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  • Martedì 3 novembre 2026

Negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato

Si rinnovano tutti i seggi della Camera e circa un terzo di quelli del Senato: le notizie man mano che arrivano

Un volontario di un seggio a Brooklyn distribuisce adesivi con cui si segnala di avere votato alle elezioni di metà mandato. (AP Photo/Yuki Iwamura)

Negli Stati Uniti si sta votando per le elezioni di metà mandato, per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 del Senato. Il Post segue le elezioni con questo liveblog, con le notizie e i risultati man mano che arrivano.

Liveblog

Come funzionano i modelli statistici

Per le elezioni di metà mandato vengono prodotti moltissimi sondaggi, e per questo molti siti e agenzie statunitensi che si occupano di politica hanno elaborato modelli di previsioni che aiutano a districarsi. Uno dei più conosciuti e segnalati è FLIPR, curato da Nate Silver.

I modelli stimano la probabilità che un candidato vinca in un certo collegio mettendo insieme non solo i sondaggi che sono stati fatti per quel collegio, ma anche i sondaggi nazionali, i fondi raccolti, i risultati passati e altri fattori che possono aiutare a ottenere previsioni il più possibile affidabili.

Durante lo scrutinio invece i modelli statistici, come quello del New York Times, cercano di prevedere il risultato finale del collegio in base ai voti conteggiati nelle singole contee e distretti in cui è diviso. Questi voti vengono confrontati con quelli attesi prima dello scrutinio, per capire se un candidato sta facendo meglio o peggio rispetto alle aspettative.

I modelli sono incerti per natura. Se un modello dice che un candidato ha il 70 per cento di probabilità di vincere un certo collegio, vuol dire che su 100 scenari possibili, 70 finirebbero in un modo ma 30 nell’altro.

Il dipartimento di Giustizia ha inviato delle diffide sulla questione del candidato con lo stesso nome in Alaska

Il dipartimento di Giustizia ha inviato una ventina di diffide ad altrettanti membri del partito Democratico per informarli del loro potenziale coinvolgimento in un’indagine legata alla campagna elettorale per il Senato in Alaska. È un nuovo passaggio sull’indagine legata alla presenza di due candidati con lo stesso nome nelle schede elettorali.

Nello stato ci sono due candidati al Senato praticamente omonimi: il senatore uscente, che è Repubblicano e si chiama Dan Sullivan; e un insegnante in pensione che vive in un remoto villaggio di pescatori, che ha sostanzialmente lo stesso nome.

Sulla scheda elettorale i due si distinguono solo per un’iniziale: il senatore uscente si chiama Dan S. Sullivan, mentre l’insegnante in pensione si chiama Dan J. Sullivan. Di fianco al nome però il senatore ha una parentesi che specifica ruolo e partito.

Il New York Times ha scoperto che uno dei due Sullivan, l’insegnante, è stato reclutato dai Democratici per confondere gli elettori Repubblicani e danneggiare il senatore uscente, dirottando parte dei suoi voti su uno sconosciuto. Il dipartimento ha accusato i Democratici di aver pianificato una frode elettorale; i Democratici sostengono invece che la tattica che hanno utilizzato, nota come ballot stacking, sia comune e accettata nelle campagne elettorali.

Oltre 10 miliardi di dollari

È stata la spesa pubblicitaria complessiva per queste elezioni di metà mandato, comprese le elezioni primarie, quelle per i governatori e i referendum. È una cifra altissima anche se comparata alla spese per le passate elezioni di metà mandato: nel 2022 fu di 8,9 miliardi di dollari, per esempio.

Degli oltre 10 miliardi di dollari complessivi, quasi 4 sono stati spesi per le elezioni della Camera e del Senato: 2,1 miliardi per sostenere candidati Repubblicani e 1,8 miliardi per candidati Democratici.

I Repubblicani hanno speso molti più soldi dei Democratici per parlare di crimine, immigrazione e temi etici o culturali, come l’aborto e i diritti delle persone transgender. I Democratici hanno invece insistito più dei Repubblicani su corruzione, sanità e intelligenza artificiale. Entrambi i partiti hanno speso molto per parlare di economia, indicata come la preoccupazione principale dalla maggior parte degli elettori.

