Se le ombre si accorciano

Dice un vecchio adagio che «quando il sole è al tramonto le ombre dei nani si allungano».
Cosa significhi è semplice: quando diffusamente la qualità scarseggia, allora anche chi non ha particolari titoli e/o meriti può sembrare un “gigante”, uno che vale molto.

Il mondo della politica, come noto, è pieno di gente, mettiamola così, di basso profilo. Negli ultimi anni, poi, se ne è perso il conto. È bastato perciò che qualcuno sia stato o si sia mostrato leggermente al di sopra della (scarsa) media per apparire subito uno statista o giù di lì. In tal senso decisamente eloquente è stato il governo Monti, salutato da molti al suo insediamento come una sorta di manna scesa dal cielo per saziare finalmente un paese affamato di rigore, equità, crescita, riforme, sobrietà, merito, giustizia sociale, eccetera, eccetera. Un governo composto da personalità ammantate da un’aurea di autorevolezza tale da incutere timore reverenziale. Non è andata proprio così. Alcuni ministri, in special modo, si sono poi rivelati di una incompetenza imbarazzante, di una inconcludenza imperdonabile, di una supponenza insopportabile.

Una cosa analoga vale anche per il mondo dell’economia e della finanza.
È stato sufficiente che dopo una serie di presidenti di Confindustria consegnati agli annali per scarsa incisività della loro azione e ambizioni politiche disattese ne arrivasse uno, come Giorgio Squinzi, pacato, aperto al dialogo, concreto, che finalmente mettesse al centro della sua azione l’economia reale, che subito la tensione tra industriali e parti sociali è calata e le possibilità di trovare insieme soluzioni nell’interesse comune sono aumentate. Dispiace che anche Squinzi, quando si tratta di fare anche appena un pizzico di autocritica sulle manchevolezze della classe imprenditoriale, come si suol dire, “svicola”.

Domenica 17 marzo, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, alla domanda, appunto, se ritenesse che anche gli imprenditori avessero una qualche colpa per la crisi, si è nuovamente soffermato sui ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. Che è sì un grave problema, ma è un’altra questione. Di imprenditori “impresentabili”, per esempio perché avvezzi a evadere o eludere il fisco, ce ne sono eccome in giro. Riconoscerlo non può che aiutare a far chiarezza e a indurli ad assumersi le proprie responsabilità. Nei confronti, innanzitutto, dei tantissimi imprenditori capaci e onesti che ci sono.
Quanto al mondo della finanza sono stati talmente tanti in questi anni i banchieri che hanno abusato del loro ruolo per conseguire tornaconti personali che quelli che l’hanno ricoperto onestamente e anche con una apprezzabile lungimiranza meritano un plauso. Tra questi, Giovanni Bazoli, da oltre trent’anni al vertice del gruppo Intesa-Sanpaolo (che cominciò a formarsi nel 1982 con il nome di Nuovo Banco Ambrosiano sulle ceneri del vecchio banco ambrosiano di Roberto Calvi, fino a giungere all’attuale configurazione dopo ripetute fusioni-acquisizioni con altri istituti bancari).

Trent’anni però sono un’infinità a star seduti sempre sulla stessa poltrona. Gli ultimi, poi, non particolarmente brillanti. Anzi. Basti pensare ai problemi di governance che attanagliano il gruppo Rcs del cui patto di sindacato, che ne vincola quasi il 60% delle azioni, Bazoli è uno dei massimi esponenti. Oppure al voto dato nell’estate scorsa per la riconferma dell’ex presidente del Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari alla guida dell’Abi (Associazione bancaria italiana) sebbene già dai mesi precedenti si potesse evincere (dalle inchieste di Report, tanto per dirne una) che non fosse opportuno.

E invece sembra ormai quasi certo che Bazoli, a quasi ottantuno anni, si appresti ad essere riconfermato per un altro triennio al vertice di Intesa-Sanpaolo, forte del legame di ferro che lo unisce a Giuseppe Guzzetti, presidente dal 1997 della fondazione Cariplo, azionista di “peso” del gruppo Intesa-Sanpaolo. E anch’egli, prossimo ai settantanove anni di età, avviato molto probabilmente a un’altra riconferma per i prossimi sei anni come numero uno della fondazione Cariplo.

Bazoli e Guzzetti sono entrambi esponenti di primo piano di quella che si è soliti definire finanza cattolica. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano di una simile affermazione di Papa Francesco, pronunciata all’indomani della sua elezione a Pontefice davanti ai cardinali: «La vecchiaia è la sede della sapienza della vita. Doniamo questa sapienza ai giovani, come il buon vino che con l’età diventa migliore».

E, a proposito di Papa Francesco, come non scorgere nella sua investitura un’alba luminosa che finalmente possa accorciare le ombre di tutti quei personaggi che in questi anni hanno “sporcato” la Chiesa, per dirla con le parole dell’allora Cardinale Ratzinger pronunciate in occasione delle meditazioni della Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui!».

Negli ultimi giorni abbiamo visto che forse è possibile anche che una nuova alba sorga in Parlamento, con presidenti di valore dei due rami che hanno già dato segnali forti di cambiamento. È adesso però che viene la partita più importante, quella della formazione del governo: attenzione, quindi, a non sedersi sugli allori o, peggio, a riproporre quella che qui efficacemente è stata definita “cultura del remake”. Non ci vuol nulla, infatti (memento per Bersani, al quale auguro vivamente di riuscire a dare al Paese un esecutivo), a passare dall’alba al tramonto. E ritrovarsi a indossare gli stessi panni di quel personaggio, descritto da Ennio Flaiano nel suo Diario notturno che a un certo punto «decise di cambiar vita, di approfittare delle ore del mattino. Si levò alle sei, fece la doccia, si rase, si vestì, gustò la colazione, fumò un paio di sigarette, si mise al lavoro e si svegliò a mezzogiorno».

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