Feuilleton pornographique (12) – Gita al sesto piano.

In “Feuilleton pornographique” si narra a episodi la vicenda di due fratelli, per la precisione di un fratello e una sorella, di nome  rispettivamente Claude e Claude. Entrambi lavorano nell’industria pornografica, in ruoli diversi e con scopi opposti. A raccontare la loro storia sarà Franco Spiegelmann, produttore, proprietario della “Perverse Angels” e uomo fondamentalmente orrendo. Tutto inizia, si svolge e finisce all’interno del grattacielo della casa di produzione. Non è un racconto erotico – se a leggerlo non è un pervertito.

Qualcuno potrebbe riconoscere in qualche personaggio qualcun altro, ma sarà un caso: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Episodi precedenti: Premessa dell’autore • 1. Il migliore • 2. Un’infanzia qualunque. • 3. Un increscioso incidente segna l’inizio di una fulgida carriera • 4. Nell’occhio del Beholder. • 5. Claude e Claude. • 6. Scene da un matrimonio • 7. Eva Bolena. • 8. Inviti dall’alto e dall’altissimo. • 9. Si brinda anche col Graal, se mancano i bicchieri. • 10. The show must go on. • 11. Tutti nascondono qualcosa

12. Gita al sesto piano.

Travolta dalla decisione del marito, Mindy si buttò addosso una pelliccia bianca, calzò un paio di stivali e si affrettò verso il portone di casa, dove Claude l’aspettava vestito di tutto punto.

«Esci così? Non hai quasi nulla sotto» le disse; ma aggiunse, senza aspettare una risposta: «Non importa, tanto non ci vedrà nessuno. Andiamo» e le aprì la porta.

In piedi nel grande atrio dorato degli ascensori, i due assomigliavano a due facoltosi perseguitati di guerra, che abbandonano i possedimenti per sfuggire gli aguzzini. In verità fu Mindy a creare quell’immagine, stringendosi guardinga al braccio del marito. Claude si limitava a osservare le luci dell’ascensore sul quadrante, che scorrevano via via che la cabina si avvicinava. La porta si aprì, e i due furono risucchiati nell’elegante cuccia d’acciaio; l’uomo premette il tasto del “6”, dando inizio alla lunga discesa. Dopo essersi stretta nella pelliccia per combattere un brivido, Mindy chiese: «Non sarò troppo elegante per il sesto piano?».

non sarò troppo elegante per il sesto piano?

«Forse sì» ammise Claude «Ma non ti preoccupare».

L’affermazione della donna potrà sembrare strana a chi non ha mai visitato il Perverse Angels, e mi costringe a una breve annotazione. Quando commissionai l’edificio ad Alberto Sperri, il nome di punta dell’architettura contemporanea, fui molto preciso riguardo alcune caratteristiche. Il grattacielo doveva essere costruito secondo rigidi criteri gerarchici, in modo che a un percorso dal basso verso l’alto corrispondesse un crescere di lusso e prestigio. In questo modo, l’ottantottesimo piano – il mio – era la dimora del potere assoluto, mentre i livelli più bassi adibiti a umili dimore. La struttura era pressappoco la seguente: dal cinquantesimo in su i piani del Perverse Angels erano un’ascesa di comfort, attorno al decimo si trovavano gli alloggi e gli uffici della classe media e dal nono in giù si scendeva negli inferi. Qui, nello spazio di un appartamento dei piani alti, potevano affastellarsi più di dieci loculi, dei bugigattoli dove dormivano intere famiglie, in condizioni igieniche precarie. I corridoi erano sporchi e trascurati, i servizi mal funzionanti, le strutture fatiscenti. Gli addetti alle pulizie non mettevano piede in questi piani, e la loro cura era affidata esclusivamente a chi vi abitava – con conseguenze ben immaginabili. Il bianco degli intonachi aveva ceduto allo stratificarsi di graffiti volgari, e nei corridoi, stretti e poco illuminati, capitava spesso di incontrare mal assortite bande di ragazzetti sui quattordici anni. Questi bambini, tutt’altro che innocui, si dedicavano a rapina e violenza, tanto che attraversare certe zone da soli era a dir poco sventato, soprattutto per una donna. Gli adolescenti, abbandonati a se stessi e cresciuti col mito dei “piani alti”, amavano in particolar modo dedicarsi ad angherie sessuali. Il silenzio dei genitori era difficile da biasimare; si trattava perlopiù dei lavoratori sottopagati dell’industria pornografica: tecnici, informatici, ex starlet, agenti decaduti, attori divorati dalle malattie veneree… piuttosto di dover pensare ai figli, spesso indesiderati, preferivano chiudere un occhio sulle scorribande, che almeno li rendevano economicamente indipendenti. È pur vero che questi furti, oltre che moralmente abbietti, erano una catena che di anello in anello gravava sulle loro spalle – ma d’altra parte si sa che i poveri, se mal organizzati, possono solo divorarsi a vicenda. Dal canto nostro, ai piani superiori tolleravamo questa mafia minorile, perché contribuiva a tener occupati i disgraziati in lotte intestine, impedendo così ogni forma di rivolta. Il piccolo capo di una delle più influenti bande del terzo piano, un moccioso di nome Lars, era persino un raro ospite dei piani alti, e in cambio di protezione e qualche spicciolo ci teneva informati sui movimenti del sottosuolo. In molti chiesero perché desiderai per il mio grattacielo un’architettura che i giornali descrissero «un immorale delirio monarchico». Ebbene; per i ricchi arriva un momento in cui il denaro non basta a se stesso, e per superarsi deve comprare l’irrazionale. Si pensi a Nerone, o a Caligola; l’apice del potere è così, e corrisponde, com’è naturale, all’inizio del declino.