Le due competizioni in cui sono stati spesi più soldi sono le elezioni per il Senato in Ohio e in Texas. In entrambe i Repubblicani hanno speso molti più soldi dei Democratici, e in Texas addirittura il doppio, non a caso: qui abbiamo spiegato perché una vittoria dei Democratici in Texas cambierebbe moltissime cose nella politica americana.

I primi risultati… da Guam

È uno dei territori a controllo statunitense che si trovano nel Pacifico. I risultati non sono ancora ufficiali, ma alle elezioni per il governatore ha vinto il candidato Repubblicano Tony Ada, mentre i Democratici hanno ottenuto il seggio del delegato di Guam alla Camera, che però non ha diritto di voto. I Repubblicani hanno mantenuto anche la maggioranza al Senato locale.

Donald Trump ha prontamente commentato i risultati su Truth, congratulandosi con Ada e dicendo che «Guam è sempre stato considerato un territorio saldamente dei Democratici». Non è proprio così: Guam ha una lunga storia di elezione di governatori Repubblicani, per gran parte del Novecento e dagli anni 2000 fino al 2019.

L’ICE ha arrestato un cittadino italiano accusandolo di aver votato senza averne diritto

È Andrea Morzetta, un uomo di 72 anni che vive regolarmente negli Stati Uniti da decenni.

Secondo l’ICE, Morzetta si sarebbe registrato come elettore nel New Jersey, dove vive, nel 2012, e da allora avrebbe votato in quattro elezioni: 2014, 2016, 2020 e 2024. In realtà però Morzetta non ha la cittadinanza americana e per questo non avrebbe avuto diritto di votare.

L’ICE è la polizia di frontiera che negli scorsi mesi ha messo in atto le violente retate di migranti per conto dell’amministrazione Trump.

Il caso di Morzetta, se confermato, è decisamente raro, e anche per questo l’ICE lo ha pubblicizzato molto.

Negli scorsi mesi l’amministrazione Trump ha più volte cercato di sostenere l’idea che migliaia di persone senza la cittadinanza fossero iscritte alle liste elettorali, con l’intento di seminare dubbi sulla correttezza del processo elettorale. Finora però non sono stati riscontrati brogli su larga scala, né a queste elezioni né nelle passate.

Si vota anche sulla Stazione Spaziale Internazionale

L’astronauta statunitense Anil Menon ha raccontato che lui e altri due membri statunitensi dell’equipaggio hanno compilato una scheda elettronica e l’hanno trasmessa in modo sicuro alle autorità elettorali.

Si trovano a circa 400 chilometri dalla Terra, ma hanno potuto esercitare il loro diritto di voto come chi è rimasto sul pianeta.

La Staziona Spaziale Internazionale (NASA)

Le macchine usate per contare i voti, che non li contano

Il presidente della contea di Westchester Ken Jenkins ha detto che, a causa di un malfunzionamento, gli scanner ottici non sono riusciti a contare più di 250mila schede elettorali. Gli elettori rimasti dovranno quindi votare con delle schede sostitutive: saranno contate con un altro scanner alle 21 ora locale (le 3 del mattino in Italia), subito dopo la chiusura dei seggi.

Negli Stati Uniti gli scanner ottici vengono utilizzati già da decenni per velocizzare le operazioni di spoglio. In Italia invece si fa ancora tutto a mano.

Uno scanner ottico usato per contare le schede elettorali durante le primarie del 2022 in Pennsylvania (AP/Keith Srakocic)

È davvero la volta buona per i Democratici in Texas?

Il 37enne James Talarico potrebbe essere il primo Democratico eletto senatore del Texas dal 1988. Da anni si parla della possibilità che i Democratici riescano a vincere nello stato, e quest’anno ci sono buoni motivi per pensare che sia la volta buona: i motivi li abbiamo raccontati estesamente in questo articolo, scritto da lì.

