Cosa fa il tuo prof oggi pomeriggio?

(In occasione di uno o più scioperi della classe docente, questo placido blog di recensioni di santi è stato proditoriamente occupato da un rappresentante della categoria che vi pubblica le sue riflessioni sull’argomento. Occupy everything! Occupy il Post! Per favore non inguaiatemi coi commenti).

Mi fa tanto reality di La7 anni '00; una cosa tipo "Prof per un giorno", o uno spinoff di tata Lucia al liceo.

Mi fa tanto reality di La7 anni ’00; una cosa tipo “Prof per un giorno”, o uno spinoff di tata Lucia al liceo.

I nostri insegnanti sono pagati poco o troppo? Ci sono tanti modi di rispondere, quasi tutti sbagliati. Possiamo confrontare i loro mensili con quelli di altri paesi europei, o dei metalmeccanici italiani. Possiamo contare le ore di lezione e confonderle con le ore di lavoro, come fanno spesso i giornalisti e a volte anche qualche tecnico al ministero. Possiamo lamentarci che non ci sia meritocrazia e che gli insegnanti non si possano licenziare (chi parla di meritocrazia spesso ha più in mente i licenziamenti che gli emolumenti). Possiamo parlarne in tanti modi; proviamo a parlarne partendo da un angolo diverso, raramente illuminato dalla discussione. I pomeriggi. Cosa fanno gli insegnanti in questo esatto pomeriggio (mentre, in teoria, li paghiamo)? Dipende. Voi cosa vorreste che facessero?

Li preferireste intenti a organizzare lezioni, o a riempire la lavatrice e brandire il ferro da stiro? Chini a correggere i compiti dei vostri figli, o in giro a scortare i propri al parco? Seduti in prima fila a un corso d’aggiornamento come si deve, o in casa a dare lezioni di latino in nero a studenti che non sono più i vostri figli? E però, diciamola tutta, i soldi per una collaboratrice domestica, o di una baby sitter, un docente statale non li ha. E quindi al pomeriggio dovrà pulire, lavare, stendere, badare alla prole. Oppure potrebbe ingegnarsi e guadagnare qualche soldo in più, con lezioni o con altri lavoretti. In ogni caso, molto del tempo che in teoria dovrebbe dedicare a vostro figlio, anche a distanza, molti insegnanti lo impiegheranno in un altro modo. Non perché sia giusto, e nemmeno perché sia necessario: semplicemente perché conviene. La dura legge del mercato, la mano invisibile, quelle cose lì. E quindi: i nostri insegnanti sono pagati poco o tanto? Diciamo non abbastanza perché molti di loro abbandonino le loro attività part-time.

Siccome le cose vanno così anche da prima della legge Casati, è difficile immaginare che cambino in futuro. Abbiamo sempre dato per scontato il doppio status maestra-casalinga di chi ha allevato noi e i nostri figli. Abbiamo sempre chiuso un occhio di fronte a uno dei più fiorenti traffici in nero, quello delle lezioni private. Abbiamo lottato per salvare materie anacronistiche – il latino, il greco – col pretesto che ‘aprono la mente’ e formano la classe dirigente… fingendo di ignorare che le lingue morte sono soprattutto le galline dalle uova d’oro di tutti i prof che ti rifilano un quattro al mattino e ti scuciono cinquanta euro per una ripetizione al pomeriggio. C’è un tacito patto, tra noi contribuenti e la classe docente italiana, una cosa che nessun sindacalista o ministro si è mai sognato di mettere per iscritto: noi vi paghiamo poco, voi al pomeriggio siete liberi di fare altro. Tra gentiluomini – e gentildonne – ci si capisce al volo. È una verità un po’ fastidiosa, autoevidente ma sempre dietro l’orizzonte della discussione.

Eppure bisogna tirarla fuori, ogni tanto, perché altrimenti si comincia a parlare di meritocrazia come fosse una cosa seria. In questi giorni magari avrete sentito parlare della Buona Scuola di Renzi, e di come voglia portare nelle nostre aule sorde e grigie la meritocrazia. Premesso che la meritocrazia è una cosa bellissima, in cosa consiste essenzialmente per Renzi e i suoi? Ovvero: chi volesse rinunciare ai suoi part-time e magari anche ai lavoretti domestici, cosa otterrebbe in cambio? Uno scatto di sessanta euro al mese ogni tre anni. Una frazione di quello che in passato veniva corrisposto automaticamente a ogni insegnante – un vecchio residuo dei lunghi anni dell’inflazione, quando si dava per scontato che mettendo su famiglia e poi invecchiando un insegnante avrebbe dovuto affrontare spese sempre maggiori, e si cercava di temperare la cosa con scatti e scalette più o meno mobili.

Sarà che da un po’ di tempo siamo quasi in deflazione – una cosa che i nostri padri consideravano meno naturale dell’antimateria – sarà che oggi tutti si riempiono la bocca di meritocrazia, fatto sta che questa idea di premiare tutti gli insegnanti indistintamente, bravi o scarsi che siano, appare alla nostra sensibilità quasi perversa. È come premiare l’inerzia, la semplice sopravvivenza; non va bene! Bisogna invece premiare il merito. Non è nemmeno così importante chiarire cosa il merito sia, e chi lo debba giudicare (la “Buona scuola” si fida parecchio del parere dei presidi); importa che di questo merito ce ne sia poco. È una regola fondamentale dell’economia: un bene, per essere ambito, dev’essere scarso. Qualunque cosa sia il merito, si postula dunque che tocchi soltanto al 66% dei docenti. Loro avranno gli scatti, gli altri no. Uno su tre resterà al palo, ma quel che importa è che tutti e tre dovranno lottare. Con che strumenti? Non è così importante. Si ingegneranno: inventeranno progetti, frequenteranno corsi su corsi, verranno a scuola al pomeriggio ma non per correggere i compiti dei vostri figli (non sarà la priorità); piuttosto per acquisire crediti “didattici”, “formativi” o “professionali”.

È un sistema evidentemente sperimentato in laboratorio. Si mettono tre cavie in una cassetta. Se metti sul fondo della cassetta tre piattini con un po’ di cibo, ogni cavia trotterà verso il suo piattino. Se ne metti solo due, le cavie accorreranno molto più velocemente. Risultato: tu hai risparmiato del cibo, e i tre topolini si sono messi a lavorare più sodo. Semplice, geniale. Perché non dovrebbe funzionare con la scuola pubblica? (continua…)

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