In questo particolare contesto non è difficile comprendere le preoccupazioni di Mindy, mentre percorreva i corridoi del sesto piano: era bellissima, ricca e con indosso solo una pelliccia. La donna non era mai scesa così in basso nel Perverse Angels, e non nascose il proprio disagio, tanto che domandò preoccupata quanto distasse la meta.

Il grattacielo doveva essere costruito secondo rigidi criteri gerarchici, in modo che a un percorso dal basso verso l’alto corrispondesse un crescere di lusso e prestigio

«Manca poco» rispose Claude laconico. Mindy si strinse ancor di più nella pelliccia e tacque, perlomeno finché, al termine di un lungo corridoio, non vide un gruppetto di ragazzi.

«Lascia fare a me» disse Claude, e anticipò i ragazzi con un grido: «Venite qua!».

Per quanto lo nascondesse, era anch’egli preoccupato, e decise di attuare una tecnica che talvolta funziona con i deboli di mente e gli adolescenti: dimostrarsi a proprio agio e anticiparli.

«Ci serve una scorta» disse ai ragazzi, ormai vicini. «Cerchiamo la stanza ventitré, blocco quattordici». Il gruppetto si avvicinò alla coppia; erano sei adolescenti, addobbati con una variegata accozzaglia d’abiti attillati, resa omogenea solo dall’uso di papillon di lustrino.

«E perché dovremmo aiutarvi?» disse uno, palesandosi come il capo.

«Perché, per la prima volta nella vostra vita» rispose Claude «Vi conviene più aiutare qualcuno che rapinarlo». L’affermazione del regista, mista alla sua sicurezza, sortì un certo effetto. La presenza di Mindy però non poteva passare inosservata, ed era difficile da superare senza intoppi.

«Dici?» rispose un altro «Con quella ci divertiremmo mica poco».

Il destino della coppia era nelle mani del ragazzo che parlò per primo, o per meglio dire della sua lungimiranza. Claude, mentre la moglie si nascondeva dietro di lui, mantenne l’aplomb, e disse: «A voi la scelta. Divertivi adesso e rovinarvi per sempre o rinunciare e fare la vostra fortuna».

Il capo del gruppetto seppe riconoscere l’occasione, senza contare che i ragazzi avevano da poco circuito una bambina passata da quelle parti (Claude lo dedusse da un abitino strappato), e non avevano particolari desideri. Il piccolo leader segnò l’accordo con una risata.

«Bene» disse «Andiamo».

Dopo neanche cinque minuti di tragitto, il gruppo raggiunse la stanza ventitré. Era una porta di un bianco opaco, che solo il numero distingueva dalle altre. Il ragazzo in testa al corteo si voltò verso Claude, dopo aver rivolto un certo sguardo alla moglie, e disse: «Bene, siamo arrivati. Ora dimmi cosa puoi darci che non possiamo già prendere».