Sintetizzando molto: Talarico, che è un seminarista presbiteriano con idee progressiste, riesce ad avere una certa presa sull’elettorato di uno stato conservatore come il Texas grazie a una retorica pacata e molto incentrata sulla sua fede religiosa. Dall’altra parte lo sfidante Repubblicano Ken Paxton non piace praticamente a nessuno, anche perché è coinvolto in vari scandali e pochi anni fa era persino stato messo sotto impeachment dal suo stesso partito.

Il Texas sarà uno degli stati che terremo più d’occhio stasera. È grande più di due volte l’Italia, ha 31 milioni di abitanti e più del 40 per cento della popolazione è latinoamericana. Un’eventuale vittoria dei Democratici lo renderebbe di nuovo contendibile, e costringerebbe entrambi i partiti a riorganizzare le loro campagne spostando lì soldi e risorse.

Stati in bilico che non dovevano esserlo

In queste elezioni i Democratici hanno concrete speranze di vincere in alcuni stati dove solitamente i Repubblicani vincono senza troppi problemi. Per esempio il Texas e l’Alaska, di cui abbiamo parlato più volte anche sul Post, ma anche il Kansas, il Nebraska, il South Carolina, l’Iowa e l’Ohio.

Ci sono anche due stati in cui la situazione è opposta: in Maine e in Minnesota i Democratici dovrebbero essere nettamente favoriti, ma soprattutto per contingenze locali la competizione con i Repubblicani è aperta.

In questo articolo abbiamo spiegato più nel dettaglio la situazione in tutti questi stati:

Voti e adesivi

Un muro di adesivi “I Voted” (“Ho votato”) sul memoriale di Lorenzo Salgado Araujo, ucciso a luglio da un agente dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, a Houston, in Texas (Mark Felix/Bloomberg via Getty Images)

I voti anticipati sono più di quelli di quattro anni fa

Secondo i dati raccolti da CNN, Associated Press e Catalist, una società che si occupa di analisi elettorali, più di 58,5 milioni di persone hanno già votato in anticipo per le elezioni di metà mandato, circa un milione in più rispetto al totale registrato nel 2022. Il dato potrebbe essere ancora più alto, perché non comprende gli ultimi aggiornamenti provenienti dai diversi stati.

Negli Stati Uniti si può votare in anticipo in due modi: andando di persona in un seggio aperto prima del giorno delle elezioni oppure mandando la propria scheda per posta. Entrambe le modalità rientrano nel cosiddetto “early voting”, il voto anticipato.

Cosa serve ai Democratici per prendere Camera e Senato

Proviamo a spiegarlo senza un diagramma di flusso.

Alla Camera hanno 214 seggi contro i 219 dei Repubblicani (2 sono vacanti): per avere la maggioranza devono mantenere tutti quelli attuali, e guadagnarne almeno altri quattro.

Al Senato hanno 47 senatori su 100: anche lì quindi dovrebbero mantenerli tutti, e aggiungerne almeno quattro (tre non basterebbero, perché in caso di parità al Senato vota anche il vicepresidente degli Stati Uniti, che ora è il Repubblicano J.D. Vance).

Cosa dicono i sondaggi

Sostanzialmente che i Democratici sono messi bene: secondo i principali modelli statistici hanno oltre il 90 per cento di possibilità di ottenere la maggioranza alla Camera, e circa il 70 per cento di ottenerla al Senato.

Al momento entrambe le camere sono controllate dai Repubblicani, anche se con maggioranze risicate. I modelli invece prevedono che dopo il voto i Democratici avranno circa 240 deputati (oggi ne hanno 214) e 51 o 52 senatori (oggi sono 47).

I modelli statistici aggregano i sondaggi e tutta una serie di altri dati, come la storia elettorale degli stati o dei collegi e la composizione demografica, per fare previsioni il più possibile accurate. Ovviamente però possono sbagliare, ed è già successo in passato che sovrastimassero o sottostimassero entrambi i partiti. Insomma, tutto è ancora aperto.

