridotto, è molto probabile che per l’assegnazione del seggio saranno decisivi i cosiddetti provisional ballot o affidavit.

Sono schede che i votanti compilano quando non possono presentare un documento ufficiale al seggio, oppure quando il loro nome non risulta nelle liste. Non vengono contate la sera delle elezioni: restano in buste sigillate e vengono verificate dai funzionari della contea nei giorni successivi.

Secondo le stime di CNN, in Mississippi ce ne sono circa 15mila: solo dopo averle contate si saprà chi tra Colom e Smith otterrà il seggio.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, fa il disinvolto davanti ai giornalisti che gli chiedono dell’esito delle elezioni, firmando una trave d’acciaio nel cantiere della nuova sala da ballo della Casa Bianca, a Washington, mercoledì 4 novembre 2026 (AP Photo/Alex Brandon)

Alla fine il prediction market ci ha preso?

In buona parte sì. Polymarket e Kalshi, due tra i più famosi siti su cui è possibile fare scommesse sugli eventi mondiali, sono riusciti a prevedere la vittoria dei Democratici al Senato e alla Camera sulla base di come hanno scommesso le persone, seppur con qualche errore.

Polymarket per esempio aveva pronosticato la riconferma di Greg Abbott come governatore del Texas, invece ha vinto la sua avversaria Democratica Gina Hinojosa.

I mercati predittivi sono un modo di scommettere peculiare: il loro funzionamento ricorda più quello del mercato azionario, perché gli utenti non scommettono direttamente sull’esito di un evento, ma comprano un titolo a esso legato, che possono poi rivendere. Vengono considerati da molti come un’alternativa ai sondaggi, anche se non lo sono.

Chi lo fa di solito minimizza i problemi associati a queste piattaforme, tra cui la possibilità che le quotazioni vengano manipolate dagli utenti attraverso pratiche illegali come l’insider trading, ovvero l’utilizzo di informazioni riservate sulle aziende per la compravendita di titoli.

Pete Hegseth rischia di saltare?

Nella sua prima apparizione pubblica dopo le elezioni, Trump ha smentito le voci secondo cui potrebbe licenziare il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, uno dei membri più controversi della sua amministrazione. «Penso che stia facendo un buon lavoro», ha detto Trump.

CBS News aveva riferito, citando proprie fonti, che Trump avrebbe chiesto in alcune telefonate a stretti collaboratori se non fosse il caso di sostituire Hegseth. Il segretario alla Difesa è uno dei simboli dell’impopolare guerra all’Iran, che peraltro secondo il vicepresidente JD Vance è stata la ragione della sconfitta dei Repubblicani.

Licenziare Hegseth, insomma, avrebbe senso per cercare di recuperare consenso, addossargli la colpa della sconfitta, o mostrare discontinuità sulla politica estera. Hegseth sarebbe anche uno degli obiettivi più plausibili per una procedura di impeachment dei Democratici, adesso che avranno la maggioranza in parlamento.

Intanto Trump fa il vago

Parlando dal cantiere della sala da ballo che sta facendo costruire all’interno della Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti ha provato a minimizzare la clamorosa sconfitta dei Repubblicani parlando d’altro.

I giornalisti gli hanno chiesto cosa pensasse delle parole pronunciate poche ore prima dal suo vicepresidente JD Vance, che ha interpretato la vittoria dei Democratici come una reazione degli elettori alla guerra in Medio Oriente, con gli effetti che sta avendo sull’economia statunitense. Trump ha detto di essere d’accordo, ma ha aggiunto anche che rifarebbe la guerra.

Donald Trump, 4 novembre 2026 (AP Photo/Alex Brandon)

Con un discorso abbozzato e confuso, Trump ha parlato più che altro dei molti progetti di ristrutturazione che intende realizzare da qui alla fine del suo mandato, nel 2028: la sala da ballo, che sorgerà dove c’era la East Wing; l’eliporto che ha fatto costruire sul prato della Casa Bianca; e gli altri interventi architettonici che ha in mente di portare a termine per farsi ricordare.

Ha glissato quasi del tutto sulla larghissima vittoria che i Democratici hanno ottenuto al Senato e alla Camera, e che verosimilmente limiterà moltissimo la sua azione di governo. «Probabilmente riuscirò ad andare d’accordo con i Democratici, a meno che non vogliano assumere un atteggiamento distruttivo», ha detto, ricordando di avere «il potere di veto».

Come funziona nella pratica, il veto presidenziale

Trump ha minacciato di utilizzarlo ora che ha perso la maggioranza al Congresso, e ci ha persino già fatto il cappellino. Di fatto esistono due tipi di veto presidenziale, uno normale e uno indiretto.

