Pillole del Torino Film Festival

 

Cinema Reposi. Sala cinque. Prima proiezione della giornata, ore 9:15 del mattino. Una signora si siede nella fila davanti a noi. Avrà sessant’anni. Porta un cappotto marrone chiaro e un cappellino di lana grigia con la tesa stretta. Ha uno sguardo mite. Davanti a lei si siede un’altra signora, stessa età. Cappotto nero con bavero di pelliccia, vistosa collana d’ambra, una folta capigliatura rossastra.

“Ciao, Flavia”, dice quella coi capelli rossi. Sta salutando la signora che ci sta seduta davanti. Lei non risponde. Capelli Rossi agita la mano a pochi centimetri dalla faccia della signora. Lei ancora non risponde. “Oh, Flavia”, dice Capelli Rossi. “Le nove di mattina, già ubriaca?” A questo punto finalmente lei risponde: “Io i miei soldi li ho già spesi tutti al Sundance, cara. Tu invece dov’è che vai?” Capelli Rossi: “Io per Natale vado in Tanzania, a Zanzibar.” “Brava, cara. Adesso però lasciami guardare il film.”

Eppure…

Inutile provare anche stavolta a farvi credere che sia una roba faticosa: seguire un Festival è una figata, punto. Difficile, certo. Stancante, sicuro. Ma è e rimarrà sempre – perdonateci il tecnicismo – una figata. Anche a dispetto di chi ve lo descrive come un lavoro in fabbrica che nemmeno la catena di montaggio di Tempi moderni. E poi quest’anno c’è un nuovo direttore: Paolo Virzì. Il regista di Tutta la vita davanti dirige il festival in maniera schietta e amicale, gigioneggiando convinto con Greta Gerwig (con buona pace della moglie Micaela): di ufficiale il clima ha ben poco. E sapete che c’è? La cosa ci sembra adatta al piccolo grande Festival di Torino.

Torino 31, per l’appunto

Essendoci stata una gara, tocca parlarne per forza almeno un po’. D’accordo, ha vinto Club Sàndwich (storiella di formazione made in Mexico, premiata da una giuria capitanata dall’altrettanto messicano Arriaga. Piantatela di malignare: meritava). Ma l’inizio della gara non è stato per niente esaltante.

Il vengeance movie Blue ruin non soffre dei problemi di prevedibilità tipici del genere: la vendetta si consuma subito. Ma dopo una prima parte interessante e ricca di pathos, il film disperde le proprie potenzialità in… una rivisitazione adulta di Mamma ho perso l’aereo. Peccato.

Quanto a Pelo malo, film venezuelano prodotto dalla Figa Films (sic!), siamo andati a vederlo con aspettative bassissime. E invece l’abbiamo persino premiato: è uno spaccato lucido e amaro sulla situazione sociopolitica ed economica di un Paese, il Venezuela, raccontato attraverso una trama semplice soltanto in apparenza, in grado di sostenere diversi piani di lettura.

Accumulata un po’ di fiducia nei confronti delle pellicole in concorso, abbiamo accolto benone il primo film italiano: La mafia uccide solo d’estate. Superfluo ogni giudizio sulla sceneggiatura e sulla regia: alla fine del film non si fermavano gli applausi, divertiti e col magone. Il film d’esordio di Pif, vj storico di Mtv nonché ideatore de Il testimone, è delicato – forse troppo – ma ci è parso efficace. Un tentativo riuscito di trattare in modo distaccato temi ricorrenti nel cinema nostrano.

Delicato a chi? New Hollywood, baby.

Qui di delicato c’è ben poco. E non parliamo solo di violenza, fisica o psicologica che sia, esibita ma ancora velata. Se vi piacciono i personaggi sporchi e cattivi, gli antieroi, i maledetti che poi così maledetti non sono, allora in New Hollywood avrete senz’altro trovato pane per i vostri denti.
Dall’onnipresente sorriso malinconico di Kris Kristofferson, alias Cisko Pike (a proposito, chi si fosse perso Pat Garrett & Billy the Kid deve recuperarlo, fosse anche solo per la colonna sonora), alla strafottenza angelica di Peter Fonda, per passare al viso ingenuo e spaesato del Midnight Cowboy (Premio Oscar nel 1970) di Jon Voight… Rischio nostalgia altissimo, certo. Una scusa per perderseli: inesistente.

Quanto a THX 1138, il primo film di George Lucas, lo abbiamo trovato complesso, politico, di difficile lettura. Il tutto dall’uomo che ci ha regalato Star Wars. Aveva 27 anni! Incredibile.
Da segnalare, comunque, la presenza ossessiva dell’accento texano in tutti i film della sezione – con l’eccezione di Elliott Gould, ospite d’onore. Ha tenuto banco per un quarto d’ora, con battute e aneddoti esilaranti: peccato per la traduttrice, che le ha rese in maniera assai scontata disinnescandone spesso l’effetto.

