L’unico bacio è stato d’addio

Il 25 aprile di dieci anni fa pubblicai su D la storia della partigiana Annita Malavasi, nome di battaglia «Laila». La sua testimonianza mi diede l’idea di chiedere agli ultimi partigiani italiani ancora in vita un loro ricordo – uno solo – della Guerra di Resistenza. (Le loro storie sono raccolte nel libro Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, pubblicato da Einaudi nel 2012).

«Mi chiamo Annita Malavasi e il mese di maggio compio 89 anni. Sono diventata partigiana dopo l’8 settembre 1943, a Reggio Emilia, facevo trasporto munizioni, stampa, vettovagliamento. Poi, in montagna, mi hanno insegnato le armi, come accudirle. Il mio nome di battaglia era Laila. Lo presi da un romanzo su una ragazza che combatteva al posto del suo fidanzato ucciso».

Era una bella ragazza?

«Sì, ma noi eravamo state educate severamente, anche nel modo di vestire. Però sfruttavamo la nostra bellezza. Quando, con le armi addosso, passavo al posto di blocco in bicicletta mi mettevo la gonna stretta e fingevo di abbassarmela, loro, fessacchiotti, fischiavano e io passavo».

Le è mai capitato uccidere?

«Certo».

Che sensazione dà?

«È importante capire che non siamo diventate combattenti per spirito d’avventura. Ci furono torture orrende. La donna è sempre donna. Ma nel pericolo anche la donna accetta le regole della guerra. Non è facile. Nata ed educata per dare la vita, in guerra la vita la togli. Nella mia formazione avevo una ragazza, Francesca, che era incinta, ma era lo stesso così magra che scappò dalla prigione passando tra le sbarre della finestrina del bagno. Per raggiungerci camminò scalza nella neve per 10 km. Quando il bambino nacque lo allattò solo da un seno perché il capezzolo dell’altro le era stato strappato a morsi da un fascista. Ho visto ragazze con le parti intime bruciate dai ferri da stiro».

Quanto contava l’amore?

«Niente. L’importante era aiutare. Io ero anche fidanzata, lo lasciai quando mi disse che fare la partigiana mi avrebbe reso indegna di crescere i suoi figli. Era un mondo maschilista. Soltanto tra i partigiani la donna aveva diritti, era un compagno di lotta. Si dormiva insieme, per terra, nei boschi, ma se uno mancava di rispetto veniva punito. La Resistenza ci ha fatto capire che nella società potevamo occupare un posto diverso».

Si è più sposata?

«No. Però in montagna, avevo trovato un ragazzo… lui sì, lo avrei sposato se non me lo avessero ucciso, aveva una mentalità aperta, ma uomini così non ne ho più trovati».

Chi era?

«Si chiamava Trolli Giambattista, nome di battaglia Fifa, anche se era coraggiosissimo. È morto nella battaglia di Monte Caio nel 1944, a 23 anni. L’ho saputo solo sei mesi dopo, quando a primavera la neve si sciolse e il corpo fu ritrovato. È sepolto al cimitero di San Bartolomeo. Gli porto ancora i fiori… Dev’essere stato importante per me, se mentre ne parlo me lo rivedo davanti. L’unico nostro bacio è stato d’addio».

Vuole dire qualcosa alle donne di oggi?

«I diritti paritari garantiti dalla Costituzione non sono stati un regalo, ma un riconoscimento per ciò che le donne hanno fatto nella guerra di Liberazione. Difendere la Costituzione significa difendere la possibilità di garantire un futuro di libertà e democrazia ai figli delle donne».

Annita Malavasi è morta a Reggio Emilia il 27 novembre 2011. Aveva 90 anni.

Buon 25 aprile.