Claude estrasse lentamente il portafogli dal cappotto, e uno dei ragazzotti rise sguaiato «Quello possiamo prenderlo subito!»

Questi bambini, tutt’altro che innocui, si dedicavano a rapina e violenza, tanto che attraversare certe zone da soli era a dir poco sventato, soprattutto per una donna.

«Sì» disse il regista «Ma non questo» e porse al primo dei ragazzi il suo biglietto da visita.

«Mi prendi in giro?» rispose torvo, con in mano il cartoncino.

«Presentatevi domani alle 17 , quarantanovesimo piano, presso le sorelle»

«Quelle sorelle?» disse il ragazzo incredulo.

«Oggi è il vostro giorno fortunato».

Prima che il gruppetto potesse dimostrare il proprio entusiasmo, o che potesse porsi domande sul realismo della proposta, Claude si era già congedato, aveva aperto la porta e se l’era ben chiusa alle spalle. All’interno della stanza, sospirò: «Bene».

Anche Mindy, che durante tutto il tragitto era rimasta paralizzata, tirò il fiato.

«Ma davvero vuoi…?» disse al marito. L’uomo scrollò le spalle.

«Certo che no» rispose «Sono solo dei bambini».

La donna sorrise sollevata, ed ebbe finalmente modo di guardarsi intorno. Si trovava di un pied-à-terre spazioso, illuminato da una lampada alogena posta al centro del soffitto. La camera era pulita, a dispetto dell’esterno, ma poco ammobiliata; vi erano una scrivania, una sedia e un letto poco lontano.

«Dunque è qua che vi incontrate» disse Mindy, alludendo all’amante del marito. Claude la guardò perplesso, come incapace di seguire il filo della donna; poi capì e sorrise.

«Credi ancora che io abbia un’amante?» le rispose, mettendola quasi in imbarazzo per  l’ingenuità.

«Io…» ma la donna non completò la frase.

Claude si sedette sulla scrivania, aprì un cassettone e tirò fuori un mucchio di quaderni e di fogli, pieni zeppi di appunti, disegni, grafici, ritagli di giornale, fotografie.

«Guarda» le disse «Ecco la verità».

Mindy obbedì all’invito, si avvicinò alla scrivania e iniziò a sfogliare la grande mole di appunti. Non era facile trovare un filo in quel materiale apparentemente caotico, ma alcuni elementi letti qua e là destarono a tal punto la sua curiosità che sedette alla scrivania senza nemmeno accorgersene, e cominciò una lunga, impegnativa lettura. Non ci fece caso, ma rimase più di due ore seduta; Claude ebbe persino modo di prepararle un tè e offrirglielo, mentre lei continuava a studiare le sue carte. La donna non ci prestò attenzione, e bevve senza staccare gli occhi dai fogli. A dire il vero, Mindy capì poco di tutti quegli appunti; più si addentrava nella lettura, più quel che leggeva sembrava sfuggirle di mano. Eppure ebbe una sensazione, come se quelle parole poco chiare fossero centinaia di ami aggrappati alla sua pelle, che tiravano e tiravano per estrarre una consapevolezza rimossa, un’intuizione, una percezione disattenta. Quando alzò gli occhi dal tavolo, il progetto del marito le ruotava in testa simile a un cielo in tempesta che nasconde i fulmini nelle viscere di vapore. Nonostante tutto, era certa di averlo capito.

Mindy obbedì all’invito, si avvicinò alla scrivania e iniziò a sfogliare la grande mole di appunti.

«Claude» disse, mentre puntava gli occhi sul marito «…è terribile».

«Forse sì» rispose lui «Ma ora sai la verità».

«Puoi… vuoi veramente farlo?»

«Posso, voglio e lo farò».

«Perché?» implorò lei.

«Perché devo» disse lui. «E perché non sarà opera mia, non come credi. Nulla si crea a questo mondo: creare è solo un modo di percepire. Non ho fatto né farò quel che hai letto, Mindy, semplicemente lo vedo: esiste, ed è qui, anche adesso». La donna non rispose, Claude si avvicinò con lentezza, lei si scansò appena.

«È qui» ripeté.

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