Sezioni… varie ed eventuali

In Onde, After hours e Festa mobile c’era parecchio materiale a cui attingere. Ve ne proponiamo un fritto misto: qualcosa di discutibile (vedasi il brasil-coreano Plastic city: debole e confuso) e qualcosa di più valido (come Sweetwater, western moderno con personaggi splendidi. Un’ordinaria storia di vendetta al femminile, con Ed Harris a imprimere il proprio carattere all’intero film. Evviva le Ordinarie Storie di Vendetta al Femminile, ecco). Altrettanto femminile, anche se in tutt’altro senso, il celebratissimo Frances Ha vede la tuttofare Gerwig (sceneggiatrice/attrice/fidanzata del regista, oltre che cottarella indiscussa del buon Virzì) dare corpo e anima a un film brillante e mai banale. Il linguaggio è quello delle serie tv (un po’ New Girl, un po’ Girls manic pixie dream girl, s’intende), ma la cosa non disturba nessuno, anzi. Siamo dalle parti del piccolo capolavoro.

Le dernier des injustes (1975), lungo documentario (200′) di Claude Lanzmann, impreziosiva la sezione TFF Doc raccontando la storia di Benjamin Murmelstein, rabbino, studioso e personalità dirigente nel periodo dell’Olocausto. Invece di scappare di fronte agli oppressori nazi-fascisti, nel 1938 assunse la direzione dell’Ufficio Emigrazione della Comunità Ebraica di Vienna frequentando Adolf Eichmann. Contemporaneamente, però, cercava di mettere in salvo il maggior numero possibile di persone, più di 100.000 pratiche di emigrazione gestite in quattro anni. (E qui ci prendiamo il tempo di raccontarvi che Lanzmann, impegnato nelle ricerche per il suo Shoa, ha incontrato Benjamin Murmelstein a Roma e lo ha intervistato per una settimana intera. Su un’ampia terrazza affacciata sulla capitale – il tempo grigio, un poco di vento – questo lo scambio: “È felice qui a Roma?”. “Felice come può essere un ebreo in esilio”, ha risposto Murmelstein. Ma sorrideva.)

Campione di incassi del ’72 diretto da Armando Crispino, L’Etrusco uccide ancora è un grande cult all’italiana. Di quando si faceva il cinema di genere, per capirci: una stagione irrisa a lungo e riabilitata spesso a caso. Ben più recente La sedia della felicità, l’ultimo lavoro di Mazzacurati, racconta la rocambolesca caccia al tesoro condotta da Mastandrea e Ragonese nel Nord Est italiano (detto tra di noi, siamo sicuri di conoscerlo bene?). Spassoso e pieno di comparsate speciali: da Antonio Albanese che si sfida a ping ping in un hangar di aerei militari, a Giuseppe Battiston prete con l’ossessione del videopoker, passando per Silvio Orlando e Fabrizio Bentivoglio, imbonitori tv.

Drinking Buddies si regge su ottimi personaggi tratteggiati in maniera realistica, ma ha un finale, come dire, sospeso. Il che non infastidisce (poco. Infastidisce moltissimo). Mentre The Stag, copia minore del filone The Hangover, perde molto con la tirata finale sull’Irlanda. Ma è consolante scoprire prodotti genuinamente mediocri anche all’estero. Forse, davvero, l’unico vero cinema commerciale interessante è quello USA.

Big Bad Wolves è un bel film strutturato, con l’inserimento di qualche tocco registico niente male. E il ritorno in grande stile dei Coen – Inside Llewyn Davis – merita tutto il bene che ne avete sentito. Garantiamo noi. Quanto a Jarmusch, con Only lovers left alive ha risolto alla radice il problema ricorrente in certo cinema zannuto: l’assenza di autoironia. I suoi vampiri innamorati giocano col topos e ridono di sé, cinici, incapaci di prendersi sul serio. È il caso di dirlo: still a better love story than Twilight.

Nuove Proposte. Le nostre.

Questo TFF, va detto, ci ha piacevolmente sorpresi. Per atmosfera, si diceva, e qualità. L’unico elemento davvero disturbante (oltre alla temperatura polare percepita durante le file notturne alle biglietterie automatiche) è certo pubblico. Pubblico qualificato, s’intende. La gente da Festival, la critica tranchant nell’eterno distacco tra chi giudica e chi fa. In soldoni: come si fa a definire un film delizioso? Che è, robba che se magna? Aridatece carino.
Perciò, una prece. Aboliamo le domande della platea – “Si può dire quindi che il vero protagonista de L’Etrusco uccide ancora è il Sole?”, true story – e, in generale, i commenti a caldo. Chi vuol piangere pianga, chi vuol ridere rida. Serenità. (Soprattutto lei, signora Flavia. Capelli Rossi è spietata, di prima mattina.)

– Paolo Ferro, Francesco Gallo, Domitilla Pirro, Enrico Rama –