Quando il presidente riceve una legge approvata dal Congresso, al massimo ha 10 giorni per porre un veto che le impedisca di entrare in vigore (le domeniche non vengono contate). Questo è il veto normale. Il Congresso può scavalcarlo con una maggioranza di due terzi, cosa che comunque è rarissima: è accaduto solo nel 7 per cento dei casi, e per i Democratici vorrebbe dire convincere un pezzo dei Repubblicani.

Una veduta del Campidoglio che ospita il Congresso, il 3 novembre

Una veduta del Campidoglio, che ospita il Congresso, il 3 novembre (AP Photo/Allison Robbert)

Il secondo tipo è il cosiddetto pocket veto, che è più infido. In questo caso il presidente si rifiuta di firmare il provvedimento senza esercitare esplicitamente il veto, e scatta se in quel momento il Congresso non è in sessione e trascorrono i famosi 10 giorni. A quel punto, il provvedimento di legge decade automaticamente. Il nome deriva dall’idea che il presidente si metta metaforicamente “in tasca” la legge.

Avere già presente il funzionamento di questo strumento può essere utile per capire quali saranno le dinamiche con un parlamento saldamente controllato dai Democratici: detto che spesso Trump ha fatto ricorso a ordini esecutivi che lo scavalcano.

Come hanno votato le contee a basso reddito

Cioè quelle in cui il reddito familiare mediano è inferiore ai 60mila dollari. Rispetto alle elezioni del 2024 i Democratici hanno ottenuto il 20,9 per cento di voti in più in questo segmento elettorale, come potete notare dal grafico.

Chi guiderà i Democratici al Senato?

Il capogruppo uscente è il senatore di New York Chuck Schumer, che ha 75 anni, e periodicamente deve barcamenarsi con le richieste di un pezzo del partito di rinnovare la classe dirigente. Era già stato leader della minoranza tra il 2017 e il 2021, durante il primo mandato presidenziale di Trump, e poi dal 2025.

Schumer ha riconosciuto che il Senato ha visto «un ricambio generazionale», ma al momento non ci sono veri candidati a sostituirlo, anche se qualche esponente ha cominciato a metterne in discussione la riconferma.

Chuck Schumer durante una conferenza stampa a Washington, il 4 novembre

Chuck Schumer durante una conferenza stampa a Washington, il 4 novembre (AP Photo/Allison Robbert)

Nel frattempo, in una conferenza stampa, Schumer ha prospettato che i Democratici sfrutteranno la loro maggioranza in parlamento per aprire indagini su Trump, invertendo l’approccio subalterno di quando lo controllavano i Repubblicani.

Schumer ha sostenuto che «lo porteremo in tribunale e lo intrappoleremo col filo spinato legale», anche se finora Trump ha governato molto a colpi di ordini esecutivi che scavalcano il parlamento e sta già minacciando di porre il veto sui provvedimenti che approva.

Rapido riepilogo dei seggi “too close to call”

Cioè quelli in cui l’esito è ancora incerto, e che ormai sono pochi.

Al Senato manca ancora il Mississipi, dove non c’è un chiaro vincitore nonostante lo scrutinio sia oltre il 95 per cento. I due candidati, il Democratico Scott Colom e la senatrice Repubblicana uscente Cindy Hyde-Smith, sono entrambi al 48,9 per cento dei voti. Secondo l’ultima rilevazione del New York Times, Colom ha un vantaggio risicatissimo, di appena 43 voti.

La situazione è incerta anche in Alaska, dove lo scrutinio è al 77 per cento e potrebbe andare ancora per le lunghe. Anche qui sono in vantaggio i Democratici, con un margine leggermente meno stretto ma molti più voti ancora da contare.

L’elezione in Alaska è diventata nota per un’altra ragione, più che per la concretissima possibilità che la perdano i Repubblicani: e cioè per la storia del tizio con lo stesso nome del senatore uscente Repubblicano Dan Sullivan, fatto candidare dai Democratici nel tentativo di confondere l’elettorato e sottrarre voti agli avversari.

🔜 Tra un’ora c’è la diretta del Post

Per commentare e analizzare i risultati con Francesco Costa, Laura Loguercio e Luca Misculin, che ci hanno già tenuto compagnia ieri sera. La potrete guardare qui sul sito del Post o direttamente sul canale YouTube di Da Costa a Costa. Inizia alle 19 in punto e andremo avanti fino alle 21 circa.

Quanti soldi sono tantissimi soldi, per Musk

Nelle ultime settimane si è parlato moltissimo dei 474 milioni di dollari spesi da Elon Musk per finanziare la campagne elettorale dei Repubblicani. È una cifra enorme per una singola persona in termini assoluti, ma è molto meno di quanto possa sembrare in termini relativi per Musk, la persona più ricca al mondo.

Il suo patrimonio è stimato tra i 900 e i mille miliardi di dollari (oscilla a seconda dell’andamento dei suoi investimenti), ma si fa fatica a immaginare quanti soldi siano così tanti soldi. Se il suo patrimonio fosse di 30mila euro, sarebbe come se per la campagna dei Repubblicani ne avesse spesi appena 16 per finanziare i vari candidati.

