Agganciare la ripresa

L’Italia è uscita dalla crisi? Certamente no. Qualche segnale incoraggiante di uscita dalla crisi c’è? Sì. È possibile agganciare la ripresa economica? Certamente sì. A patto che i segnali, timidi ma evidenti che giungono da più parti siano un formidabile sprone a fare sempre di più e meglio.

Soffermiamoci su alcuni di questi segnali. I distretti industriali, da sempre vanto del nostro made in Italy, finalmente hanno ricominciato a recuperare terreno perduto: secondo l’ultimo rapporto annuale sui distretti elaborato da Intesa-Sanpaolo (che ha censito 12.000 imprese appartenenti a 144 distretti e 34.300 imprese non strettamente distrettuali) l’export è cresciuto nei primi 9 mesi del 2014 del 3,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013, e oltre il 2 per cento in più del manifatturiero tedesco. Inoltre il peso delle imprese medio grandi è oggi pari al 40,6% rispetto al 36% circa dell’anno precedente, come a dire che anche le dimensioni delle imprese distrettuali stanno diventando più solide.

Un altro segnale di natura industriale molto indicativo è che si va sempre più affermando la consapevolezza, specie tra gli imprenditori, che del brand made in Italy (alimentare e moda, in primis) fanno il loro punto di forza, che delocalizzare non conviene più, soprattutto per l’alto rischio di scarsa qualità, difficoltà logistiche e ritardi nelle consegne. Secondo i dati di un recente studio di un gruppo interuniversitario (che comprende gli atenei di Bologna, L’Aquila, Catania, Udine, Modena e Reggio Emilia) particolarmente attento al fenomeno, di 500 imprese che erano fuori nel 2009, oltre 100 sono oggi tornate in Italia (tra cui, tanto per fare qualche nome, Beghelli, Piquadro, Artsana con i suoi marchi Chicco, Prenatal, Lycia, Control). Nel settore calzaturiero addirittura quasi il 50% di chi aveva delocalizzato sta facendo marcia indietro. Dopo gli Stati Uniti siamo il secondo Paese al mondo per numero di imprese che hanno abbandonato la Cina, i Paesi dell’Est, il Sud America.

E ancora, sempre in tema di industria: la crisi continua a mordere e ci sono stabilimenti a rischio chiusura con conseguenti, drammatiche ricadute in termini occupazionali. Ma per la prima volta, dopo molti anni, si riaffaccia finalmente in questo Paese un’idea di politica industriale dopo che si era arrivati persino a sostenere si trattasse di un concetto desueto da sostituire con quello di competitività. Nel 2014, la task force del ministero dello sviluppo economico ha portato avanti con successo più di 40 ristrutturazioni aziendali rivalorizzando spessissimo una tradizione industriale locale affievolita o abbandonata.
E veniamo a qualche altro segnale incoraggiante di varia natura.

Lo spread, il differenziale tra Btp e bund tedeschi, è tornato sotto i cento punti, il livello più basso degli ultimi cinque anni, il che significa un bel gruzzolo risparmiato per il pagamento degli interessi sul debito pubblico da poter eventualmente investire nella crescita. L’Istat ha previsto che l’Italia, dopo 14 trimestri di segno negativo o di stallo, nel primo trimestre di quest’anno potrebbe registrare finalmente un aumento del Pil, sebbene di appena lo 0,1 per cento. Sempre l’Istat, proprio ieri ha diffuso il dato di un calo, purtroppo ancora troppo leggero del tasso di disoccupazione (12,6 per cento), pari allo 0,6 per cento su base annua per un numero complessivo di circa 130.000 nuovi posti di lavoro. Che, grazie al Jobs Act appena varato, ci si augura aumentino presto e sensibilmente.

È in corso un processo di ristrutturazione del nostro sistema bancario, a cominciare dalle banche popolari di maggiori dimensioni, che finalmente mira a rimuovere anacronistiche rendite di posizione e a spezzare relazioni di potere personale evidentemente molto forti a giudicare dalle reazioni scomposte di alcuni esponenti del settore e dei loro economisti da riporto. È entrata a pieno regime l’attività dell’Autorità anticorruzione presieduta da una personalità di riconosciuto valore come Raffaele Cantone e gli effetti economici benefici già si avvertono, per esempio a Milano, dove finalmente la macchina di Expo marcia a pieno ritmo dopo che sono state stanate, affrontate e rimosse tutte le situazioni di criticità che avevano investito l’evento. Inoltre, a detta degli esperti, la nostra legge anticorruzione (il decreto legge del 24 giugno 2014, n. 90 convertito nella legge 11 agosto 2014, n. 112), è considerata una delle migliori al mondo e sono numerosi i Paesi che hanno deciso di adottarne una simile alla nostra. Gli indici di insicurezza economica, politica e legata alla criminalità, sebbene ancora molto alti, hanno tuttavia cominciato a scendere, come ha rilevato una recente indagine della Fondazione Unipolis, rispettivamente dell’11,1 per cento (dal 78,1 al 67 per cento), del 7 per cento (dal 68,4 al 61,4 per cento), dell’1,4% (dal 45,6 al 44,2 per cento). Sono stati raggiunti accordi fondamentali, prima con la Svizzera e poi con il Liechtenstein, ai fini di una serrata lotta all’evasione fiscale e la morsa stavolta stringe davvero.

