Perché D’Alema perse, perché perderà di nuovo

Claudio Cerasa sul Foglio di oggi ha l’amabilità di ricordare, con un po’ di bonaria ironia, che nella battaglia congressuale del 2013 ebbi la ventura in Puglia di confrontarmi sul piano del consenso con Massimo D’Alema e di batterlo, anche in modo piuttosto sonoro. Mi piacerebbe ergermi a epigono del biblico Davide e della sua vittoriosa battaglia con Golia, ma la verità è che ben poco di quel successo fu merito della mia persona.

Perché dunque, ad onta del gap di popolarità, di esperienza e anche – non ho difficoltà a riconoscerlo – di “stoffa”, D’Alema uscì sconfitto da quella lizza? Per la stessa ragione per cui riperderà nella vicenda referendaria. Perché difendeva posizioni e idee che non conducevano ad alcunché. Dava voce a una protesta e non a una proposta, a uno stato d’animo e non a una scelta. Per capirci, mentre la sfortunata battaglia congressuale di Renzi nel 2012 immaginava, anche in toni e modalità radicali, un’alternativa possibile, quella di D’Alema (e Cuperlo e altri) aveva le caratteristiche di un mega-catenaccio, di un gioco di rimessa volto a fare argine, a cercare di imbrigliare o annacquare la novità rappresentata da Renzi.

Se la proposta che difendi è così soggiacente e asfittica, la sconfitta non deve meravigliare, per quanto acute e commendevoli siano le menti che vi si applicano. Per la stessa ragione D’Alema riperderà, e anche qui non sarà certo per i pregi miei o di quelli come me: meno sagaci e acuti, ma certamente più aperti e meglio disposti al mondo e al futuro.

Io credo che il Sì vincerà. Ma se dovesse vincere il No, sarebbe infatti una vittoria che a giusto titolo si arrogherebbero le forze populiste e demagogiche, i cosiddetti movimenti anti-estabilishment. Il dissenso dei D’Alema, della minoranza Pd e di Sinistra Italiana, resterebbe relegato nel limbo della testimonianza e costringerebbe il Pd tutto (e la sinistra nel suo complesso) a un ruolo di comprimario nei futuri scenari politici. Ottimo, per chi ha come idolo Saturno, che divorava i suoi figli. Molto meno per chi ha obiettivi di crescita e di sviluppo per il nostro Paese.

Oltretutto, dovesse perdere come credo, la sconfitta di Massimo rischia di non permettergli nemmeno di dire, come Francesco I di Francia, che tutto è perduto fuorché l’onore. Perché è assai poco onorevole spacciare come proposta di riforma costituzionale una boutade da talk show come quella dell’Italia che si rinnova in tre articoli. Capisco che le persone molto intelligenti abbiano un’innata vocazione a sottovalutare le intelligenze altrui, ma si può decentemente sostenere che mille parlamentari si siano affannati per due anni a discutere, con un’enorme quantità di modifiche ed emendamenti e snodi talora turbinosi, per partorire la riforma Boschi, quando sarebbe stato sufficiente e rapido approvare il pizzino di D’Alema?

Ciascuno ha diritto alle sue opinioni, si intende. E mi fa piacere che il Pd riservi a D’Alema la cortesia e l’ospitalità che si devono alle voci dissonanti in un partito che si chiama “democratico”. Ma siamo tutti e ciascuno chiamati a un obbligo di serietà. E a ricordarci che, come diceva il buon vecchio Abraham Lincoln, si può prendere in giro qualcuno tutte le volte, tutti qualche volta, ma non tutti tutte le volte. Se lo si dimentica, è facile ritrovarsi sconfitti: anche se si è D’Alema, e anche da me.