Per JD Vance il motivo della sconfitta è la guerra in Iran

Il vicepresidente statunitense lo ha scritto in un lungo post sui social, in cui analizza le ragioni della sconfitta dei Repubblicani.

Vance sostiene che i Repubblicani non siano stati penalizzati perché non sono riusciti a mobilitare gli elettori che votarono per Trump nel 2024, ma che molti di quegli elettori ieri hanno votato contro di loro, perché delusi.

Vance dice di aver parlato con un sondaggista esperto di cui si fida, secondo cui gli elettori delusi dei Repubblicani avevano, e continuano ad avere, quattro aspettative: la fine della guerra, più attenzione al costo della vita e all’inflazione, mettere l’America al primo posto (come da slogan trumpiano) e una diversa relazione con Israele, che convinse Trump a iniziare la guerra.

Vance è tra gli esponenti dell’amministrazione Trump più contrari alla guerra e in generale ha posizioni isolazioniste: nel post fa capire che si aspetta dal partito uno scostamento sulla politica estera. È anche un probabile candidato presidente dopo Trump, insieme al segretario di stato Marco Rubio, che invece ha assecondato la politica estera aggressiva e assertiva di Trump.

Per Talarico la sua elezione non è una «vendetta politica»

In una breve intervista con CNN il neo senatore Democratico per il Texas ha spiegato che durante il suo mandato proverà a «costruire ponti» tanto con i colleghi quanto con gli avversari Repubblicani, e che auspica in particolare il raggiungimento di un accordo tra tutte le parti per una riforma dell’immigrazione.

Talarico ha aggiunto anche che, se il Senato dovesse esaminare una richiesta di impeachment contro Trump, approccerebbe il compito con uno spirito garantista, valutando attentamente tutte le prove prima di decidere come votare.

James Talarico, 3 novembre 2026 (AP/Eric Gay)

Talarico ha 37 anni, ed è il più giovane senatore del nuovo Congresso. È deputato per la Camera del Texas dal 2018 ed è un Democratico particolare. È un seminarista presbiteriano, e in ogni intervento pubblico dà grande rilevanza alla sua fede: cita passi della Bibbia, parla della necessità di amare il prossimo e della «politica dell’amore», cioè fatta con l’intenzione di unire le persone e non di dividerle.

Il Texas non eleggeva un senatore del Partito Democratico dal 1988, quando Talarico non era ancora nato.

Ve lo ricordate Ron DeSantis?

È il governatore uscente della Florida, che nel 2024 aveva partecipato alle primarie dei Repubblicani e per un po’ era stato considerato il principale rivale di Trump, prima di ritirarsi e appoggiarlo. Ecco, DeSantis ha alcune opinioni forti sul voto di ieri.

Ha sostenuto che non sia appropriato parlare di «ondata» dei Democratici, come hanno fatto molti giornali statunitensi, ma semmai dell’impatto di un «meteorite» politico. Ha citato come esempio della disfatta dei Repubblicani il Texas, dove hanno perso il seggio al Senato, la governatrice e persino la maggioranza alla Camera statale.

Secondo DeSantis, la vittoria dei Democratici è dovuta a motivi contingenti e concreti come l’aumento dei tassi d’interesse dei mutui, della benzina e dei generi alimentari. I Repubblicani hanno sbagliato tattica, ha detto, facendo spot televisivi sui temi ideologici come l’esclusione degli atleti transgender dalle competizioni sportive, ma non su quelli che motivano le persone a votare.

Nella narrazione di DeSantis c’è un’eccezione interessata: la “sua” Florida, dove i Repubblicani hanno mantenuto l’incarico del governatore dopo di lui. DeSantis infatti ha terminato i due mandati consecutivi permessi dalla legge: è plausibile che si stia riposizionando in vista di una nuova candidatura alle presidenziali nel 2028, a cui Trump non potrà ricandidarsi.

Pure tra i Democratici gli accessori non mancano

Perché non ci sono solo i cappellini MAGA .

Un cappello con scritto “Keisha”, per sostenere la candidata Democratica alla carica di governatrice della Georgia Keisha Lance Bottoms, Atlanta, Georgia (AP Photo/Brynn Anderson)

Un ventaglio dedicato ad Abdul El-Sayed, sventolato da una sostenitrice durante la notte elettorale a Detroit, Michigan (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Il cappello di un sostenitore del candidato Democratico al Senato James Talarico, Austin, Texas (AP Photo/Eric Gay)

Intanto Trump continua a fare Trump

Dopo la clamorosa sconfitta del suo partito alla Camera e al Senato, ha pubblicato una sua foto attraverso i profili ufficiali della Casa Bianca.

La didascalia è laconica, e assomiglia a una specie di provocazione rivolta ai suoi avversari: «Avviso per tutti: Trump è ancora il vostro presidente».