«It is my Great Honor to endorse…»

È la formula che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta usando in moltissimi post sui canali social, pubblicati a brevissima distanza l’uno dall’altro, per sostenere i candidati Repubblicani alla Camera e al Senato. Fa un po’ effetto stampino.

I candidati vengono definiti quasi sempre “America First Patriot” (patrioti dell’America First, l’America per prima, lo slogan elettorale di Trump), mentre gli avversari Democratici vengono descritti come «sconsiderati, radicali e pericolosi!».

Le elezioni di metà mandato, in diretta

Al Post seguiremo le elezioni con una diretta sul canale YouTube di Da Costa a Costa. Questa sera dalle 20 proveremo a capire esattamente per cosa si vota e l’importanza di queste elezioni per gli Stati Uniti e per noi. Potete seguirla qui.

Non paghi, domani (mercoledì 4) dalle 19 racconteremo e commenteremo i risultati, cercando di capire quanto potere avrà Trump nei prossimi anni, come potrebbe reagire in caso di sconfitta e quali scenari si prospettano per gli Stati Uniti.

E poi rimarrà sempre questo liveblog, continuamente aggiornato con mappe, dati, storie e notizie.

Qualche idea sui tempi, quando possiamo aspettarci i risultati

I primi seggi chiuderanno a mezzanotte ora italiana, gli ultimi, nelle piccole isole Aleutine a ovest dell’Alaska, alle 7. Tra l’1 e le 3 chiuderanno i seggi della maggior parte degli stati in bilico per il Senato: è probabile che già alle 3 avremo qualche risultato interessante. Da quel momento in poi arriveranno sempre più dati, anche se ogni stato ha modalità e tempi di conteggio diversi.

Per capire quale partito riuscirà a ottenere la maggioranza alla Camera bisognerà aspettare che arrivino i risultati degli stati della costa ovest, dove i seggi chiudono alle 5 di mattina (ora italiana). Tra questi il più importante è la California, che però è anche uno dei più lenti a scrutinare. Anche lo scrutinio dei voti in Alaska, ultimo stato a chiudere i seggi e fondamentale per il controllo del Senato, sarà molto lento a causa del particolare sistema elettorale a scelta classificata (che avevamo spiegato qui).

Insomma, se le elezioni saranno particolarmente combattute preparatevi a tenere aperto questo liveblog anche per tutta la giornata del 4 novembre.

Per cosa si vota

Con queste elezioni di metà mandato verranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi su 100 del Senato. I risultati decideranno chi avrà la maggioranza al Congresso per i prossimi due anni, fino alle presidenziali del 2028: se i Democratici aumenteranno i loro seggi, come indicano i sondaggi, potranno ostacolare le iniziative e le proposte dell’amministrazione di Donald Trump (NON si vota per il presidente: Trump resterà al suo posto in ogni caso).

Verranno anche eletti i governatori o le governatrici di 36 stati su 50, tra cui i tre stati meno popolosi (Wyoming, Vermont e Alaska) e i tre più popolosi (California, Texas e Florida). Si vota anche per rinnovare una miriade di cariche locali, come i deputati e i senatori dei parlamenti statali, gli sceriffi, i componenti dei consigli scolastici e via dicendo.

Infine, ci sono più di 140 referendum in 40 stati. Uno dei più interessanti è in California, i cui abitanti dovranno decidere se istituire un’imposta del 5 per cento sui patrimoni dei residenti miliardari (una specie di prelievo una tantum) per finanziare un aumento della spesa sanitaria. I miliardari californiani hanno speso più di 300 milioni di dollari per contrastare questa proposta, che però è stata criticata anche da chi teme che porterà gli abitanti più facoltosi a trasferirsi altrove, con conseguenze di lungo periodo sulle entrate e sul prestigio dello stato.

Si comincia

Buonasera dalla redazione del Post per questo lungo racconto elettorale. Sono le 19:35 in Italia e le 13:35 a Washington, DC. Ci faremo compagnia per tutta la notte, ovunque voi siate.