A questi segnali positivi se ne potrebbero aggiungere molti altri come quelli relativi alle imminenti e attese riforme delle fondazioni bancarie, del Terzo settore, delle banche di credito cooperativo. Insomma, se la ripresa economica degli Stati Uniti corre e quella di altre economie europee si sta irrobustendo anche l’Italia comincia ad avere tutte le carte in regola per agganciarla. A patto che, dicevamo in apertura? A patto che si guardi in faccia alla realtà senza edulcorarla troppo o, al contrario, sminuirla a tutti i costi. Provo a spiegarmi in proposito con due esempi.

Sabato scorso è stato ricevuto da Papa Francesco il mondo della cooperazione italiana nelle sue diverse declinazioni socio-imprenditoriali e bancarie. Il Papa ha avuto parole bellissime per i “cooperatori” invitandoli a prodigarsi sempre di più nel mettere l’uomo al centro dell’economia e a non farsi scoraggiare dalle difficoltà. Ma non ha lesinato parole durissime contro chi si approfitta dello status di cooperativa per conseguire scopi decisamente meno nobili, come quelle «false cooperative che prostituiscono il proprio nome per ingannare la gente». Proprio così, il Papa ha usato il verbo «prostituiscono». Che dire? Straordinario, efficacissimo, un grande. E infatti subito alcune testate online hanno ripreso testualmente la “sferzata”. Domenica il quotidiano cattolico Avvenire apre in prima pagina sull’evento con il titolo Il Papa: coop motori di nuova economia, ma non fa nessun cenno al verbo in questione (ripreso solo a pagina 5, alla terza colonna del servizio dell’inviato) e affida l’editoriale allo storico Pietro Cafaro che a un certo punto scrive che «qualunque occasione, lo si vede anche in questi giorni, è buona per segnalarne (molte volte ricorrendo a veri e propri travisamenti della realtà) inadeguatezze, per denunciarne presunti conflitti interni o concorrenze considerate sleali. O per generalizzare maliziosamente quando una parte di questo mondo tradisce se stesso».

Ma dico, il Papa ha appena tuonato forte e chiaro contro quelle cooperative che si «prostituiscono» e invece di dare risalto, almeno nell’editoriale, a questa coraggiosa presa di posizione che mai nessuno all’interno del mondo delle cooperative ha avuto il coraggio di assumere con parole così inequivoche, l’autore del pezzo che fa? Non solo non fa menzione del verbo usato dal Papa ma si sofferma su chi, a suo avviso, non perde occasione per criticare le cooperative. Naturalmente nel resto del pezzo è tutto un celebrare, citando stavolta sì a più riprese Papa Francesco, le (indubbie) virtù del movimento cooperativo. Ecco, secondo me Avvenire ha edulcorato troppo la realtà e non ha reso un buon servizio di “sprone” al mondo cooperativo di suo già piuttosto incline all’autoreferenzialità (lo stesso Cafaro anni fa scrisse un bel libro, intitolato La solidarietà efficiente, realizzato grazie al contributo di Federcasse, la federazione che raggruppa le banche di credito cooperativo, per celebrare il credito cooperativo in Italia).

E vengo al secondo esempio, di segno opposto invece.
Molti dei segnali incoraggianti di ripresa economica che ho citato provengono anche dall’azione determinata del Governo Renzi che può contare su un ministro dell’Economia come Pier Carlo Padoan tra i più preparati e autorevoli che l’Italia abbia mai avuto. Ma questo a molti non va giù. E non mi riferisco, ovviamente, a chi sta all’opposizione e fa il suo lavoro. Ma a chi, pur stando nell’area politica di riferimento di Renzi, invece di remare nella stessa direzione, come si dice a Roma, “rosica”. E appena può prova a mettergli lo sgambetto con pretesti talvolta davvero risibili, allo scopo di sminuirne le capacità se non volutamente ridicolizzarlo.

Mi ha colpito, sul numero dello scorso febbraio del mensile del Sole 24 Ore IL il lungo e suggestivo pezzo di Guia Soncini su Jovanotti quando si sofferma sulle difficoltà che hanno tanti (a cominciare da lei) oggi ad ammettere di aver sbagliato anni fa a profetizzare che Lorenzo sarebbe stato un fenomeno stagionale, «uno di quelli di cui vent’anni dopo dici “uh, ma ti ricordi quel singolo di quell’estate, com’è che si chiamava, sarà ancora vivo?». «Non possiamo ammettere» scrive ancora la Soncini, «di aver bucato la notizia, abbiamo la sensazione di dover dire che lo avevamo notato, che magari ci irritava ma non ci stava indifferente. Per anni il mio vezzo è stato rimarcare che io veramente ai tempi di Ciao mamma neanche mi ero accorta che esistesse: io ero di Bologna, io ascoltavo i cantautori».

Ecco, secondo me oggi con Renzi accade un po’ quello che è accaduto con Jovanotti anni fa, tanti non vogliono ammettere che stanno bucando la notizia nel non riconoscergli i meriti che gli spettano. E poi, come ha affermato la settimana scorsa il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, ormai Bologna può essere definita, nel senso pieno dell’espressione, “Terra di mafia” a causa delle infiltrazioni della criminalizzata organizzata, Per stare, quindi, alla metafora della Soncini meglio non tirarsela troppo e pensare positivo.